Michele Grassani, direttore d’orchestra tra passione e tanto studio | INTERVISTA

“Il primo modello? il Maestro Zarba alla guida della banda di Fornovo” Il campanello suona…

“Il primo modello? il Maestro Zarba alla guida della banda di Fornovo”

Il campanello suona puntualissimo, cinque minuti prima dell’appuntamento. È Michele Grassani, promettente direttore d’orchestra ventiduenne di Borgotaro e residente a Ramiola. Ecco la nostra intervista:

Puoi ricordarci come è scoccata la tua scintilla per la musica e per questa professione?


La mia scintilla è stata sicuramente aver assistito al modo di lavorare del Maestro Francesco Zarba (direttore della banda di Fornovo); come lui preparava le prove ed osservare la sua dedizione alla banda come se si trattasse di una vera a propria orchestra. Ero in seconda media e iniziavo in quel periodo a frequentare quel gruppo di musicisti.

Quale è stato il tuo percorso di studi? Quando e dove è iniziato?

Il mio percorso di studi  inizia in quinta elementare: la mia maestra di musica, Simona Anelli, si occupava dei laboratori musicali in collaborazione con la banda di Medesano. Iniziai con il sax, che però non fu una mia scelta, ma un consiglio della mia famiglia. Io avrei suonato volentieri le percussioni. L’anno  successivo, tuttavia, alle scuole medie di Fornovo iniziai  il laboratorio di musica con il Maestro Zarba: fui attratto in particolare dalla “mini banda”, una sorta di Banda Junior in cui decisi di entrare immediatamente. Il mio percorso è proseguito al conservatorio Arrigo Boito di Parma con il diploma in sax e la laurea, di pochi giorni fa, in strumentazione e direzione di orchestra di fiati.

Quale è stato il tuo debutto sul podio di direttore?

Fu in quinta superiore, al liceo musicale: si era deciso di fare un concerto di Pasqua con alcuni miei colleghi strumentisti a fiato; era necessario che qualcuno desse gli attacchi durante l’esecuzione e pensammo che fosse necessario un direttore. Diressi il mio primo concerto e i miei dodici primi strumentisti.

Pochi giorni fa hai debuttato come direttore alla guida della SWB (Symphonic Wind Band) del Conservatorio di Parma nella prestigiosa cornice dell’Auditorium del Carmine. Quali sono state le tue sensazioni nel dirigere una compagine più numerosa e composta anche da alcuni musicisti d’esperienza?

Con i ragazzi più giovani mi sono sentito maggiormente a mio agio; dai musicisti con molti anni in più di me d’esperienza ho ricevuto invece consigli preziosi. In quest’occasione posso certamente dire di aver ricevuto più di quanto abbia dato.

Tu componi. Quando hai pensato che questa potesse essere una strada lavorativamente percorribile?

Una sera alle prove della band, suonavamo “Divertimento” e “Caleidoscopio” di Lorenzo  Pusceddu, uno dei miei compositori contemporanei preferiti. Fu durante l’esecuzione di questi due brani che mi dissi “voglio provare a scrivere un pezzo come questo”: così nacque “Hubble Farewell”, brano visionario, che ci porta tra le atmosfere siderali di un addio e la dismissione del grande telescopio spaziale.

Non hai una pagina Facebook: scelta snob, vezzo o semplicemente non ti interessa?

Non l’ho mai avuta, non è una scelta precisa, tantomeno radicale. Diciamo che finché posso farne a meno resisterò. Non è escluso che possa esserci in futuro. Se per lavoro, per promuovere quello che faccio o condividere dei contenuti musicali con altri appassionati e colleghi non escludo che possa essere una bella idea. Non conta forse il mezzo in sé ma l’utilizzo e la consapevolezza di ognuno di noi.

Ti abbiamo visto dirigere: c’è qualcuno a cui ti ispiri tra i direttori contemporanei o del passato?

Bernstein, Kleiber, ma soprattutto Levine del Met di New York per il modo in cui interpreta Mozart. Il grande Muti per Verdi e naturalmente il Maestro Zarba e il Maestro Saba del Conservatorio. Tuttavia, se penso alla prima vera lezione di direzione d’orchestra, il mio pensiero va alla banda.

Michele Grassani, direttore d’orchestra borgotarese tra passione e tanto studio - INTERVISTAC’è un teatro nel quale ti vedi lavorare in futuro? Un luogo? Un sogno?

Ora non immagino un luogo particolare ma un sogno c’è, ovvero quello di  riportare in auge i piccoli teatri di Provincia e ridonargli una regolare stagione lirica. Mi riferisco a teatri come il Magnani di Fidenza o  quello di  Gualtieri: in futuro mi vedrei in uno di questi piccoli teatri a dare una mano.

Sei appassionato di opera, questo ha influenzato il tuo modo di dirigere i cantanti?

Sembrerà strano ma la cosa che più mi ha aiutato è stato dirigere i solisti strumentisti: questa esperienza mi ha dato una direzione e spianato la strada verso una crescita professionale: si è rivelato un collante indispensabile tra cantanti e orchestra.

Spesso dirigi i brani che componi: lo facevano anche i grandi del passato, ne trai ispirazione?

Nell’ambiente bandistico tutti i compositori dirigono le proprie opere, cosa che non accade più tanto spesso nella musica sinfonica e nelle grandi orchestre, anche per motivi economici. La banda oggi ha una dimensione che ti permette, anche in condizione di ristrettezza economia, di fare questo tipo di esperienza. E’ un fatto da non sottovalutare e anzi da valorizzare in tante esperienze locali e non.

Qual è il genere musicale che segui al di fuori del tuo lavoro?

Guardo The voice, il Festival di Sanremo come i concerti di musica contemporanea. Credo di possedere una mentalità aperta, senza inutili snobismi.

Infine, c’è qualcuno a cui ti piacerebbe dire “grazie” per i risultati raggiunti?

A tante persone: al mio primo insegnante da bambino, “il Maestro Adriano”, al Maestro Zarba, al Maestro Saba, che mi ha insegnato a scrivere per Banda, ma anche a Simona Anelli e ai Maestri di sax Faziani e Alunno. Vorrei aggiungere un’ultima riflessione insieme a un desiderio: purtroppo la banda è ancora snobbata e relegata a folklore dai più; vorrei che questo tipo di formazione tornasse a essere al centro della divulgazione musicale. Vorrei che le bande portassero nelle piazze e nei borghi l’opera e le grandi sinfonie. Il Maestro Pusceddu, il Maestro Somadossi e il grande Muti sono tra i promotori di questa idea di banda: perché lasciare inascoltati i loro appelli?