Sono trascorsi 15 anni da quando Tommaso Onofri – che da quel giorno diventò per tutti “il piccolo Tommy” – venne rapito nella casa dei genitori a Casalbaroncolo, a pochi minuti da Parma. Era il 2 marzo 2006: due banditi a volto coperto e con una pistola entrarono in casa dei coniugi Onofri, Paolo e Paola. Fingendo una rapina ai danni della coppia si fanno consegnare 150 euro in banconote, ma dopo pochi istanti si scoprì la vera natura del’intrusione: Tommy, bimbo di soli 17 mesi, era scomparso. Non si trattava di rapina, ma di un rapimento. A quale scopo? Si ipotizzò l’estorsione di denaro, ma dopo qualche giorno per gli inquirenti l’ipotesi non stava in piedi.

La famiglia Onofri non era ricca e aveva solo il casale in cui viveva. Entrambi i genitori di Tommaso lavoravano alle Poste. I rapitori, quindi, quali soldi cercavano? Chi allora condusse le indagini vagliò diverse ipotesi: gli investigatori prendono al vaglio la ritosione come movente del rapimento; fino a considerare anche il coinvolgimento del marito di Francesca Traina, la prima moglie di Paolo Onofri. Le piste seguite tuttavia non portarono a nulla. Ciò che emerse in seguito fu più inquietante.

Il 10 marzo, dopo un’ispezione, si venne a sapere che Paolo Onofri aveva un magazzino in via Montanara a Parma, acquistato nel 2002, in cui si trovarono quasi 400 fotografie e poco meno di un centinaio di filmati. Era materiale pedopornografico. Onofri si difese dichiarando che si trattava di una raccolta che gli serviva pr effettuare una denuncia. Questo fece si che il papà di Tommy finisse sul registro degli indagati: la vicenda si concluse con un patteggiamento a 6 mesi di reclusione.

Gli inquirenti cominciarono a sospettare degli operai che avevano eseguito alcuni lavori di ristrutturazione nel casale degli Onofri. In seguito a quale evento? Nel corso di un’intercettazione, Paolo Onofri al telefono con il capocantiere rispose ad una precisa domanda in questo modo: “Sì, ho fatto i nomi, ma non quei nomi“. A cui seguì la voce del capocantiere: “Hai fatto bene, mi avresti creato problemi“. Un’indagine successiva dei Carabinieri rivelò un‘impronta digitale sul nastro adesivo usato per immobilizzare i familiari.

Mario Alessi – pregiudicato finito agli arresti domiciliari per aver violentato una ragazza davanti al fidanzato – che partecipò ai lavori di ristrutturazione, viene indagato per falsa testimonianza. Alessi confessa l’omicidio il 1 aprile facendo i nomi dei suoi compliciAntonella Conserva, sua compagna e Salvatore Raimondi, pregiudicato a cui appartiene l’impronta sullo scotch. La sera del 2 aprile Mario Alessi conduce gli investigatori e i Vigili del Fuoco a San Prospero Parmense, sulle rive del torrente Enza, sul luogo dov’è stato occultato il corpo del bambino. Alessi dichiarò in seguito di aver rapito il bimbo per ottenere un riscatto, poiché pieno di debiti, ma di averlo ucciso venti minuti dopo il sequestro perché dava fastidio.

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