Questi un tempo erano i giorni della grande festa di San Giuseppe
Gentile Direttore, la mia generazione iniziava, quando eravamo bambini, a festeggiare nel giorno stabilito di maggio, la festa della mamma
Gentile Direttore,
la mia generazione iniziava, quando eravamo bambini, a festeggiare nel giorno stabilito di maggio, la festa della mamma. Non era ancora iniziata, la moda di festeggiare il papa per San Giuseppe. Iniziavano, insomma, le ricorrenze volute, subdolamente, dal consumismo ma non avevano ancora dispiegato il loro cadenzare sul calendario. Oggi, a ben vedere, dai nonni, ai fratelli, al micio ecc. ogni giorno è una festa che dovrebbe indurci ad acquistare e regalare qualche cosa.
San Giuseppe non era la festa del papa, non era una festa commerciale ma a Berceto, per i bambini e i ragazzi era una grande festa. Probabilmente si risentiva della grande considerazione che la festa di San Giuseppe riceveva nelle nostre due città: Parma e La Spezia trovandosi, Berceto, proprio nel bel mezzo ed equidistante dall’una e dall’altra.
Tanta gente di Berceto, delle generazioni di mio padre, andavano, almeno una volta, nella loro vita, a La Spezia proprio nell’occasione di questa festa. Sentivo anche mia madre ricordarlo anche se non con entusiasmo e buon ricordo visto che soffriva, e in quell’occasione tantissimo, il mal d’auto. Credo che sia stato l’unico viaggio di mia mamma con mio babbo fuori da Berceto e trovo significativo che fosse in occasione di San Giuseppe. San Giuseppe, inoltre, indipendentemente dal giorno infrasettimanale che ricorreva, veniva festeggiato, solennemente in Chiesa. Era una giornata di festa e di precetto.
Un Santo molto venerato, almeno nella nostra diocesi, e difficilmente si trova una chiesa, seppur di un piccolo paesino, senza la statua di San Giuseppe. Nel Duomo di Berceto c’è. A Parma, dove non sono mai andato, come del resto non sono andato a La Spezia, per San Giuseppe c’erano i così detti baracconi che poi erano giostre e altri richiami da grande fiera. Anche a Berceto, in quei giorni, almeno dal 1960 fino al 1975, era montata l’autoscontro e anche la giostra. Il luogo era lo spiazzo dove ora sorge il palazzo delle poste in Via mons. Lucchi
I bambini, allora, anche a Berceto, soprattutto a Berceto, erano liberi. Si stava fuori di casa, al pomeriggio, per ore. I ritrovi erano la semplice strada in cui si giocava a pallone e nessuno si lamentava. Si entrava nei cantieri e nelle case in costruzione. Si saliva su vecchi autocarri fermi. Si andava alla Chiastra o al Lago di Gingino e poi piano, piano, alla Casa della Gioventù e a giocare, ininterrottamente a pallone nel campo del prete o in quello del Seminario.
Per San Giuseppe, ovviamente, si stazionava davanti alla pista dell’autoscontro seduti sulla scarpata. Pochi soldi in tasca, direi nulla, ma ugualmente si riuscivano a fare dei giri su quelle auto. Con l’arrivo della pubertà, anche se noi maschietti, rispetto alle nostre compagne di scuola, eravamo infantili e veramente bambini, pareva un obbligo, comunque piacevole, iniziare, tra di noi, a commentare le ragazze e cercare di avere un sorriso, una parola, con quelle più belle e gettonate dai più grandi che ci cacciavano in malo modo.
A quell’età un anno di differenza, seppur tra bambini, fa la differenza e uno può dire d’essere un ragazzo e l’altro dolersi d’essere ancora un bambino e trattato da tale. Quel periodo, ripensandoci, l’ho vissuto stranamente. Ero coccolato, infatti, da ragazze che volevano notizie di mio fratello Berto, ritenuto molto bello, ed io bambino mi facevo pagare, da loro, il gelato o anche giri sull’autoscontro e giostra. Ero abbastanza, solo teoricamente, evoluto, come educazione sessuale, anche se nessuno in famiglia mi ha mai detto nulla, semplicemente perché vedevo le vacche partorire o il gallo compiere il suo compito, da re, del pollaio.
Avevo, poi, complice una cuginetta di un mio amico, ancora bambino, giocato molte volte al dottore e sapevo che non eravamo tutti uguali. Nonostante questo non avevamo idea come potesse nascere un bambino, meglio come era il suo concepimento e non di rado, con qualche mio amico, azzardavamo l’ipotesi che andasse trapiantato nella donna un testicolo. Tesi che veniva subito ritenuta balzana pensando, ad esempio, a chi aveva piu’ di due figli e mie compagni di scuola avevano anche sette o dieci fratelli. Nonostante questa confusione si parlava di sesso e soprattutto, anche se non se ne capiva il motivo, guardavano le ragazze che allora, per San Giuseppe, correvano a frotte per guardare l’autoscontro e le giostre.
