Nabila Mhaidra, dal Marocco al Comune di Parma:
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Nabila Mhaidra è la prima consigliera comunale straniera di Parma eletta dai cittadini, primato che detiene anche nei confronti degli uomini, essendo la prima persona straniera in assoluto a ricoprire questo ruolo. In Consiglio si occuapa di welfare, famiglie e fragilità, ma collabora attivamente nell’integrazione scolastica. Nata a Marrakech nel 1983, arriva in Italia nel 2000, mentre nella città Ducale fa capolino nel 2005. Nel 2008 ottiene il diploma professionale all’Istituto Giordani, per poi conseguire la cittadinanza Italiana nel 2014. Dopo aver svolto alcuni lavori in città ottiene la qualifica di Tagesmutter prima e la qualifica di operatore socio sanitario poi. Oggi lavora come Responsabile delle Attività Assistenziali presso la cooperativa sociale Aurora Domus, dove ha iniziato a lavorare nel 2008 come operatrice socio sanitaria assistendo gli anziani a domicilio.

Madre di due figli, rispettivamente di 15 e 20 anni, ha sempre coltivato il sogno di lavorare nella mediazione culturale: le prime esperienze le svolge nel 2006 come volontaria nel Centro Antiviolenza di Parma, fornendo un significativo aiuto come traduttrice in presenza di donne arabe. In occasione della Giornata Mondiale per la diversità culturale, che si tiene ogni 21 maggio dal 2002, abbiamo parlato con lei del dialogo fra le culture che animano il vasto panorama cittadino.

Nabila, oltre a svolgere il tuo lavoro in Aurora Domus ed essere impegnata attivamente in politica, hai fondato anche un’Associazione…

Esatto, nel 2016 ha fondato Al Amal, principalmente con due obiettivi: il primo di offrire alle persone che affrontano un qualsiasi processo d’immigazione un modo per esprimersi seguendo il loro pensiero; l’altro era quello di poter aiutare i ragazzi di figli stranieri a trovare una loro identità: questi bambini ed adolescenti vivono un conflitto, dovuto al fatto che crescono con valori educativi familiari in contrasto con la vita che queste famiglie conducono nel quotidiano, ma anche con l’educazione che gli fornisce la scuola, che per fortuna, come dico sempre. almeno è presente. Sono convinta però che si debba ripartire dalla valorizzazione della cultura di provenienza, perché le radici sono lì.

I nostri piccoli progetti provano quindi a trasmettere la cultura dell’identità, perché questi ragazzi sono disorientati proprio a partire dal fatto che non conoscono la loro cultura di partenza e più vivono questa dimensione d’incertezza meno saranno propensi ad aprirsi all’esterno. La chiave, secondo me, è il rispetto: portando rispetto all’altro non si ha mai bisogno del conflitto”.

Quanti sono gli associati di Al Amal? Di cosa vi occupate concretamente?

All’atto di fondazione eravamo in dodici, poi nel corso di qualche anno siamo diventati una trentina, oggi le persone attive sono circa 40, ma gli iscritti che usufruiscono delle nostre attività sono circa 120. La maggior parte delle associate sono donne, dicono che le musulmane sono sottomesse agli uomini, noi volevamo dimostrare il contrario. I nostri progetti coinvologno la scuola araba e la scuola d’italiano per le donne, l’associazione è anche inserita nell’albo comunale,quindi partecipiamo a tutte le attività a favore delle donne. Due anni fa è iniziato un progetto di viaggi in Italia: abbiamo scoperto che ci sono tantissime donne arabe che non hanno mai visto nessuna città, oltre a Parma o al loro paese di origine, quindi abbiamo organizzato queste gite, identificando città italiane molto importanti a livello culturale. Attraverso questo laboratorio sociale abbiamo iniziato anche un dialogo costruttivo con le “seconde generazioni”.

Poi hai iniziato con la politica. Quando è nata l’idea di candidarti?

