L’Ospedale Vecchio di via Massimo D’Azeglio, il più importante edificio civile dell’Oltretorrente; un tempo luogo di cura oggi luogo di archivio e memoria
MEMORIE DI PARMA | Ancora molto vivo nella memoria e nella sensibilità dei parmigiani per la sua storica funzione legata alla cura degli ammalati, l’Ospedale della Misericordia è oggi prevalentemente utilizzato come contenitore di importanti archivi e biblioteche. Questo ospedale, considerato ancora uno dei più importanti edifici monumentali del centro storico di Parma, ha condizionato le vicende urbanistiche e sociali di tutto l’Oltretorrente. Ne tracciamo le vicende storiche che lo hanno caratterizzato nei suoi otto secoli di vita.
Le origini: dall’acquisizione del terreno alla costruzione della struttura
Le origini dell’Ospedale della Misericordia di Parma risalgono al periodo medievale, quando fra il 1201 ed il 1202 Rodolfo Tanzi acquisisce in affitto perpetuo un terreno edificato, situato in borgo Taschieri (oggi borgo Cocconi) nel quartiere Capodiponte, come veniva allora denominato l’Oltretorrente. Ad attestare l’acquisizione è un documento dell’aprile del 1202, nel quale il Vescovo di Parma Obizzo Fieschi concede allo stesso Rodolfo Tanzi, definito hospitaleris, di erigere una nuova chiesa intitolata alla Vergine Maria e a Tutti i Santi “che doveva servire alle esigenze della comunità di un ospedale già eretto in borgo Taschieri“. Il primo documento che cita in modo esplicito questo ente assistenziale è un rogito notarile che riporta la data del 1 settembre 1204. Si trattava del terzo ente ospedaliero sorto in Oltretorrente dopo quello di San Giacomo, localizzato nell’attuale piazzale sul lato nord di Via D’Azeglio, e quello di S. Giovanni gerosolimitano, posto di fronte alla chiesa di Santa Croce; ma si trattava del primo ospedale fondato e gestito da un laico, e poi a lui perfino intitolato.
Occorre però precisare che, fin dagli inizi, questo ente ospedaliero era articolato in due sezioni, una a nord della strada (l’attuale Via D’Azeglio), propriamente denominata “Ospedale di Rodolfo”, con annessa la chiesa di Ognissanti, ed una a sud, denominato “Ospedale di S. Antonio”, con annesso il cimitero. Questa doppia articolazione sui due lati della via Emilia era probabilmente funzionale ad una sorta di suddivisione dei compiti assistenziali e di ospitalità. Col tempo, e anche a causa di contrasti con la parrocchia di Santa Maria di Borgo Taschieri, l’ospedale si ridusse alla sola struttura posizionata a nord della strada, anche se le tre denominazioni (di Rodolfo, di S. Antonio, di Ognissanti) spesso vennero usate in modo indistinto generando quindi conseguenti equivoci, una volta persa la memoria della duplice articolazione.

Rodolfo Tanzi: il fondatore laico “attento più agli aspetti strutturali che non ai risvolti religiosi”
Di Rodolfo Tanzi sappiamo molto poco. Nei documenti ad oggi conosciuti viene menzionato in 18 atti compresi fra il 1201 ed il 1216. Viene raffigurato con un berretto piumato a larghe tese, secondo un’iconografia già diffusa nel ‘500 che lo voleva cavaliere di origini germaniche e appartenente all’Ordine Teutonico. Ma di questa appartenenza non si conoscono prove concrete ed essa venne messa in dubbio fin dal VIII secolo da Ireneo Affò. Nei documenti è descritto come una persona impegnata ad acquisire, a vario titolo, proprietà e diritto sul sistema di canalizzazione delle acque per le necessità idriche e fognarie dell’ente ospedaliero; una persona “attenta più agli aspetti strutturali e funzionali […] che non ai risvolti religiosi che la concezione dell’epoca attribuiva alle attività assistenziali“.
