La triste realtà dei piccoli negozi di montagna: il declino della “palta” | EDITORIALE

La crisi colpisce, forse ancora di più, anche in montagna. Negli ultimi anni molti negozi sono stati costretti ad abbassare le saracinesche

La crisi colpisce, forse ancora di più, anche in montagna. Negli ultimi anni molti negozi sono stati costretti ad abbassare le saracinesche: presidi del territorio che se ne vanno

@ChiaraCorradi

MONTAGNA – Quando il negoziante che in paese tutti conoscono per nome abbassa per l’ultima volta la saracinesca del suo esercizio commerciale dispiace un po’ a tutti. È un pezzo della storia del paese che se ne va e che, nella maggior parte dei casi, non tornerà.

Purtroppo la crisi di questi ultimi anni ha contribuito ad aumentare il numero di negozi a rischio chiusura. Nelle zone di montagna poi la situazione è ancora più grave, rispetto a quella, già grave, della città. Se ancora i capoluoghi sopravvivono con una varietà di negozi sufficiente a portare lo stretto necessario, e in qualche caso anche qualcosa di più, agli abitanti del paese, la situazione è molto diversa per le frazioni. L’elemento caratteristico delle frazioni è la “palta“, così come viene chiamata in dialetto nella maggior parte dei paesi.


La “Palta”: il classico bar delle frazioni in cui puoi trovare di tutto; la ricordate?

La triste realtà dei piccoli negozi di montagna: il declino della "palta" - SPECIALE

La “palta” è il classico bar delle frazioni in cui puoi trovare di tutto: solitamente a gestione familiare è in grado di garantire tutto al paese, dal servizio bar, alla trattoria con i prodotti tipici della vallata, fino al negozio di alimentari, alla fornitura dei giornali e in certi casi anche alla merceria. Un assortimento ampio e vario, in cui ciascun residente può trovare quello che gli manca per la cucina, per la casa o per i propri passatempi. Negozi come questo, però, negli ultimi anni hanno vissuto profondi cambiamenti. Nella maggior parte dei casi si sono ridotti a tenere il minimo indispensabile, rinunciando all’assortimento. Spesso capita di doversi recare nel capoluogo per trovare qualcosa che prima era sotto casa ed ora non lo è più.

Tutto questo è la conseguenza diretta dello spopolamento della montagna. La gente tende ad emigrare verso le vallate più basse, se non addirittura in città. I paesi si spopolano e i negozi hanno sempre meno clienti. Difficile sopravvivere continuando a garantire lo stesso servizio che si garantiva quando i paesi contavano mille anime tutto l’anno. E quando ora – e se va bene – se ne contano 100. La situazione è senza dubbio complicata, bisogna fare bene i conti nell’acquistare i rifornimenti, valutare ogni minima spesa e metterla a raffronto con quelle possibili in caso di affitto da pagare, oltre che luce, acqua e gas. Inevitabilmente si è costretti a rinunciare a qualcosa.

Se prima il negozio poteva garantire la frutta fresca, oppure il latte ogni mattina, oggi questo diventa più difficile

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Gli esempi da fare sono banali, ma quanto mai efficaci. Se prima il negozio poteva garantire la frutta fresca, oppure il latte ogni mattina, oggi questo diventa più difficile. Sono ormai rari i negozi delle frazioni che offrono questo tipo di servizio: il rischio è che la frutta, con meno acquirenti, vada buttata e che il latte si avvicini alla data di scadenza senza essere venduto. In pochi oggi sono disponibili ad effettuare un tipo di commercio a perdere, solo per garantire qualcosa al paese. Eppure c’è chi anche continua a farlo, pur rimettendoci magari in termini di guadagno. Questi sono i presidi dei paesi: quei negozi che continuano a rimanere aperti nonostante al bar vadano ormai solo in 5 o 6 e a far la spesa siano gli stessi che vanno al bar.

Le generazioni più giovani, ammesso che siano rimaste al paese, usano la macchina ogni giorno per andare al lavoro e spesso la spesa la fanno nel capoluogo o in catene della grande distribuzione che trovano comode nel tragitto casa/lavoro. Alla sera magari, andrebbero anche volentieri al bar del paese a far due chiacchiere, ma la tentazione di luoghi più riforniti e con più possibilità di divertimento gli fa spesso cambiare idea e la macchina è una invenzione troppo comoda per non utilizzarla.