Erano anche i giorni in cui l’Anita e Vittore riprendevano a fare il gelato. Una visita in gelateria era d’obbligo e il gelato, se c’era l’Anita, anche con soli 5 lire, diventava un cono enorme. Certamente buono e nutritivo fatto con vero latte e vere uova. Se avessero voluto promuovere la vendita del gelato sarebbe bastato offrirlo a un bambino “ordinando” d’andare a mangiarlo, “sperlaccare” vicino all’autoscontro. Iniziava, quando si vedeva uno con il gelato, la spola tra l’autoscontro e la latteria. Prima c’era la ricerca spasmodica di soldi.
Eravamo tutti senza soldi ma poi tutti mangiavamo il gelato e giravamo sull’autoscontro. Si era perfino capaci, con una certa perfidia, di vendere la nostra amicizia. Solitamente i figli o le figlie dei “ricchi” (termine improprio a Berceto) non li ritenevamo simpatici e affidabili. Erano, il piu’ delle volte, tenuti in disparte. Per entrare in compagnia dovevano pagare. Pagavano il gelato e i gettoni dell’autoscontro.
Con una condotta tanto grezza non ho mai capito perché mi appassionavo alle poesie. Mi piaceva proprio impararle a memoria. Visto le prime ansie amorose Leopardi diventava un idolo anche se eravamo in prima o seconda media. A dire il vero in seconda media il mio idolo era il Pascoli ma soltanto per una sua poesia che avevo studiato proprio nei giorni precedenti San Giuseppe: L’Aquilone. Nella mia mente facevo un film e ambientavo la poesia in posti conosciuti. Facevo, apposta, delle passeggiate, solitarie, in quei luoghi in cui avevo ambientato la poesia l’Aquilone. Traevo giovamento. Anche allora mi piaceva tantissimo la compagnia ma poi volevo stare un po’ solo magari vergognandomi, con i compagni, non dicendogli il motivo. Che cosa avrebbero pensato di un loro amico che guardava le prime viole, cercava muretti, stava solo e mentalmente recitava l’Aquilone. Mi avrebbero considerato un “secchione” e non era bene. Io aspiravo, sempre, ad essere il capetto e il mito, da emulare, di tutti, allora, erano i ragazzi della via Pàl.
Tra l’altro, a Berceto, anche se terminavano con la mia generazione, c’erano vere e proprie guerriglie tra chi abitava in piazzola e chi in castello. Il paese era diviso in due dalla strada di Piazza San Moderanno. Chi abitava sopra era del castello, chi abitava sotto era della piazzola. Quelli della mia età sono riusciti a intrupparsi nelle due bande ma poi, con buon senso, hanno terminato queste scorribande. Il gioco del pallone, la casa della gioventù univa tutti come tutti erano uniti dai baracconi di San Giuseppe.
Non so ora ma allora lo stimolo sessuale, lo scoppio degli ormoni, nei maschietti, arrivava in seconda media. Almeno io l’ho scoperto in seconda media, proprio a inizio primavera, improvvisamente, un mattino, prima di andare a scuola. Mi sentivo, subito, stanchissimo ma vivevo un particolare stato d’animo. A scuola c’era il compito in classe di matematica. In quel compito, cosa che non era mai avvenuta prima e non s’è mai piu’ ripetuta, prendevo 10. Io mi distinguevo solo in storia, in Epica, in Italiano con l’handicap di fare, come ancora faccio, errori d’ortografia.
Avrei dovuto, quindi, guardare il sesso con interesse e gratitudine e invece, credo, rispetto a tutti i miei compagni, d’essere arrivato tardi, per quel periodo, influenzato anche a Berceto dai figli dei fiori e dalla liberazione sessuale, facendo, infatti, l’amore, quando già avevo 21 anni (il 24 agosto 1976). Privilegiavo i sentimenti e soprattutto la politica. Rispetto a una bella “avventura” preferivo una riunione, un incontro, distribuire un volantino.
È forse per questo che i politici se non lo sono diventano brutti. Adesso potrei avere dei rimpianti ma le tante sigarette hanno preso il compito di non farmi rimpiangere nulla. Rimpiango l’Aquilone e quell’anno che lo avevo imparato e guardavo, con occhio diverso, il luccichio dell’autoscontro.
Luigi Lucchi
Sindaco di Berceto
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