Questo ci consente di osservare come, a quel tempo, la creazione di un ente ospedaliero era al centro di una serie di complessi rapporti che comprendevano certamente l’assistenza ai bisognosi e l’ospitalità, ma anche una sorta di controllo del territorio attraverso opere connesse all’edilizia, alla viabilità, all’urbanistica. E anche grazie a numerose donazioni, l’ospedale poté acquisire immobili, terreni e diritti d’acqua e il suo sviluppo fu certamente favorito anche dalla nascita, nel XIII secolo, della Scuola Medica. Rodolfo Tanzi muore, probabilmente, nel 1216.
Dopo Tanzi: da Pietro alla costruzione del nuovo Ospedale Grande
Il suo successore fu un sacerdote di nome Pietro e l’ospedale cominciò quindi ad essere considerato, a tutti gli effetti, come un istituto religioso soggetto al vescovo. La gestione era affidata a conversi (con l’obbligo di residenza presso la struttura) governati da un rettore che aveva il compito di occuparsi delle varie proprietà e dello sviluppo dell’ospedale. In un documento del 23 ottobre 1350 si trovano alcuni dati riguardanti l’ospedale: al suo interno erano ospitati più di 100 poveri infermi e più di 70 orfani (a quel tempo la città contava circa 17.000 abitanti).
Ma fu la peste del 1468 a rendere problematica la gestione di un numero notevolmente aumentato di ammalati e trovatelli che cercavano assistenza nei vari istituti cittadini. Per queste ragioni gli Anziani di Parma proposero al Duca Galeazzo Maria Sforza, che a quel tempo governava la città, di chiedere al Pontefice l’unione di tutti gli ospedali minori della città e del contado al Rodolfo Tanzi. Dal punto di vista architettonico, oggi non rimane nulla dell’ospedale duecentesco: un rogito del 1292 ne delinea una tipologia simile a quella di un convento con un blocco di case, un portico su strada e un chiostro. Verrà sostituito interamente dal nuovo Ospedale Grande costruito a partire dal 1470.
La nascita dell’Ospedale Grande, sorto dall’unione dei tre ospedali minori della città
All’indomani della peste del 1468 le condizioni delle strutture assistenziali erano assai precarie, anche a causa della cattiva gestione esercitata dai diversi Rettori, spesso accusati di distrarre a proprio favore le entrate destinate a infermi e pellegrini. Nel 1470, la città era governata da Galeazzo Maria Sforza, gli Anziani del Comune proposero di riunire gli ospedali minori della città e del contado a quello di Rodolfo Tanzi. La proposta venne accolta da papa Sisto IV con una bolla del 1471 nella quale venivano elencati tutti gli ospedali, ospizi ed oratori che sarebbero stati annessi nella nuova struttura. La bolla di Sisto IV prevedeva anche la cessione della proprietà dell’ospedale al Comune che acquisiva anche il diritto di eleggerne i Rettori e disponeva la demolizione del vecchio edificio in modo da poterne costruirne uno nuovo in grado di accogliere un maggior numero di infermi poveri e poter esercitare altre opere di misericordia.
Il cantiere iniziò certamente attorno al 1476, su progetto dell’architetto del Comune Gian Antonio da Erba. Non avendo a disposizione i disegni originali, oggi è possibile solo formulare ipotesi circa le intenzioni progettuali dell’urbanista: il progetto prevedeva una pianta centrale a croce greca con quattro chiostri, secondo una tipologia comune ai coevi ospedali di Milano e Pavia, un porticato simmetrico (rispetto all’asse centrale) composto da 10 campate per lato, poi non realizzato, per mantenere funzionanti locali preesistenti, che verranno poi ristrutturati nell’Ottocento. Con il Da Erba collaborano alcuni importanti artisti e artigiani come Gaspare Fatuli, il cui fratello Antonio fu incaricato delle volte e dei tetti, o Antonio Ferrari d’Agrate, fornitore delle colonne e delle altri parti in pietra. La sovrapposizione, nel tempo, di ampliamenti e ricostruzioni rende complicata la lettura delle vicende progettuali e cantieristiche di questo complesso ospedaliero.
