Mara Tassi e i suoi cesti di salice: custodi di un antico sapere

Mara Tassi abita a Valditacca e impara a fare cesti di salice grazie a Giorgio Giacopinelli, un amico di suo padre; come ogni maestro degno di questo nome, Giorgio le insegnerà molto di più

Mara Tassi abita a Valditacca e impara a fare cesti di salice grazie a Giorgio Giacopinelli, un amico di suo padre; come ogni maestro degno di questo nome, Giorgio le insegnerà molto di più

di Vanessa Allegri

VALDITACCA – Il salice è una pianta che affascina l’uomo sin dall’antichità, tanto da divenire protagonista di numerose leggende. Una di queste proviene dal Giappone e narra dell’importante riflessione fatta secoli fa da un medico di nome Shirobei Akiyama. Durante un’intensa nevicata, il medico osservò i rami di piante robuste e forti spezzarsi sotto il peso dei fiocchi di neve. Il suo sguardo si posò poi sul salice. I suoi rami flessibili non si opponevano al peso della neve, bensì si piegavano per farla scivolare verso terra. Così facendo, il salice manteneva intatta la sua struttura senza spezzarsi. Questo principio di non-resistenza e adattabilità divenne quindi alla base di arti marziali come il Jiu-Jitsu prima e il Judo poi.


Mara Tassi era all’oscuro di questa leggenda, ma conosce molto bene i salici e ha imparato nel corso degli anni a sfruttarne l’elasticità per produrre oggetti unici. Originaria di Corniglio, Mara si trasferisce nel 2010 a Valditacca per amore di Mauro. Galeotto fu il cavallo Beautiful, nome ideale per l’inizio di una storia d’amore. “Mi sono innamorata prima del cavallo che di lui“, racconta Mara sorridendo. La comune passione per questi animali caratterizza da subito la loro unione, rinsaldandola nel 2015 con la nascita di Zoe, bimba tanto dolce quanto arzilla, dalle tenere guance rosee come Heidi.

Salice: non solo leggenda

Oltre ai cavalli, Mara ha anche un’altra grande passione: i cesti di salice. Ad insegnarle tutto ciò che c’è da sapere per creare questi eccezionali manufatti fu Giorgio Giacopinelli, un amico di suo padre nato e vissuto sempre a Rivalba, frazione di Ghiare di Corniglio. Giorgio si allontanò dal suo amato paese natio solo da giovane, per andare a lavorare nelle gallerie. Poi però si ammalò di silicosi e dovette far ritorno a casa. Da quel momento, Giorgio si confinò a Rivalba, trascorrendo la maggior parte del suo tempo nei boschi.

Lì avvenne l’incontro con la piccola Mara, che accompagnava il padre quando andava a tagliare la legna. Ogni volta incontravano Giorgio e ogni volta Mara lo osservava rapita mentre intrecciava i rami di salice. Col tempo nacque un’amicizia e un giorno Mara gli chiese di insegnarle a fare i cesti. “Era l’uomo più contento del mondo“, ricorda. “Altri avevano provato ad imparare, ma senza successo. In me invece ripose tutte le sue speranze“. Era il 2002, e Mara riuscì a carpire l’arte di Giorgio dopo circa tre anni.

Per fare un cesto… Ci vuole il salice giusto

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Ne esistono tantissime varietà ma l’ideale per ottenere cesti resistenti è il salice domestico, detto“salze” in dialetto. Questo si differenzia dalle “vizze” – i salici di fiume – per il colore chiaro dei rami e la loro maggiore elasticità. Le vizze vengono invece utilizzate per gli elementi decorativi dei cesti grazie al colore scuro dell’arbusto, che fa risaltare l’ornamento. La prima cosa che Giorgio insegnò a Mara fu proprio questa: scegliere la pianta. Dopo averlo individuato, il salice va potato; subito dopo, i rami vanno pelati: la corteccia deve essere separata dallo “stropel” (termine dialettale che indica il ramo di salice).

