reddito lettere

Egregio Direttore,

il reddito di cittadinanza non può certo essere la soluzione alla povertà che continua ad aumentare, poiché  il costo lo sopportano gli stessi lavoratori, i cui redditi già sono tartassati dal fisco. Accentua inoltre il conflitto fra gli stessi e il lavoro nero, scoraggiando le assunzioni che costano sempre di più alle imprese, i giovani rinunciano ad un lavoro regolare mirando al reddito di cittadinanza, così facendo lo Stato si è reso socio di maggioranza del lavoro a nero. Il sussidio non funziona perché non tiene conto delle differenze di potere d’acquisto lungo il territorio nazionale e della numerosità del nucleo familiare; inoltre, non coinvolgendo i comuni, non c’è un approccio dinamico verso l’uscita dalla povertà, disincentiva poi i lavoratori non-qualificati ad offrirsi sul mercato del lavoro. Meglio sarebbe un salario minimo definito a livello nazionale, come hanno fatto la Germania e tutti i Paesi del mondo. Per far scomparire la povertà da lavoro, occorre che le imprese paghino almeno un salario di sussistenza ai propri dipendenti, “nel caso in cui perdano temporaneamente il lavoro”, come accadeva anche nel capitalismo degli albori. Quindi il reddito sarebbe giusto redistribuirlo a chi svolge lavori di pubblica utilità, visto che grava sulla fiscalità generale. Lo Stato inoltre, ha il dovere morale di aiutare chi non può farcela per ragioni oggettive: le famiglie numerose, gli invalidi e gli anziani. Per tutti gli altri invece, bisognerebbe favorire il lavoro, creando i presupposti per la crescita e mettendo chi può assumere in condizione di farlo, abbassando le tasse sul lavoro. Ne beneficerebbe l’Italia migliore, quella che ha voglia di fare e chiede solo di essere messa in grado di dimostrare quanto vale.

Rino Basili