Una prima campagna di lavori porta a conclusione l’impianto a croce delle infermerie, la chiesa (nel braccio verso sud) e la facciata, con ingresso decentrato rispetto al porticato, e il chiostro degli Esposti. A causa del continuo aumento dei ricoverati (nel 1521 sono circa 600), i rettori decidono di attuare un ampliamento che verrà realizzato dopo il 1587 sui disegni di Gian Francesco Testa, riguardante il prolungamento dell’infermeria verso est e l’aggiunta, verso ovest, di un padiglione (destinato alle donne), che raggiunge l’attuale vicolo S. Maria. Anche l’Ospizio degli Esposti viene ampliato, creando un secondo corpo verso est, separato da un vicolo ma sempre porticato sul fronte strada (nel 1663 il vicolo viene chiuso con la realizzazione dell’oratorio di S. Ilario).
L’Ospedale Grande di Parma manteneva la distinzione fra l’Ospedale della Misericordia, verso ovest, e l’Ospizio degli Esposti (denominato anche Ospedale di S. Antonio o di Rodolfo Tanzi), che occupava la parte a est, lungo la strada maestra di S. Croce, a lato del chiostro, destinato ai trovatelli. L’intera struttura era organizzata attorno alla grande croce greca, sormontata da una cupola. I malati venivano collocati al primo piano (isolato dall’umidità dal piano terra), mentre la copertura a volta della crociera (alta 18 metri) era dotata di aperture per il ricambio d’aria. Al centro c’era un altare per permettere di assistere alle funzioni religiose da qualsiasi lato. Il nuovo ospedale (detto della Misericordia o Grande) non comportò l’annullamento o la fusione con il Rodolfo Tanzi. Quest’ultimo rimase come orfanotrofio fino al 1805 quando, per volere di Maria Luigia fu trasferito nel vicino ex convento di San Paolo.
Tra Seicento e Settecento: l’Ospedale dall’Oratorio dedicato al culto di S. Ilario alla alle modifiche del periodo dei Lumi
L’episodio più importante del Seicento riguarda l’edificazione dell’Oratorio di S. Ilario al quale era dedicata una chiesa fuori porta S. Croce, fatta però distruggere, per ragioni militari, da Pier Luigi Farnese, il quale aveva poi disposto lo spostamento del culto del Santo nella chiesa interna dell’ospedale maggiore. Questa chiesa, divenuta pericolante, venne demolita nel 1646 e nel 1663 il rettore dell’ente ospedaliero Francesco Roncaglia fece erigere l’attuale oratorio a tre navate, in un vicolo pubblico che il Comune, nel 1516, concesse all’Ospedale in modo da accorpare i casamenti che restavano separati. L’unica condizione che l’amministrazione comunale pose, fu di aprirne uno nuovo, spostato verso est, nell’attuale vicolo Grossardi. Il culto di Sant’Ilario aveva il suo culmine nel giorno del patrono, il 14 gennaio: fin da quando esisteva l’antica chiesa e il sobborgo fuori porta S. Croce, si svolgeva una solenne processione alla quale partecipavano il Podestà, gli Anziani del Comune, seguiti dalle Corporazioni e dalle Confraternite.
A metà del Settecento la chiesa vecchia (posta nel braccio sud della crociera) venne utilizzata come infermeria, con la costruzione di 8 camere e dell’Oratorio Novo, benedetto dal vescovo il 21 dicembre 1757 e inaugurato con la celebrazione della Santa Messa della notte di Natale. Della vecchia chiesa rimaneva così solo il campaniletto. C’era però la necessità di aumentare gli alloggi destinati ad accogliere un sempre più cospicuo numero di infermi visto l’aumento della popolazione: prima dell’ampliamento del braccio nord, furono sistemate le strutture lignee che consentivano probabilmente, come descritto nel disegno della Raccolta Sanseverina, di posizionare i letti in celle soppalcate.
Intorno al 1767 venne allungato il braccio nord della crociera che arrivò a ridosso del Giardino Ducale; in questo modo l’impianto originale veniva modificato drasticamente, passando dalla croce greca a quella latina. In questo periodo venne anche realizzato un fabbricato utilizzato per i servizi accessori dell’ospedale, oggi occupato dai servizi bibliotecari del Comune di Parma. Nel Settecento il complesso si presentava come “organismo ad economia chiusa, alla stregua di una grande fattoria agricola, di una corte feudale o di un convento“, dotato di tutto il necessario per una vita autonoma: la spezieria, le cantine, una panetteria, le altane-stenditoio, le cucine ed i refettori, la legnaia, le dispense.
