Roberto Zanzucchi guiderà la Sezione di Parma del Club Alpino Italiano fino al 2022. Lo ha stabilito all’unanimità il Consiglio Direttivo dell’associazione lo scorso 15 marzo. Istruttore di Sci alpinismo della scuola di Parma, Zanzucchi ha 51 anni e da ben 31 è iscritto al Cai, di cui era già vicepresidente e membro del consiglio. Succede alla presidenza di Gian Luca Giovanardi, l’ormai ex presidente era al suo secondo mandato, ma ha preferito cedere la guida della Sezione al suo vice, esattamente come accade durante un’ascesa in montagna e il capo cordata si alterna con il secondo per affrontare il percorso. Il nuovo presidente, con il nuovo vice Gianfranco Bertè, è così chiamato a dirigere la terza sezione per numeri dell’Emilia Romagna, con i suoi 2000 iscritti infatti è tra le più grandi della regione. Il suo progetto, assicura, sarà in assoluta continuità con quanto fatto in questi quattro anni da Giovanardi.

Nato a Parma, è padre di due figlie e lavora come ingegnere in uno studio professionale. Roberto Zanzucchi ha molta esperienza nel mondo dell’associazionismo e del volontariato, avendo ricoperto il ruolo di formatore e capo scout. Soprattutto, però, ha esperienze di cooperazione internazionale, avendo lavorato per un anno in Ecuador con bambini di strada e condotto diversi progetti in Kenya come ingegnere. Tuttora è membro del consiglio di amministrazione di una Organizzazione non governativa: la CEFA di Bologna.

Roberto Zanzucchi, come guiderà la Sezione di Parma del Cai nei prossimi anni?

La Sezione ha un Consiglio di Amministrazione, di cui io ero già Vicepresidente, quindi non sono nuovo al tipo di impegno che dovrò portare avanti. Questo cambio di presidenza avviene in corso d’opera e devo dire che mi trovo in piena sintonia con quanto fatto da Gian Luca (Giovanardi, ndr) fino ad ora. I temi un po’ forti, che emergono e che mi stanno a cuore, sono sicuramente quelli classici: la formazione e l’accompagnamento in montagna con lo stile del Cai, che punta alla sicurezza, alla consapevolezza e al rispetto dell’ambiente. Poi ci sono le attività tradizionali: gite, corsi e accompagnamento delle scolaresche. Un aspetto, quest’ultimo, a cui tengo molto, perché da qualche anno abbiamo avviato il progetto con le scuole elementari e medie: è l’occasione, per loro, di sviluppare quelle competenze extracurricolari che in montagna emergono in modo del tutto naturale. Si tratta di un’esperienza molto bella.

Un altro impegno su cui abbiamo investo tanto è l’attività culturale: da una decina di anni abbiamo una rassegna cinematografica, che si svolge in autunno; con l’ultima presidenza abbiamo anche curato un lavoro editoriale notevole, producendo diverse guide di sentieri: che siano quelli partigiani, oppure sulla via dei linari, sulla via francigena e così via.

Ci sono progetti che sono stati interrotti dal Covid?

Sì, i progetti con le scuole: a Parma avevamo avviato un percorso con l’IC “Giacomo Ferrari” e con la “Salvo d’Acquisto”, mentre a Traversetolo con l’Istituto Comprensivo. Abbiamo dovuto interrompere anche i campi di volontariato che abbiamo svolto per cinque anni insieme a Forum Solidarietà, attualmente sono fermi ma che dovrebbero riprendere il prossimo anno. L’altra cosa che dovrà ripartire sono i nostri corsi tradizionali: quello di sci alpinismo avanzato, che per due mesi in primavera potrà essere ancora svolro; quelli di alpinismo, arrampicata, escursionismo e ciclo escusionismo. Per ora sono congelati, speriamo di concluderli entro l’estate. Natuarlmente riprenderemo anche le gite classiche sul territorio parmense e nelle province limitrofe, così come qualche gita di alpinismo che verrà pubblicizzata non appena sarà possibile.

Durante i mesi invernali l’Appennino parmense è stato molto frequentato, però ci sono stati diversi incidenti – alcuni fatali – in cui si è reso necessario l’intervento del Soccorso Alpino. C’è ancora poca consapevolezza nell’affrontare la montagna?

