L’obbligo al mantenimento dei figli? Un tema oggi più che mai all’ordine del giorno di fronte alla precarietà lavorativa dei giovani

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Avv. Elena Alfieri – avvalfieri.elena@libero.it

Occorre osservare come la questione concernente i presupposti ed i limiti del diritto al mantenimento dei figli maggiorenni – (il cui fondamento normativo è rinvenibile in particolare negli artt. 30 Cost. e 155 quinquies c.c.) – presenta un’indubbia rilevanza dal punto di vista giuridico e sociale atteso che, attualmente, il raggiungimento della maggiore età – e spesso anche il completamento degli studi universitari e post universitari – raramente coincide con il conseguimento dell’autonomia economica da parte dei figli medesimi; proprio per tale ragione, sorge la necessità di assicurare ai maggiorenni la certezza della persistenza del diritto al mantenimento fino all’acquisizione della auspicata indipendenza economica, e ciò tenuto conto altresì sia del fondamento stesso di quell’obbligo di mantenimento gravante sui genitori, sia dello sfondo solidaristico che è proprio della famiglia, considerata come unità fondamentale dell’organizzazione sociale.

Posto quanto sopra, occorre osservare come, per quanto concerne la persistenza del diritto del figlio ad essere mantenuto dai genitori, la giurisprudenza ha costantemente affermato il principio secondo cui l’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli non cessa, ipso facto, con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attività dipenda da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso.

Al riguardo, occorre rilevare come, seppure i giudici di legittimità abbiano precisato che il relativo giudizio concernente l’accertamento della condotta colposa del figlio non può che ispirarsi a criteri di relatività (in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post universitario del soggetto stesso ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto stesso abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione) in realtà, per quanto specificatamente concerne l’indagine del comportamento colposo del figlio, analizzando la giurisprudenza pronunciatasi sull’argomento, emergono non poche incertezze.

Così, per esempio, non è chiara quale sia la tipologia di lavoro che il figlio deve svolgere ai fini di essere considerato completamente autonomo: se, infatti, alcune pronunce affermano che anche il lavoro precario e saltuario – addirittura in alcuni casi si fa riferimento alla mera prospettiva di conseguire l’autosufficienza economica – determina l’estinzione del diritto al mantenimento, in altre occasioni ancora si stabilisce, invece, che esclusivamente il lavoro idoneo a garantire una certa stabilità economica può comportare l’estinzione del predetto diritto.

Sempre a conferma delle incertezze che emergono dall’analisi delle pronunce giurisprudenziali in materia di accertamento della condotta colposa del figlio maggiorenne, è dato rilevare come alcune decisioni affermano che l’avvenuto inserimento nel mondo del lavoro da parte del figlio maggiore d’età – anche qualora l’attività esercitata non corrisponda alle aspirazioni di quest’ultimo – comporta di per sé la cessazione di qualsiasi pretesa in merito ad un eventuale contributo al suo mantenimento da parte dei genitori, mentre un altro indirizzo giurisprudenziale ritiene, invece, che il dovere di mantenimento non cessi per la sussistenza di una qualsiasi occupazione atteso che detto obbligo viene meno solamente qualora il figlio si trovi a percepire un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato.

In altre parole, secondo il predetto orientamento, ai fini della cessazione della persistenza dell’obbligo di mantenimento in capo ai genitori medesimo, ciò che rileva non è il raggiungimento dell’autonomia economica ma – sulla base dei principi espressi dall’art. 36 Cost. – l’adeguatezza della professione alle inclinazioni, aspirazioni, caratteristiche soggettive e alla formazione ricevuta.

Tuttavia, posto dunque che la generale tendenza del nostro ordinamento è diretta a responsabilizzare sempre più i genitori nei confronti dei figli, occorre rilevare come  il giudice debba sempre valutare ogni singolo caso e considerare, altresì, le condizioni economiche e personali del genitore obbligato e quindi se il riconoscimento della continuazione del diritto del figlio ad essere mantenuto risulti eccessivamente gravoso, oppure, se invece rappresenti un costo tutto sommato sostenibile.

L’onere della prova

Ai fini dell’esenzione dall’obbligo di mantenimento è necessario un provvedimento del giudice e l’onere probatorio, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza, spetta al genitore che chiede di essere esonerato dall’obbligazione ex lege, il quale deve, appunto, fornire la prova che il figlio è divenuto autosufficiente, ovvero che il mancato svolgimento di attività lavorativa sia a quest’ultimo imputabile.

La legittimazione ad agire

Una questione controversa è quella inerente il soggetto legittimato a far valere in giudizio il diritto del figlio maggiorenne al mantenimento, considerato che l’art. 155-quinquies c.c. dispone il versamento dell’assegno “all’avente diritto”.

E’ visto con favore l’intervento del figlio maggiorenne ma non autonomo nel giudizio (di separazione o divorzio) pendente tra i propri genitori al fine di far valere il proprio diritto al mantenimento (realizzando così un “simultaneus processus”) e, inoltre, l’orientamento maggioritario ritiene tuttora sussistente la legittimazione del coniuge convivente (“concorrente” o “straordinaria”) ad agire iure proprio nei confronti dell’altro genitore, in assenza di un’autonoma richiesta da parte del figlio per richiedere il versamento dell’assegno.

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