Maxime Mbandà in prima linea contro il Covid-19: “I giovani? Diano un contributo” | INTERVISTA

Dalle sfide sul terreno di gioco alla lunga e difficile battaglia contro un nemico silenzioso come il Coronavirus. L’esperienza in prima linea di Maxime Mbandà, giocatore delle Zebre Rugby e della Nazionale Italiana, volontario della Croce Gialla di Parma e un chiaro messaggio rivolto ai giovani che passano le loro giornate nelle loro abitazioni durante la quarantena.

Maxime Mbandà, dalle partite con le Zebre e con la Nazionale italiana alla sfida più importante: la battaglia contro il Coronavirus. Ci puoi raccontare la tua esperienza di volontariato in prima linea? 

“Ero a Roma con la squadra nazionale e stavamo preparando una partita del torneo del Sei Nazioni contro l’Inghilterra quando ci dissero che non sarebbe stata giocata nessuna partita e ci mandarono a casa. Così mi sono trovato con le mani in mano e mi chiedevo cosa avrei potuto fare per aiutare la mia comunità nonostante non avessi le competenze necessarie come laurea in medicina o infermieristica. Così ho fatto una ricerca su internet e mi sono imbattuto in un articolo che parlava di una collaborazione tra il Comune di Parma e la Croce Gialla che parlava di portare medicine e cibo agli anziani a cui era stato proibito di lasciare la casa, ma soprattutto per salvaguardare la loro sicurezza e la loro vita. Così ho iniziato a fare questi servizi il primo giorno, mentre dal secondo giorno, che avevano bisogno di personale, mi hanno chiesto di aiutare a trasportare i pazienti con coronavirus positivi da un ospedale all’altro”.


Nel rugby il passaggio indietro è un gesto fondamentale e che tutti riconoscono. In questa nuova sfida hai trovato qualcosa di altrettanto distintivo, che non ti dimenticherai mai e che vorresti raccontare ai giovani sportivi?

“Sì nel rugby si raggiunge un obiettivo che è la meta passando la palla indietro e sembra quasi in antitesi, proprio come in questo caso dove per raggiungere l’obiettivo che è uscire dall’emergenza Coronavirus sembra che si debba fare un passo indietro come stare a casa in quarantena. Quindi vuol dire che stando in casa stiamo aiutando anche noi, pur sempre annoiandoci, a risolvere la situazione.

E vorrei mandare un messaggio ai giovani che vivono da soli, non con bambini o anziani. Se sei annoiato a casa e l’unica cosa che stai facendo ora è lamentarti sui social media, prova a fare una ricerca sul web. Sono abbastanza sicuro che qualcuno, come le croci, abbia bisogno del tuo aiuto.

Ed inoltre, per noi giovani che siamo cresciuti con i social network, è facile divertirsi in questi giorni; oltre alle varie attività che possono essere svolte a casa possiamo rimanere in contatto con amici e familiari. Invece ci sono molte persone anziane che sono state a casa per molto più tempo di noi perché tutti hanno detto loro di rimanere a casa perché questo coronavirus infetta gli anziani più facilmente, quindi si trovano soli, alcuni senza televisione, senza possibilità di parlare con nessuno. Il messaggio è rivolto specialmente ai giovani: se hai paura di diventare volontario, ci sono molte piccole cose che puoi fare in totale sicurezza come sollevare il telefono e chiamare un parente o un amico di famiglia che sappiamo sia a casa da solo. Una telefonata di dieci/quindici minuti al giorno non ci toglierebbe alcun tempo prezioso ma lo darebbe a loro e li aiuterebbe a superare questi giorni forse con un sorriso ed in modo più veloce”.

Ti sei messo in gioco in un contesto diverso dallo sport, cosa che hai già fatto anche in passato. Ci puoi raccontare come si sconfigge la paura di un avversario così tosto come il virus?

“Dentro l’ambulanza io sto dietro con i pazienti, che ovviamente hanno paura quando vengono trasportati perché pensano di morire. Molti di loro sono inconsci e non capiscono, la maggior parte sono intubati da bombole di ossigeno ma con i loro occhi riescono a farti capire le loro emozioni e le loro paure. Sono con loro durante il trasporto e cerco solo di sostituire il loro familiare che dovrebbe essere lì con l’ambulanza ma che per ovvi motivi non può. Cerco di confortarli, tenerli per mano, accarezzarli. Penso e spero che, se fossi a casa in una città ed avessi un parente in un’altra città in questo periodo, vorrei che qualcuno facesse quello che sto facendo io e trattasse mia nonna, mia zia o mia mamma, per esempio, come se fosse la sua. Perché rimanere soli è la cosa peggiore che ci possa essere”.

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