Il golfo mistico oggi incontra Paolo Zoppi
Ospite di oggi de “Il golfo mistico” è Paolo Zoppi: Falstaff nel “Club dei 27“, uomo di cultura, divulgatore, Zoppi ha assistito a oltre 843 rappresentazioni teatrali in Italia e nel mondo di cui tiene scrupolosamente nota in uno sterminato archivio excel. Ha inoltre fondato l’associazione “Amici della lirica” ed è direttore artistico del concerto “Fuoco di gioia“, evento che vede la partecipazione ogni anno dei più grandi cantanti lirici della scena mondiale.
Where everything started: ricorda il momento preciso nel quale è iniziata la sua grande passione per la musica?
Ho un ricordo nitido, doveva essere la stagione ’67-’68, alcuni amici di scuola un giorno mi invitarono al Teatro Regio di Parma per assistere alla rappresentazione de “La forza del destino”, un’edizione che vedeva nel cast nomi come Corelli e Bruson. Ricordo con precisione anche i posti che ci furono assegnati: erano i numeri uno e due del loggione laterale. Non si vedeva benissimo ma si sentiva perfettamente. Fu in quello scrigno dorato dove iniziò tutto.
Nella sua famiglia si ascoltava l’opera lirica?
In famiglia non erano particolarmente appassionati, si ascoltava qualche disco o la radio, né più né meno di quanto credo accada in ogni casa di Parma. Mio nonno, quando ero bambino, mi raccontava aneddoti sul mondo della lirica, ma nulla più.
Ci può parlare del suo percorso e dei suoi studi?
Fino a un certo periodo della mia vita mi sono limitato ad assistere a rappresentazioni in teatro e all’ascolto di dischi e nastri, così facendo ho affinato sempre più il senso critico, la capacità di saper fare confronti tra interpreti, registi, direttori. All’incirca dieci anni fa, a pochi anni dalla pensione, decisi di iscrivermi all’Università. Sono stato sempre un grande appassionato di arte in genere e la facoltà di lettere rappresentava il naturale sfogo a questa mia sete di conoscenza. Mi laureai alla triennale con una tesi sulla maratona come fenomeno storico e su come questo tipo di disciplina abbia influenzato il costume e la società. Lo sport, in particolare il podismo, rappresenta l’altra mia grande passione. Conseguita la laurea triennale decisi di specializzarmi in “arti letterarie e musicali dal medioevo all’età contemporanea”, questo corso prevedeva esami di drammaturgia, filologia musicale, storia della musica: conoscenze che andavano a suggellare quella che era stata un’esperienza musicale “sul campo” da attentissimo spettatore. Mi laureai alla specialistica con 110 e lode con una tesi sui momenti “frivoli” nelle opere drammatiche di Verdi, ad esempio, analizzai la figura di Oscar nel Ballo in maschera o del Duca in Rigoletto. Dei miei anni in età “adulta” all’università ricordo il piacere di studiare, il gusto di approfondire, di apprendere. In particolare in un’occasione l’esame durò oltre due ore, il professore non mi fermò e rimase ad ascoltare il mio approfondimento, complimentandosi subito dopo, è uno degli episodi della mia carriera universitaria che ricordo con maggior soddisfazione.
Cosa può raccontarci del “Club dei 27”?
Il Club ha un’aura di sacralità che ha travalicato gli oceani. È conosciuto in tutto il mondo e ha ospitato i più grandi nomi della lirica mondiale. Siamo una associazione di appassionati, amiamo andare a teatro, fare divulgazione nelle scuole. Ognuno dei componenti, per l’appunto 27, porta il nome di un’opera di Verdi. Tra le tradizioni consolidate c’è l’abitudine di invitare i cast delle opere in cartellone al Regio, cantanti con i quali si crea il più delle volte un sincero rapporto di amicizia e un interessante confronto.
Quale atmosfera si respira nei teatri, in Italia e nel mondo?
A questo proposito, farei una distinzione fondamentale, quasi dogmatica direi. Il Regio di Parma e pochi altri in Italia sono una cosa, i teatri dell’Europa e del mondo sono un’altra, mi spiego meglio. Il pubblico di questi ultimi assiste a un’opera con la filosofia di assistere a uno “Spettacolo”, con l’atteggiamento rilassato di chi si appresta a godere di un evento paragonabile a un film al cinema o a una partita di calcio. A Parma e in pochi altri teatri, lo spettatore va ad assistere a un’esecuzione musicale; questo non consente, a mio avviso, un ascolto completamente rilassato, ma mette lo spettatore nella posizione di chi, nel bene o nel male, si prepara a esprimere un giudizio su ciò che sta per vedere.
C’è un interprete o una serata che più di altre ha impresso nella memoria di appassionato?
Ricordo una Norma del ‘70 con Corelli, al teatro Regio di Parma, una scena della pazzia dalla Lucia di Lammermoor con una memorabile Renata Scotto e, qualche anno dopo, sempre una Lucia con la Gruberova e Alfredo Kraus a Firenze. Di queste serate ricordo il trionfo, la cascata di applausi, il tripudio. Quel tipo di occasione nella quale si è consapevoli di avere assistito a qualcosa di irripetibile.
Tra gli artisti protagonisti della scena attuale chi ritiene possa regalare serate così emozionanti?
Credo che tra gli interpreti di oggi potrei dirle, tra gli altri, i nomi di Juan Diego Florez, Jonas Kaufmann e Anna Netrebko.
Nella sua attività, molta divulgazione e tanta solidarietà: quanto è importante l’attenzione verso chi ha bisogno di aiuto?
È estremamente importante. Sono molto orgoglioso di quello che riusciamo a fare, in particolare mi piace ricordare il grande concerto “Fuoco di gioia” al Teatro Regio, che vede la partecipazione di grandissimi artisti: un evento che unisce – mi piace dire – l’eccellenza dell’arte e l’eccellenza della solidarietà.
Quello che, purtroppo, ho notato negli ultimi anni è l’evoluzione in negativo di quelle che sono le necessità cui far fronte. Sempre più famiglie devono soddisfare i bisogni primari e i bisogni primari sono sempre più numerosi: questo impone certamente una riflessione.
