“Fa la nana”, la poesia di Renzo Pezzani che ci fa tornare bambini | TRICCH E BARLICCH

Inauguriamo oggi la rubrica “Tricch e Barlicch“: un viaggio nel passato alla riscoperta del dialetto,…

Inauguriamo oggi la rubrica “Tricch e Barlicch“: un viaggio nel passato alla riscoperta del dialetto, delle tradizioni e delle radici della nostra città

TRICCH E BARLICCH | Non si smette mai di imparare dalle proprie radici e non si conosce mai a sufficienza la propria città, il proprio paese. Forse, per capire davvero chi siamo e dove vogliamo arrivare ci serve fare un passo indietro e – perchè no – recuperare una lingua troppo spesso dimenticata, soprattutto dai più giovani. Ecco da dove parte questa ricerca che, una volta al mese, andrà alla scoperta di versi nascosti, di leggende misteriose, di parole perdute della Parma di un tempo. A guidare chi la scrive è, prima di ogni altra cosa, la curiosità. La curiosità di ricercare le proprie radici, di conoscere la propria storia e di assaporare il dialetto – che solitamente usiamo per parlare con i nonni – in una veste tutta nuova. 

In Oltretorrente c’è una targa che riporta il nome di Renzo Pezzani: per i parmigiani del sasso un’istituzione che non ha bisogno di presentazioni; per chi arriva da fuori probabilmente un nome qualunque. Eppure Pezzani ha segnato una parte della storia della nostra amata Parma, lasciandoci 3 raccolte di poesia dialettale – “Bornisi”, “Tarabacli” e “Oc luster” che meriterebbero una nuova vita. I più giovani neppure le conoscono e forse, per loro, anche il poeta parmigiano classe 1898 è un grande sconosciuto. Rilanciare Pezzani e alcune delle sue poesie sul web può essere un’occasione per portarlo alla conoscenza di tutti e per scavare a fondo in tradizioni, modi di dire e anche personaggi di cui finora si era solo sentito parlare. 

Nato a Parma il 4 giugno 1898, da una famiglia di artigiani, Renzo Pezzani era un maestro elementare, che amava la poesia. Il suo primo libro, “Artigli”, venne subito apprezzato dai parmigiani per l’emotività che trasmetteva e per quel sapore di “nostrano” che si coglieva sfogliandone le pagine. Il suo amore per Parma lo si trova anche nelle tre raccolte già citate, che sono il vero manifesto della sua poesia. 


I versi che ho scelto per iniziare questa nuova rubrica mensile arrivano dalla poesia “Fa la nana“, contenuta nel libro “Bornisi” edito nel 1939. Se il nostro scopo è riscoprire le radici allora partire da una ninna nanna ci prepara alla lettura e all’ascolto che la musicalità del dialetto riserva a chi riesce ad immaginare la vita come un bambino che, tra le braccia sicure della mamma, si addormenta dopo una giornata di scoperte. 

Quando si va alla scoperta di qualcosa, che sia parte del passato o che sia il nostro domani, è bello sapere che qualcuno ci tiene per mano. Ci accompagna. Rende il nostro cammino meno duro e ci aiuta a sconfiggere le paure. Così questa mamma affida il suo bambino ad un angioletto dalle ali dorate – che forse ricorda la statua che veglia sulla città dal campanile della Cattedrale – perchè lo tenga per mano e se ne prenda cura, facendo attenzione che non prenda freddo. 

Ognuno di noi, nel corso della sua vita, trova qualcuno che lo prende per mano. A volte è la famiglia, a volte l’amore, a volte chissà. La cosa certa è che quella mano stretta è sicurezza, è forza, è vita. Mentre sfogliavo “Bornisi”, alla ricerca di una poesia che potesse essere adatta a dare il “la” a questa nuova avventura che scava nel passato mi è tornato in mente mio nonno. Le prime parole in dialetto le ho imparate da lui, in quei pomeriggi d’inverno dove la filastrocca della “fola de l’oca” non terminava mai. 

E quando se ne è andato ho scelto una poesia di Montale per esprimere quello che avevo dentro e che, in nessun altro modo, sarei riuscita a dire meglio: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale. E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino“. Eccola qua la poesia di Pezzani. Eccola qua l’importanza del tenere per mano qualcuno. Di prendersene cura. Di tenerlo con se e di accompagnarlo perchè “al ne ciapa dl’aria mata“. Eccola qua la tenerezza delle parole di quella mamma, che affida il suo piccolo per la notte che, simbolicamente, è il momento più buio, quello che si sa ai bambini fa più paura. 

Sarebbe bello se tutti, leggendola, andassimo a cercare nella nostra mente, nei nostri ricordi più belli, negli affetti che ancora abbiamo e in quelli che non abbiamo più, chi è la persona a cui vogliamo affidarci o quella a cui ci siamo affidati da tempo. Quella persona che ci tiene per mano. Che ci protegge. Che ci ama. Io la mia l’ho ritrovata, proprio rileggendo Pezzani e scrivendo per voi queste righe. Non so bene se era questo il progetto iniziale della mia rubrica, ma rileggere il dialetto, cercare un punto di partenza mi ha fatto riscoprire una parte di me stessa. Ho scavato nelle mie radici e ho colmato (una parte, tutto non si colmerà mai) quel “vuoto ad ogni gradino” che avevo da anni: la mia mano è salda e ora è tornata a non avere paura. 

Cari lettori, il prossimo mese – magari con un’altra poesia – nella nostra puntata di “Tricch e Barlicch” ci immergeremo nella nostra “parmigianità“, per riscoprire la nostra lingua e per tornare a parlarla come i “nostri vecchi”. In ultimo vi chiedo scusa se mi sono fatta prendere la mano e se, invece che una riflessione filosofica, sociologica e culturale avete letto una riflessione personale. Chi mi conosce sa che parlo poco di me e che non amo raccontare le mie cose: questa è uscita di getto, non senza commozione, e fermarla mi è stato impossibile. Spero, invece, di essere riuscita a far riflettere anche voi: i temi sono tanti e, forse, per ognuno di noi quella mano ha un significato diverso. 

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