Nel 1782, su progetto dell’architetto Louis Auguste Feneulle, venne modificato lo scalone d’accesso con la realizzazione del monumentale scalone neoclassico. Questo intervento rientra in un più ampio progetto voluto da don Ferdinando di Borbone che aveva commissionato anche il cancello in ferro battuto, le volte delle infermerie, le ampie finestre per il ricambio dell’aria e la cupola, sotto la quale, al centro della crociera, si ergeva il doppio altare. Sempre sotto la cupola, vengono poste 4 statue raffiguranti le virtù (Compassione, Amore del prossimo, Assistenza e Carità), oggi conservate alla Galleria Nazionale.
L’Ospedale nell’Ottocento e la dominazione francese: da istituzione cristiana a istituzione pubblica e civile
L’Ottocento parmigiano si apre sotto la dominazione francese, precisamente il 9 ottobre del 1802, data di insediamento di Moreau De Sait-Mery come Amministratore Generale degli Stati di Parma. Epurato dei valori cristiani, l’ospedale si trasforma con i francesi in istituto pubblico, diventando Ospedale Nazionale; successivamente saranno tutte le opere pie, ospedaliere e di ricovero ad essere raccolte sotto un’unica amministrazione, detta degli Ospizi Civili. Il nostro ospedale, a quell’epoca denominato Maggiore, veniva destinato esclusivamente alla cura degli infermi (sia civili che militari), mentre l’Ospizio degli Esposti venne trasferito, dopo 600 anni, nei locali dell’ex convento di Santa Maria delle Grazie (confiscato alle suore Cappuccine e poi demolito nel XX secolo) che si trovava all’altezza di Borgo Scoffone, fra la strada maestra di San Michele (l’attuale via della Repubblica) e il Collegio Maria Luigia. Nel 1843 l’estremità ovest dell’edificio venne adattata a convitto per le Suore della Carità di San Vincenzo, impiegate all’interno dell’ospedale. La ristrutturazione venne affidata all’architetto di corte Nicola Bettoli; questo fu l’ultimo significativo intervento operato nel complesso ospedaliero. Durante il soggiorno di Maria Luigia, l’Ospedale divenne la sede delle scuole universitarie di Clinica Medica e Chirurgica, mentre fu la stessa sovrana francese a intervenire, a spese del suo erario personale, per fornire il riscaldamento delle corsie ospedaliere. Nel 1818 venne istituito l’Ospedale de’ Pazzerelli nell’ex convento dei Minimi di San Francesco di Paola, in strada Santa Croce a poca distanza dall’Ospedale Grande, e a quest’ultimo collegato con con un lungo corridore: la struttura fu poi trasferita a Colorno nel 1872.
Novecento: la nascita di una nuova struttura ai Prati di Valera e l’Ospedale di via D’Azeglio diventa magazzino e Archivio statale
Nel 1904 iniziarono gli studi preparatori per la realizzazione di un nuovo Ospedale Maggiore, sui quali però c’era un vincolo conservativo applicato dalla Soprintendenza ai Monumenti, ma è solo nel 1926 che si compie il trasferimento nel nuova struttura situata in località Prati di Valera. L’amministrazione degli Ospizi Civili, successivamente mise in vendita tutto il complesso, che cominciò così ad essere denominato, “Ospedale Vecchio”, in contrapposizione a quello nuovo. Nel 1928 venne acquistato dal Comune di Parma e da questo momento l’edificio venne utilizzato per diversi scopi: deposito militare, magazzino comunale, abitazioni di famiglie di sfollati e non abbienti, sede di circoli politici e ricreativi, biblioteche e archivi comunali. Inoltre, nel 1948, in seguito ai bombardamenti della Pilotta, venne trasferito qui l’Archivio di Stato. L’allora direttore Don Drei scelse questa destinazione (alternativa ai padiglioni del Parco Ducale), per la presenza delle scaffalature lignee, a suo tempo realizzate per il deposito militare.
© riproduzione riservata