L’Appennino è stato frequentato quest’inverno da molte persone che erano abituate ad affrontare piste da sci o a frequentare ambienti attrezzati sulle Dolomiti, ma a causa dei provvedimenti di contrasto al Covid non hanno potuto uscire dalla Regione Emilia Romagna. Altre persone si sono improvvisate alpinisti, magari avevano l’attrezzatura ma non la giusta formazione dal punto di vista tecnico; purtroppo l’Appennino d’inverno è un ambiente molto severo, soprattutto quando si forma il ghiaccio, che non perdona. Avventurarsi senza avere la completa consapevolezza di ciò che si può trovare ha determinato un grande lavoro del Soccorso Alpino, che come sempre fa la sua parte in modo egregio. Questo per noi è stato lo stimolo per fare due cose molto importanti: promuovere ancora di più i nostri corsi e la nostra formazione, dato che solo attraverso quella si possono prevenire questi incidenti; poi abbiamo organizzato 13 appuntamenti online di approfondimento, non ancora completati (informazioni sul sito del Cai, ndr), che hanno visto un migliaio di persone iscritte – anche non soci – e che sono state molto apprezzate.

Spesso si considera l’Appennino una montagna di “Serie B” rispetto alle Dolomiti, questo può aver contribuito a sottovalutare il rischio?

Assolutamente sì. L’Appennino è una montagna facilissima da affrontare in estate, oppure in condizioni di neve fresca con le ciaspole. Quello che abbiamo visto negli ultimi mesi, con il freddo intenso, è stato il formarsi di strati di ghiaccio e sicuramente il pericolo è stato sottovalutato, perché in tali condizioni, ad esempio, non si possono usare le ciaspole…

Qual è l’attrezzatura corretta da usare in questi casi e l’approccio con cui affrontare la montagna in inverno?

Bisogna approcciarsi con molta attenzione: studiare il percorso, le condizioni climatiche e avere consapevolezza di dove si va, su quale versante si sale e quali sono i numeri di sicurezza di riferimento da poter contattare. L’attrezzatura con cui affrontare condizioni climatiche di ghiaccio è: ramponi, scarponi adeguati, piccozza e casco. Ma soprattutto saperla usare. Ad esempio, i ramponcini sul ghiaccio servono a poco e danno una falsa percezione di sicurezza. Ramponi e piccozza prima di affronatre i crinali vanno “testati”, si parte da percorsi semplici per poi affrontare con coscienza e consapevolezza ulteriori difficoltà. La situazione peggiore in cui trovarsi è quella di iniziare un percorso, arrivare a metà e rendersi conto di non avere l’attrezzatura o le capacità per affrontare anche solo il ritorno. Per questo bisogna sempre prevenire possibili incidenti.

A gennaio Vincenzo Torti, presidente generale del Cai, aveva definito i divieti di andare in montagna un provvedimento “cieco e demenziale”. Ti trovi in linea con questo pensiero?

Sì, mi trovo assolutamente in linea, perché l’andare in montagna non ci espone a rischi specifici legati al Covid dal momento in cui si è distanti e all’aria aperta: le modalità di veicolazione del virus non ci sono. L’attività in montagna può portare molti benefici alle persone, soprattutto dal punto di vista psicologico e motorio. Ovviamente questo non deve sfociare in tavolate o in comportamenti scorretti: vanno sempre mantenuti tutti i criteri di osservazione delle normative. La cosa importante da tenere molto presente è quella di non incappare in rischi e va mantenuta molto alta la guardia facendo gite più facili per non dover sollecitare continuamente il Soccorso Alpino o intasare gli ospedali, che in questa fase storica hanno giustamente altre priorità di cura.

La ratio del provvedimento forse era quella per cui l’attività in montagna risulta essere più difficilmente soggetta a controlli?

Tante cose lo sono: non sono controllabili i ragazzi in Pilotta, gli adulti che non possono fare i festini in casa ma li fanno lo stesso…si può dire però che un incidente in montagna mobilita necessariamente molte persone per il soccorso. Penso ai ragazzi del Soccorso Alpino, ad esempio, che quando intervengono agiscono insieme, ma nel loro agire devono rispettare allo stesso tempo tutte le normative legate al contrasto al Covid. Il rispetto di queste regole porta inevitabilmente a delle complicazioni, mettendoli a rischio non solo per il tipo di intervento che sono chiamati a svolgere, ma anche di contrarre il Covid stesso.

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