Papà ha fatto il Consigliere comunale nella sua città di origine per due legislature. Quando sono arrivata in Italia sono rimasta molto affascinata dalla politica e dalle sue dinamiche. A Parma sono rimasta molto colpita da Pizzarotti per il lato inclusivo della sua politica. Quindi, sempre nel 2016 ho partecipato ad alcune riunioni di Effetto Parma tramite l’associazione, così ho deciso di candidarmi. È stato un’eperienza unica, sono riuscita a passare dal lato del cittadino critico alla consapevolezza dei meccanismi della macchina comunale. Grazie al ruolo di rappresentante delle Istituzioni che ricopro sono entrata in contatto con moltissime realtà e ho capito che spesso ci sono tanti pregiudizi da parte dei cittadini nei confronti della politica, ma spesso anche della politica nei confronti dei cittidini o di alcune associazioni.

Che effetto ti fa essere la prima persona straniera a ricoprire la carica di Consigliera comunale?

Ho sentito subito una responsabilità molto pesante, perché volevo essere all’altezza delle aspettative di tutti. Poi mi sono chiesta quale fosse il mio obiettivo: mi sono risposta che volevo essere utile sia all’Amministrazione, sia alle tante comunità straniere presenti in città.

Parma è una città inclusiva?

Partendo dalla mia esperienza personale, posso dire di avere avuto un’accoglienza bellissima da parte di due parmigiani: mi hanno aiutata tantissimo, anche con i figli. Però io credo che Parma sia peggiorata da questo punto di vista, perché 20 anni fa la situazione era molto diversa. Però voglio specificare che l’accoglienza avviene sempre a doppio senso, se io entro in un contesto nuovo e faccio di tutto per essere accolto, allora difficilmente verrò respinto. Come operatore socio sanitario a domicilio ho visto tantissime famiglie di Parma, fino a cinque o sei anni fa il clima era molto diverso e c’era davvero maggiore accoglienza. Dal punto di vista politico, invece, probabilmente bisogna fare di più: si devono superare gli slogan per ottenere più concretezza.

Spiegaci meglio, la politica quali attenzioni potrebbe fornire ai cittadini stranieri?

I progetti avviati sono tanti, ma io credo che più di tutto, in questo momento, dovrebbe cessare quella politica di odio che è iniziata qualche anno fa a livello nazionale. A volte però anche i cittadini stranieri sbagliano, perché il primo messaggio da dare è quello di essere cittadini responsabili e corretti: poi se alcuni colori politici non ci vogliono, sono affari loro. Tante volte però i comportamente sabagliati che assumono alcune persone rischiano di alimentare il clima di odio di questa componente politica. Bisognerebbe rendersi conto che proprio a causa di tali comportamenti non si fa altro che fornire un alibi alla politica violenta, aumentando tra l’altro il suo consenso e un conseguente irrigidimento della cittadinanza.

Parliamo invece della Moschea di via Campanini. Ora che non è più fruibile, oltre 20mila musulmani di Parma non hanno un luogo di culto…

Attualmente i cittadini di fede islamica che andavano alla moschea di via Campanini sono effettivamente senza un luogo di culto, tranne quelli che decidono di recarsi nel centro culturale di via Cufra. Il Comune attualmente sta chiedendo all’attuale direttivo del Centro islamico quale sia il suo obiettivo. La religione islamica tuttavia non ha raggiunto pieni accordi con lo Stato italiano, quindi ci sono anche problemi burocratici, ma il vero punto è che la comunità islamica di Parma ha bisogno di una soluzione definitiva. C’è bisogno quindi di organizzazione e il direttivo deve darsi degli obiettivi precisi. Altre città, ad esempio, hanno ottenuto un luogo di culto definitivo, ma l’obiettivo dev’essere quello. Se invece l’obiettivo è quello di avere diversi luoghi di culto sparsi per la città, in modo tale che ogni quartiere abbia il suo, occorre fare chiarezza in questo senso.

Dal punto di vista educativo i valori della società europea, secondo te, possono trovare un ponte di contatto con la cultura araba?

Ci vuole solo buonsenso. Alla fine io non vedo diversità effettive: premesso che la mia opinione si basa sulla mia esperienza, affermo questo, perché non trovo corretto parlare di aspetti che ci rendono diversi. Trovo piuttosto che ci siano valori aggiunti che si uniscono ed è lì che trovano punti di contatto. Io credo che la cultura sia uguale, spesso parliamo di diversità, ma io questa diversità non la vedo: quello che mi fa sentire che siamo uguali sono i valori che ci uniscono. Se io ad esempio dico che vado a pregare al venerdì e se tu mi dici che vai a pregare la domenica, mi chiedo: che differenza c’è? Non stiamo facendo la stessa cosa?

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