La grande difficoltà della sopravvivenza di questi negozi di paese è dovuta al fatto che i figli dei gestori scelgono strade diverse

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Inoltre la grande difficoltà della sopravvivenza di questi negozi di paese, oltre che allo spopolamento e alla maggior possibilità di spostamento rispetto a trent’anni fa, è dovuta al fatto che i figli dei gestori scelgono strade diverse. Le nuove generazioni non pensano a mantenere il servizio, pur rimettendoci in tempo, pazienza e soldi, ma cercano un lavoro che abbia uno stipendio fisso, senza aver problemi di affitti, bollette… è inevitabile dunque, che realtà come queste, che per anni hanno tenuto vivo il paese, siano destinate a finire. Ingiusto, ma inevitabile.

Manca il ricambio generazionale, da entrambe le parti – sia per chi lo gestisce che per chi si pone come cliente – e se i due fattori fondamentali mancano, poco rimane da fare. A tutto questo c’è anche da aggiungere “l’originalità” (in senso buono, non fraintendete) degli  abitanti della montagna. Quante volte, infatti, se il barista o chi per lui non sta simpatico, tendiamo a prendere la macchina e andare a prendere il pane a dieci chilometri di distanza? Ne conosco tanti. “È più buono”, la motivazione ufficiale. Certo, potrà essere vero. Però così facendo contribuiamo a far morire i negozi dei nostri paesi.

Il negozio di montagna: presidio locale ormai dimenticato che consentiva di rimanere al paese senza farsi mancare nulla

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Scrivo per esperienza personale, e alla fine dell’articolo potrete o meno essere d’accordo con me. Quello che ho descritto fino ad ora l’ho vissuto sulla mia pelle. In vent’anni, da che mi ricordo, ho visto totalmente cambiare la vita di paese e con esso quella del negozio che lo contraddistingueva. Parlo di una piccola frazione della Val Baganza e fin da piccola, nel mio paese, c’era la famosa “palta”. Ci trovavamo di tutto: era come un grande emporio che vendeva ogni cosa. Qualsiasi oggetto si chiedesse al barista lui lo aveva. 

Ricordo che c’erano i giorni dei rifornimenti: noi ragazzi sapevamo alla perfezione che al martedì arrivava il camion con i gelati e che se alle cinque del pomeriggio ci trovavamo nel cortile davanti al bar avevamo la certezza di “accapparrare” il gusto migliore. Ed è stato così per molti anni. Non abbiamo più trovato la stessa vitalità. Molti degli anziani, piano piano, se ne stavano andando: le persone che da sempre popolavano la “palta” per una partita a briscola non c’erano più e quella terrazza iniziava lentamente a svuotarsi.

Qui ho iniziato a vedere il declino della “palta”: le generazioni dei cinquantenni la frequentavano meno

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Qui ho iniziato a vedere il declino della “palta”. Le generazioni dei cinquantenni la frequentavano meno: per loro, così come per noi giovani, non c’era più solo quella. E con il passare del tempo anche chi la gestiva ha perso la passione iniziale. Sul bancone del bar hanno smesso di comparire quei buonissimi “busilan” che accompagnavano le nostre colazioni e le nostre merende. 

Siamo passati a dover ordinare il latte, perchè alla mattina fresco non c’era più: solo due giorni a settimana e solo su ordinazione. Se ti dimentichi di ordinarlo, devi per forza andarlo a comprare nel capoluogo. La stessa cosa vale per il pane, anche se quello arriva tutti i giorni. Un ospite in più in casa? Al bar puoi evitare di andare, non lo avrà. Anche quello, se invenduto, è da buttare. Inutile dire che, dopo poco, è sparito anche il banco dei salumi: solo confezionati, quelli freschi “finisce che li devo buttare“. E se la situazione è questa in estate, in inverno è ancora più dura. Al limite, probabilmente, della sopportazione. 

Il problema rimane in montagna: i paesi si spopolano; non si può vivere con il guadagno dei tre mesi estivi

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Bisogna capire che sopravvivere in alta montagna, per poche persone, con l’incubo di non riuscire, con il guadagno, nemmeno a coprire le spese era davvero dura. L’anno scorso, quel negozio ha chiuso. Oggi in paese non abbiamo più nulla. Siamo inevitabilmente costretti ad andare a far spesa nel capoluogo.

Ho visto morire, lentamente, quello che è sempre stato un punto di riferimento per il paese. Un’agonia lenta, disperata. Senza possibilità di replica. A volte mi domando se una gestione giovane, dinamica, diversa, avrebbe potuto cambiare la situazione. Forse. Ma il problema rimane: i paesi si spopolano. Forse, davvero, non si può vivere con il guadagno dei tre mesi estivi. Nonostante tutta la buona volontà. Nonostante tutto l’amore per il proprio paese.

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