Voci dell’Appennino, Marco e Martina: “Monchio un richiamo alle radici”
Proprietari del Bar Cabonè in piazza Monchio: la scelta di restare in montagna, nonostante il “vuoto” invernale
Lo spopolamento delle zone montane nel Parmense è stata una ferita profonda, un lento esodo che ha lasciato borghi silenziosi e ricchi di storia a rischio oblio. Intere generazioni si sono spostate altrove, cercando un futuro più agevole e maggiori opportunità. Tuttavia, un’onda crescente di ripopolamento sta ora rianimando queste terre. Non si tratta di un ritorno di massa, ma di scelte coraggiose di individui e famiglie che scommettono sulla montagna, dimostrando come, con dedizione e spirito di iniziativa, sia possibile riscrivere il destino di luoghi che sembravano condannati, trasformando le sfide in una nuova, vibrante rinascita.
Siamo venuti a conoscenza della storia di Martina tramite l’apertura dell’asilo a Palanzano e di come lei sia un vivido esempio di come le radici possano richiamare a casa. Non ha sempre vissuto in montagna, ma già adolescente lavorava al “Bar Cabonè” della zia a Monchio e amava passarci le estati o le vacanze, e alla fine delle superiori, spinta anche da una situazione economica difficile, accettò l’offerta di un lavoro a tempo pieno. Quel trasferimento segnò l’inizio di una nuova vita in montagna: qui, insieme a Marco e ai suoi bambini, non solo ha dato nuova linfa al locale di famiglia, ma ha anche costruito la sua famiglia, diventando una colonna portante della rinascita di questo borgo.
Cosa vi ha portato a questo trasferimento verso Monchio?
Per me è stato un vero e proprio richiamo alle radici, ma anche una necessità. Mia madre è nata e cresciuta qui a Monchio fin da piccola, passavo le estati qui, dando una mano nel bar di mia zia, facevo qualche serata, o lavoravo qualche weekend.. Poi, finita la scuola superiore nel 2009, la situazione economica a casa era molto difficile. Mia zia, che all’epoca era ancora la proprietaria del bar, mi ha offerto di lavorare qui a tempo pieno come barista. Per me, quella proposta è stata una vera ancora di salvezza, un’opportunità irrinunciabile. Così, ho accettato subito e sono venuta a vivere e lavorare qui a Monchio. Da quel momento, questa è diventata la mia casa, il luogo dove ho costruito la mia famiglia con Marco e dove continuiamo a investire le nostre energie
Che cambiamento noti da questo spostamento?
Vivere qui in montagna è una scelta, e come ogni scelta, comporta dei compromessi. Si usa di più la macchina, certo, ma in cambio ognuno di noi ha un giardino e la foresta a due passi. Il cambiamento più grande lo vedo nei bambini: sono molto a contatto con la natura e gli animali, sviluppando una confidenza unica con l’ambiente. E poi, essendo in pochi, hanno molta più confidenza con gli adulti, imparano a conversare e confrontarsi non solo con i coetanei. Questo è un valore aggiunto enorme che la vita di paese offre loro
Quali servizi o supporti mancano secondo te a Monchio?
Il lavoro è, a mio avviso, il problema principale qui. Vedo tante persone, soprattutto donne, che con grande coraggio si lanciano in nuove attività – come l’estetista o il fiorario, un bellissimo segno di vitalità! – creando nuovi posti. Però non basta. La gente ha bisogno di lavori più stabili, con contratti che diano sicurezza. Non tutti se la sentono di rischiare con un’attività in proprio, e lo capisco. Ciò che manca sono opportunità lavorative strutturate, che permettano alle famiglie di costruire un futuro sereno qui a Monchio.
In che modo l’apertura dell’asilo ha influenzato la vostra vita quotidiana?
L’apertura dell’asilo di Palanzano ha letteralmente stravolto la nostra quotidianità. Per il nostro primo figlio, e presto per il secondo, è una svolta: prima le strutture erano a 40 km, un ostacolo enorme per chi ha un’attività come la nostra, nonostante l’aiuto delle nonne. Ora, a soli 15 minuti, questo asilo pubblico quasi montessoriano ci dà una libertà impensabile e, credo, incoraggerà altre famiglie ad allargarsi. È fondamentale per la crescita dei bambini e la vita del paese, un cambiamento che ha influito positivamente su tutti
Com’è strutturata la vostra attività e e quali peculiarità si possono trovare?
La nostra attività è strutturata per essere un vero e proprio punto di riferimento qui in piazza, sfruttando la nostra posizione centrale. Siamo molto forti negli aperitivi, sia a mezzogiorno che la sera, e le mattine sono sempre molto intense. Curiosamente, i mesi in cui lavoriamo di più sono proprio quelli estivi, quando le persone sono in vacanza e il borgo si anima. Ma non ci limitiamo al quotidiano. Durante l’anno cerchiamo di organizzare tanti eventi, spesso collaborando con altri locali e associazioni, e molti sono pensati proprio per le famiglie. Il nostro fiore all’occhiello è senza dubbio la Notte Bianca del 10 agosto. Non l’ho inventata io, ma da quando la porto avanti l’abbiamo fatta crescere in modo esponenziale, passando da 500 a circa 2000 partecipanti. È una festa unica: dopo la celebre cena sotto le stelle per il patrono, noi ci occupiamo del post-serata con un grande bar all’aperto, bancarelle di street food, musica e una vera e propria discoteca sotto le stelle, coinvolgendo tutto il borgo fino a tarda notte
Quali sono i periodi nei quali vi trovate più in difficoltà?
I periodi più difficili per noi sono senza dubbio quelli invernali. Da quando Protospilla ha chiuso nel 2017, è venuto a mancare un motivo forte per venire qui o nelle vicinanze per le vacanze invernali. Le persone tendono a chiudere le loro case fino a Pasqua, e spesso il meteo non aiuta; se devono venire e poi restare chiusi in casa, preferiscono non salire affatto. Quando Protospilla era aperto, c’era il pienone e lavoravamo benissimo, ma ora quei mesi sono vuoti. Questo si riflette anche sul nostro calendario: il periodo di bassa stagione va da gennaio a marzo. C’è un vero e proprio vuoto, le persone vanno via e si vede poca gente in giro e anche se siamo il bar principale del paese e i nostri momenti forti sono abbastanza pieni, in inverno scegliamo di chiudere a pranzo (dalle 13 alle 16) perché non avrebbe senso restare aperti con così poca affluenza



