Scarcerazione Riina: tutti contro la morte dignitosa della “Bestia” | EDITORIALE
PARMA – Oltre 200 omicidi, senza contare i morti della lupara bianca: Riina è malato e chiede di morire dignitosamente fuori dal carcere; quale dignità per le sue vittime?
Oltre 200 omicidi, senza contare i morti della lupara bianca: Riina è malato e chiede di morire dignitosamente fuori dal carcere; quale dignità per le sue vittime?
PARMA – Attualmente è detenuto al 41bis del carcere di massima sicurezza di Parma, Salvatore Riina, il Boss dei Boss: l’uomo che ha ordinato oltre 200 omicidi di mafia e che per questo è stato condannato a diciotto ergastoli. In questi giorni la Cassazione ha accolto il ricorso dei difensori di Riina per il differimento della pena e la detenzione domiciliare con “diritto a morire dignitosamente“. Una richiesta già respinta lo scorso anno quando le sue condizioni di salute non erano ancora così gravi. Ad oggi è accertato che il Boss dei Boss soffre di una duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa, che non gli permette di stare seduto, ed è esposto ad eventi cardiovascolari non prevedibili.
Che sia Riina a parlare di dignità non può che lasciare perplessi. In certi casi anche sconvolti. Come può un uomo che solamente premendo un pulsante ha ucciso centinaia di persone e che fino a qualche anno fa inviava minacce di morte anche dal carcere, chiedere una morte dignitosa? L’hanno forse avuta le sue vittime? “Come posso accettare questa cosa? – ha dichiarato Nando Dalla Chiesa – Quando sul corpo di mio padre si sono accaniti anche dopo morto, crivellandolo di colpi? Che morte dignitosa gli hanno fatto fare?“. Come lui tanti altri parenti delle vittime di mafia, increduli e sconvolti dalla notizia della possibile scarcerazione. La decisione definitiva spetterà ora al Tribunale di Bologna, che potrebbe anche non accettare la richiesta della Cassazione.
Nomi indelebili
La seconda guerra di mafia, di cui Riina è uno dei principali protagonisti, ha lasciato sul campo innumerevoli corpi. La sanguinaria “carriera” della “Bestia” – così come viene soprannominata – iniziò nel 1969 quando, già latitante, uccise Michele Cavataio. Poi fu la volta di alcuni componenti delle cosce mafiose: morti necessarie per acquisire e potenziare il suo potere. Sono Luigi Corleo, Giuseppe Di Cristina, Giuseppe Calderone, Giuseppe Panno, Salvatore Inzerillo, Stefano Bontate. Il massacro, che diede inizio alla seconda guerra di mafia, durò fino al 1982 mietendo oltre 200 vittime tra le fazioni opposte a Riina senza contare i morti di lupara bianca. Gli anni ottanta furono, invece, quelli degli omicidi politici, eseguiti con l’intento di aiutare l’allora sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Per proteggerne gli interessi politici vennero uccisi Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana; Piersanti Mattarella, presidente della Regione; Pio La Torre, segretario regionale del Partito Comunista; Salvo Lima e Ignazio Salvo.
Il lungo elenco non si esaurisce: nel 1992 Riina viene condannato all’ergastolo per l’omicidio di Emanuele Basile. L’anno successivo arriva la seconda condanna per l’omicidio del boss Vincenzo Puccio. Nel 1994 un altro ergastolo per l’omicidio di tre pentiti di mafia e il cognato di Tommaso Buscetta, super testimone del Maxi Processo. Gli omicidi del tenente colonnello Giuseppe Russo e dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà furono condannati con l’ergastolo nel 1995. Oltre ai già citati Mattarella, La Torre e Reina, il Boss viene condannato per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del capo della mobile Boris Giuliano. Del 1997 la condanna per la strage di Capaci, in cui furono uccisi il magistrato Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la scorta. Dello stesso anno anche la condanna per l’omicidio del giudice Cesare Terranova. Nel 1998 gli viene dato l’ergastolo per l’uccisione del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto e l’anno successivo è condannato per la strage di via d’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Tra le condanne come mandante ci sono poi quelle dell’omicidio di Alberto Giacomelli, Rocco Chinnici, Barbara Rizzo, Salvatore e Giuseppe Asta, Giovanni Mungiovino, Giuseppe Cammarata, Salvatore Saitta, Alfio Trovato.

La petizione “Che Riina rimanga in carcere”
Per tutte queste persone Riina non dovrebbe avere diritto ad una morte dignitosa. O meglio ad una morte dignitosa, in quanto essere umano, ma non fuori dal carcere. Per molti il ritorno a casa sarebbe una sconfitta della giustizia, una mancanza di rispetto per tutti quei nomi che abbiamo citato sopra e che una morte dignitosa non l’hanno avuta: in alcuni casi i loro cari non li hanno neppure potuti seppellire in modo dignitoso, per le condizioni dei cadaveri o perchè i corpi non sono mai stati restituiti, finiti in chissà quale pilastro dell’autostrada o sciolti nell’acido. L’associazione “In memoria di Giovanni Falcone” ha lanciato una petizione sulla piattaforma Change.org dal nome “Che Riina rimanga in carcere”, dedicandola alla memoria di tutte le vittime. Ad oggi le firme sono oltre 21.000, con una soglia da raggiungere di 25.000.
Inoltre è vivo il dubbio che Riina sia ancora il capo di Cosa Nostra e che, una volta concessi gli arresti domiciliari, ricominci con la sua giustizia “fai da te” commettendo tutti quei crimini che non è riuscito a disporre dal carcere. Già perchè in questi anni le minaccie che il Boss ha rivolto, seppur da dietro le sbarre, ai suoi avversari sono tante. Prima fra tutte quelle per la famiglia del pentito Buscetta che Riina vorrebbe sterminare “fino al ventesimo grado di parentela” e poi quelle verso il magistrato Antonino Di Matteo e Don Luigi Ciotti. Riina a casa propria darebbe vita ad una serie di “processioni” verso il Boss? Come quelle che siamo abituati a vedere da immagini televisive nei confronti di latitanti e mafiosi di piccolo calibro? Nell’ambiente la “Bestia” è e rimane il “Boss dei Boss”, il “Capo dei Capi” a cui tutto è dovuto e ogni riverenza d’obbligo.
Ma lo Stato è più forte della mafia?
Un’altra possibile lettura è quella della maggior forza dello Stato nei confronti della mafia. Quale forza? Quella della legge. Concedendo a Riina una morte dignitosa, in casa propria con i propri cari, lo Stato applica una legge che garantisce il rispetto delle norme civili. Solo applicando la legge lo Stato riuscirà a sconfiggere la Mafia. Del resto, dove la mafia uccide, senza rispetto e senza dignità, lo Stato risponde con il rispetto e la dignità: restituendo ciò che non gli è stato dato nella speranza di riuscire ad educare. Quale altra arma abbiamo?
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