La potatura e la pelatura vanno fatte rigorosamente tra aprile e maggio, durante la stagione degli amori – spiega Mara. In questo lasso di tempo la corteccia viene via più facilmente. Dopo diventa un tutt’uno con il ramo ed è difficilissimo staccarla. La stagione degli amori era il momento di maggior attività per me e Giorgio. Potare i salici, pelarli e raggrupparli in fascine. Non facevamo altro“. Una volta pronti, prima di essere utilizzati i rami devono restare immersi in acqua per un giorno. Così facendo, recuperano elasticità e non si spezzano. Stessa cosa se si sospende la lavorazione a cesto ancora incompleto: prima di riprendere va tenuto in acqua una notte.

Al prim cavagn al và brusè

Il primo cesto va bruciato, il secondo non va regalato e con il terzo ci puoi fare quello che vuoi”, ripeteva sempre Giorgio. Nonostante Mara abbia assemblato il suo primo cesto con la supervisione di Giorgio, il risultato non fu incoraggiante. “Era inguardabile! – ammette con un sorriso. E infatti l’ho dovuto bruciare, anche se avrei preferito tenerlo per ricordo. Non riuscivo a tenere i rami dritti, era tutto storto; pensavo che non avrei mai imparato. Giorgio però sapeva che ce l’avrei fatta e ha creduto in me”.

Ci sono cose che non si possono comprare…

Considerando tutto il lavoro e il tempo (per assemblare un cesto servono almeno otto ore) che questa attività richiede, Mara sostiene che il valore dei suoi cesti sia inestimabile sul piano economico. “Giorgio non ha mai venduto i suoi cesti, li ha sempre regalati. Penso ci siano cesti di Giorgio in tutte le case di Corniglio, personalizzati da lui in base alle differenti esigenze. Io ho venduto un solo cesto nella mia vita ma me ne sono pentita“, racconta Mara con rammarico.

Ho sempre regalato i miei cesti a persone a cui tengo per lasciar un ricordo unico e irripetibile. L’unica volta in cui l’ho venduto ho provato una brutta sensazione: la persona non era soddisfatta e pensava che il prezzo – 35 euro – fosse troppo alto. Il valore di un cesto non è quantificabile. È difficile stabilire un prezzo, perché non ce l’ha. Risulta troppo caro per chi acquista e troppo a buon mercato per chi produce. Mi basterebbe che mia figlia Zoe un giorno mi chiedesse di insegnarle a fare i cesti come io ho chiesto a Giorgio. Sarei contentissima e avrei raggiunto il mio scopo”.

Giorgio: un grande Maestro di vita

Come tutti i maestri che si rispettino, Giorgio non si è limitato ad insegnare a Mara come fare cesti di salice. “Giorgio mi ha trasmesso una grande calma interiore. Era uno degli uomini più forti che abbia mai conosciuto ma era delicato e riflessivo – ricorda commossa. La sua filosofia di vita mi ha aperto gli occhi. Passava molto tempo da solo ma era sempre contento. Chi non lo conosceva bene poteva pensare che non sapesse cosa fare della sua vita, invece no; lui desiderava stare a Rivalba, aveva tutto ciò che voleva. Grazie a lui ho imparato ad amare e conoscere meglio i luoghi in cui abito e in cui sono nata. Ora so che questo per me è il posto migliore in cui vivere. Penso sia l’insegnamento più grande che si possa ricevere“.

Prima che la malattia portò via Giorgio nell’ottobre 2012, a Mara piaceva andare a trovarlo a sua insaputa e fargli una sorpresa. “In casa non c’era mai, ma lo trovavo sempre in un campo vicino a Rivalba chiamato la Nuda perché letteralmente spoglio“, chiarisce Mara. “Prima di arrivare al campo, c’è uno sperone di roccia da cui si vede da un lato Corniglio, dall’altro la Val Parma. Lui aveva messo una panchina lassù e vi trascorreva giornate intere”.

Probabilmente lo spirito di Giorgio è ancora là, su quella panchina vicino alla Nuda, a contemplare le sue montagne e a riflettere su come fare un cesto in grado di contenere tutto il suo amore per questi luoghi.

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