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Lupo e uomo sempre più vicini: è possibile una convivenza? | INTERVISTA

Fin dalla nostra infanzia siamo abituati a vedere il lupo come l’antagonista della storia: nero, aggressivo, pericoloso, capace di mettere a repentaglio una tranquilla quotidianità o una passeggiata nel bosco. Se poi un esemplare viene avvistato tra le strade della città, la sua pericolosità ci sembra ancora più prossima e le fotografie che circolano sul web creano un circolo vizioso di “paura del lupo“.

Tra coloro che più avvertono timore di questo animale ci sono gli allevatori: il ritrovo di carcasse o la possibilità che il lupo attraversi le non sempre idonee recinzioni dei pascoli, ha infatti contribuito a dipingere il lupo come uno dei nemici più acerrimi dell’uomo e degli animali domestici. D’altro canto, sono aumentati anche casi di ritrovamenti di carcasse di lupo, avvelenati o brutalmente uccisi dall’uomo: fatto che dimostra, come afferma il report di WWF Italia, che ancora è lontana la conciliazione tra attività umane e animali selvatici.


Ma quanto in realtà è pericoloso un lupo? È sensato averne paura? E come mai i branchi si stanno sempre più spostando verso le strutture antropiche? Willy Reggioni, responsabile del Servizio conservazione della natura del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, coordinatore del WAC e del Life MIRCO-lupo, ha risposto a queste domande, facendo luce sulla vera natura del lupo, sui suoi spazi e le sue abitudini, e su come raggiungere un’equilibrata convivenza con questo animale.

Lupo in pianura: perché?

Bisogna partire dalla consapevolezza che tutto il nostro Appennino è occupato da lupi – afferma da subito Reggioni -; il bosco è la loro casa, in cui sono uniti in branchi, e in cui trovano spazio per cacciare le loro prede“. Stimare il numero degli esemplari delle nostre montagne è però impossibile: i censimenti possono favorire soltanto una stima grossolana, e cercare di capire la quantità dei lupi, non è il punto su cui focalizzarsi: “il territorio del lupo si espande per circa 100 km quadrati, e ovviamente i branchi non rispettano i confini amministrativi. Non si può dire quanti ce ne siano nel Parco, quanti in Toscana e quanti in Emilia“.

Il territorio del lupo però, può facilmente espandersi e arrivare a toccare le periferie della città. “Spesso i lupi sono costretti a scendere in pianura per riprodursi“, altrimenti in branco non aumenterebbe mai di numero: un esemplare giovane cerca luoghi dove ancora non ci sono branchi, “qui può trovare prede perché non ha competitori per la caccia, e in più può trovare un altro esemplare solitario, in quel luogo per lo stesso motivo“. Questa particolarità è presente solo nel lupo e prende in nome di dispersal, il meccanismo che porta all’espansione del territorio del lupo. Questo “ha portato il lupo negli Appennini dagli anni ’90 e ora lo sta facendo scendere a ridosso delle abitazioni, dove per altro trova anche cibo“. Il problema, se così si vuole chiamare, è che in pianura il lupo si può vedere, perché la boscaglia è più rada, e ci sono più persone che lo posso fotografare, ed “è il vedere che fa paura“.

“Un conflitto economico e sociale”

Tuttavia, non si può negare che il lupo sia un predatore per il bestiame, anche se, come afferma Reggioni: “Se va male si possono trovare due carcasse di pecore sbranate all’anno, e spesso in casi in cui le recinzioni non erano adeguate o non erano presenti i cani da guardia nel pascolo“. Il conflitto con gli allevatori però sembra essere “puramente economico“, perché i lupi sono un pericolo per i loro animali, ma ciò che si imputa alla zootecnia è di non avere una preparazione adeguata per la convivenza con questo animale selvatico, che è normale sia presente in queste zone. Da qui si è poi inasprito un conflitto sociale: “Si parla spesso della pericolosità del lupo e di come difendersi da esso, è l’unico frame rappresentato dalla stampa“.

Ci sarebbe quindi la necessità di cambiare il ruolo del lupo in questa storia, e capire che se ha trovato cibo e prede in pianura, è anche colpa dell’uomo, che tante volte è il vero antagonista dell’animale. “In 10 anni abbiamo trovato 115 carcasse di lupi. Fenomeni come il bracconaggio e l’avvelenamento sono sempre più frequenti, e sono il risultato della sempre più accesa lotta a questo animale“. Il lupo infatti sta popolando sempre di più i territori, negli Appennini ma anche nelle Alpi, per cui la Commissione Europea ha stanziato il Life Wolf Alps, un progetto per migliorare la convivenza uomo-lupo nell’arco alpino fino al 2024, “progetti che per noi dell’Appennino sono stati avviati già negli anni Novanta“.

La possibile convivenza uomo-lupo

Parma, Reggio Emilia e Modena sono zone in cui si produce Parmigiano Reggiano: “Ci vuole tanto latte e quindi tanti animali che lo producono. Le stalle di vacche sono tantissime, e per ognuna ci sono fino a 200-300 animali. Quando partoriscono si hanno chili di placenta, e per “smaltirla” viene messa nelle concimaie“. I lupi sono attirati dalle concimaie nelle stalle, perché lì trovano cibo, e questo li porta ad avvicinarsi anche ai centri abitati. “Possono trovare cani nei cortili delle abitazioni, e con il tempo hanno capito che possono lottare con loro, li possono vincere e li possono anche mangiare“.

Indirettamente quindi, offriamo cibo ai lupi nelle concimaie e nelle stalle, e in questi luoghi “a valle” essi trovano anche altre prede. Tuttavia, come afferma il responsabile, “trovare un equilibrio sarebbe semplice: bisogna avere consapevolezza che i lupi ci sono e si comportano secondo la loro natura e dovremmo attrezzarci per conviverci“. Ovviamente se il lupo scende sempre più in pianura e si abitua a stare nelle periferie delle città, “l’asticella del rischio per l’uomo aumenta“, ma “l’ultimo attacco letale per l’uomo in Italia risale a più di 150 anni fa“.

Ibridi, metà lupi e metà cani

Metà lupo, metà cane. Il lupo ibrido da tempo è causa della contaminazione della successione genetica del lupo, ma non è vero che questi attaccano più facilmente gli animali domestici. “Succede che un lupo, o più spesso una lupa, trovi un cane con cui accoppiarsi, e da loro nasca un ibrido“. La prima generazione quindi, con mamma lupa e papà cane, sarà più simile ai nostri abituali animali domestici, ma via via che si susseguono le generazioni questo assomiglierà sempre di più ai lupi. “Il piccolo ibrido viene infatti cresciuto dalla mamma tra i lupi e impara a vivere come i lupi: è difficile riconoscerli, anche per le caratteristiche fisiche, perché dipende dai tratti che hanno ereditato, come può succedere per lo sperone, comune ai cani“.

L’ibridazione va infatti studiata per conservare il patrimonio genetico del lupo: “Come ente abbiamo promosso il Life M.I.R.CO-Lupo, che ha come obiettivo principale la conservazione del Lupo in Italia. Si tratta di un’indagine genetica sulla specie, per ricostruire il quadro sugli ibridi e limitare il fenomeno del randagismo dei cani”. Il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano infatti evidenzia come l’ibridazione sia un fenomeno da affrontare gestionalmente, agendo in questo caso su cani vaganti e randagi, con il fine ultimo di neutralizzare il potenziale riproduttivo dei cani-lupo. Conoscerlo infatti, fin nei dettagli genetici, è l’unico punto di partenza per conservare questa specie e quindi imparare a conviverci.

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