Parmigianino, nell’anniversario della morte opere e “alchimie” di un genio rinascimentale

Parma città d’arte è sicuramente sinonimo di Correggio e dei suoi affreschi nel Duomo di Parma. Ma oltre a lui, un altro importante pittore ha lasciato il segno nel nostro territorio, un personaggio di cui oggi, 24 agosto, ricorre l’anniversario della morte: Parmigianino. Nato a Parma nel 1503, Francesco Mazzola ha segnato il rinascimento italiano di inizio Cinquecento, fino al 1540, anno della scomparsa a Casalmaggiore. Prigioniero nel 1527 durante il “Sacco di Roma“, nel 1531, una volta tornato in libertà, riuscì rientrare nella sua città natale.

I dipinti del Parmigianino hanno rappresentato grazia e raffinatezza inarrivabili, la sua tecnica stimolo e ispirazione per gli artisti a venire. Le tecniche usate dal pittore sono state definite “alchimie”, un insieme di idee naturali e artificiali, come affermava il critico d’arte Maurizio Fagiolo Dell’Arco. Vasari di lui scriveva: “Fu ch’egli stillando cercava l’archimia delloro, e non si accorgeva lo stolto ch’aveva l’archimia del far le figure”. Sono del Parmigianino alcuni affreschi nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma o all’interno della Rocca Sanvitale di Fontanellato: ma gli affreschi più celebri rimangono quelli nella Chiesa della Steccata, specie quello dell’altare maggiore. Oltre a questi, del Parmigianino sono gli affreschi commissionati da Papa Clemente VII in alcune sale degli Uffizi di Firenze.


Parmigiano: le opere principali

San Vitale e il cavallo – Chiesa di San Giovanni Evangelista (Parma)

L’opera “San Vitale e il cavallo” del Parmigianino è una delle opere più importanti dell’artista. Situata nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma, decora la parte sinistra dell’edificio religioso ed è parallela all’affresco dei Santi Lorenzo e Stefano, dipinti sempre dal Parmigianino nel 1523 e si trova nella parte destra della chiesa. Applica la tecnica dell’affresco, insegnata dal suo maestro Correggio, e sotto un arco decorato da esili figure, scolpisce il cavaliere Vitale che brandisce il vessillo crociato e regge le briglie dell’impetuoso cavallo bianco, che si impenna sulle gambe posteriori, uscendo dal limite fisico dell’affresco. In basso un cagnolino rappresenta un vivo dettaglio quotidiano, oltre che un modo per riempire lo spazio. Per la sua monumentalità e dinamismo nelle figure, quest’opera rappresenta una narrativa popolare che si avvicina a quella del “Pordenone” e che rappresenta la gioventù dell’artista, presente anche in altre opere presenti nella Provincia di Parma (es.: Pala di Bardi, Natalità e Santa Barbara, presenti rispettivamente nella Chiesa di Santa Maria Addolorata a Bardi, alla Courtauld Gallery di Londra e al Museo del Prado di Madrid). Una curiosità: prima di decorare quest’affresco ne esisteva uno preparatorio presente alla Galleria Estense di Modena.

Stufetta di Diana e Atteone – Rocca Sanvitale di Fontanellato (PR)

Quest’affresco è stato realizzzato nel 1524, poco prima che il Parmigianino partisse per Roma. Secondo quanto narra la storia, quest’opera si trova nel bagno privato della Rocca Sanvitale di Fontanellato (PR) e si è ispirato alla Camera di San Paolo, situata a Parma. Infatti, ha utilizzato delle forme per rappresentare al meglio le tematiche morali, al contrario di quanto faceva il Correggio. Non solo, quest’opera ha avuto un altro importante punto di riferimento che è l’opera indicata precedentemente. Descrivendo l’opera, sulle pareti della sala si narra il mito di Diana e del cacciatore Atteone. L’opera è tratta dalle “Metamorfosi” di Ovidio, in cui il cacciatore Atteone, reo di aver visto la dea Diana nuda al bagno con le ninfe sue compagne, viene trasformato in un cervo e sbranato dai suoi cani. Famosa è proprio la figura di Atteone, reso dal Parmigianino in modo singolare, come un uomo dalla testa di cervo, con ancora in mano il suo arco. Quattro sono le scene raffigurate dal Parmigianino, che si sviluppano nelle lunette del piccolo locale della reggia dei Sanvitale, sotto un rigoglioso pergolato che ricorda la Camera di San Paolo del Correggio, aprendosi su un cielo terso. L’opera, dal complicato significato allegorico, è stata interpretata in diversi modi dalla critica.

Tre vergini sagge e tre vergini stolte – Chiesa della Steccata, Parma

Questo dipinto è stato affrescato dal Parmigianino tra il 1531 e il 1539, appena tornato a Parma dalla prigionia del “Sacco di Roma” (1527) e dall’esperienza bolognese. Quest’opera è situata nell’altare maggiore della Basilica di Santa Maria della Steccata a Parma e rappresenta il punto più alto della vita artistica dell’artista. L’opera è molto accurata, fatta di tantissime alchimie (tecnica prediletta del pittore) ed è per questo motivo che il lavoro è stato giudicato lento dai critici d’arte (c’erano stati problemi legali ed economici), tanto che gli altri affreschi sono stati decorati da altri pittori (Mazzola si trasferisce a Casalmaggiore fino alla sua morte, avvenuta l’anno successivo). L’opera è la rappresentazione delle donne secondo l’idea del Parmigianino, figurate con dei corpi allungati ma freddi (si fa riferimento all’opera di Raffaello “L’incendio”, presente in Vaticano), e degli oggetti fluttuanti nell’aria che sono dati dagli effetti atmosferici.

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