Esiste una correlazione tra l’attività sportiva e la gravità dell’infezione da Covid-19? In che modo un corpo sportivo risponde alla malattia? Le persone che hanno una vita sedentaria rischiano di più se si contagiano? Queste domande ricordano tutte la costatazione che fare sport faccia bene alla salute e che non farlo, invece, aumenta i rischi. Sono molteplici infatti i motivi per cui svolgere attività sportiva sia ottimo per il nostro corpo e per la nostra mente. Mens sana in corpore sano è il mantra che da secoli accompagna la nostra cultura sportiva e adesso, in riferimento alla pandemia che ha cambiato le nostre vite un anno e mezzo fa, cerchiamo di capire in che modo un corpore sano aiuti a combattere il Covid-19.

Per approfondire l’argomento abbiamo posto qualche domanda alla Professoressa Alessandra Dei Cas del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma. Con la Dottoressa abbiamo soprattutto analizzato i risultati di uno studio statunitense riportato sul British Journal of Sports Medicine, che ha affermato che l’attività fisica riduce l’incidenza delle forme più gravi del Covid. In che cosa però un corpo sportivo è maggiormente pronto ad affrontare l’infezione? Dei Cas spiega innanzitutto che lo studio è stato condotto su soggetti che avevano svolto regolare attività fisica nei 2 anni precedenti l’osservazione e che per attività fisica si considera un tempo minimo di 150 minuti a settimana di attività a moderata intensità. I risultati hanno riportato che queste persone “mostravano un rischio minore di ospedalizzazione, di accessi in terapia intensiva e di morte per Covid-19 rispetto a soggetti che dichiaravano uno stile di vita sedentario (da 0 a 10 minuti a settimana)“. I dati dimostrano quindi l’effetto protettivo dello sport contro le forme più gravi di Covid-19. L’attività fisica però “potenzia la funzione del sistema immunitario verso tutte le infezioni virali ed è fondamentale per mantenere una normale funzionalità cardiovascolare e nel potenziamento della capacità respiratoria e muscolare“.

Professoressa Alessandra Dei Cas

Sport e Covid: “L’attività fisica è un efficace strumento protettivo per la Sars-CoV-2. Attenzione alla sedentarietà”

Come sintetizza la Professoressa Dei Cas, il messaggio chiave dello studio del British Medical Journal è che “l’adesione all’attività fisica così come raccomandata dalle linee guida Internazionali e facilmente applicabile nella pratica quotidiana, è un efficace strumento protettivo associato ad esiti clinici più favorevoli in corso di infezione da SARS-CoV-2“. Di conseguenza, lo studio rivela indirettamente anche qualche informazione sui rischi della sedentarietà. Come spiega Dei Cas, “in Italia la prevalenza di sedentarietà è di circa il 35% ed è in costante aumento, di pari passo con l’obesità, interessando in particolare le regioni del Sud“. Negli Stati Uniti invece è calcolato che una dieta inappropriata e l’inattività fisica producono circa 400 mila decessi all’anno, più di quanto dovuto ad alcool, droghe o incidenti stradali. La sedentarietà quindi è molto rischiosa per la salute e può provocare soprattutto malattie cronico-degenerative non trasmissibili (come il diabete mellito), aumentando anche il rischio cardiovascolare. In questa misura la sedentarietà e l’assenza sostanziosa di sport diventano pericolose anche se si viene contagiati dal Covid.

Le restrizioni legate al lockdown hanno fortemente limitato l’attività fisica e favorito comportamenti sedentari e abitudini alimentari meno sane“, spiega la Professoressa. Le nuove abitudini inoltre, sommate a possibili problemi legati alla sfera psicologica, come stress, ansia, sintomi depressivi ed insonnia, “contribuiscono a quello che viene definito ‘il carico allostatico’, con conseguente attivazione di segnali endocrini ed immunitari che portano ad un aumento della produzione di fattori pro-infiammatori e della reattività delle cellule dell’immunità innata“. A sua volta queste complicazioni, come illustra l’esperta, possono determinare disturbi a livello cardiovascolare, respiratorio e metabolico, e causare un aumento della vulnerabilità alle infezioni e maggiore predisposizione allo sviluppo dei tumori.

La Dottoressa riporta inoltre un interessante studio condotto lo scorso anno da Front. Endocrinol, che ha stimato che il confinamento domiciliare legato al lockdown durante la pandemia ha determinato una riduzione media di circa il 33,5% dell’attività fisica e un aumento del 28,6% della sedentarietà. I dati, associati ad una alimentazione meno sana, porteranno a un “aumento dei casi di diabete tipo 2 dal 7,2% al 9,6% e di tutte le cause di morte dal 9,4% al 12,5%“. “Questa riduzione di attività fisica ed aumento di sedentarietà – spiega la Professoressa dell’Unipr – si associa ad un aumentato rischio di suscettibilità all’infezione da SARS-COV-2 e ad un aumento di ospedalizzazione per COVID-19 indipendentemente dall’età, genere e grado di obesità“. L’attività fisica quindi, definita come “qualunque sforzo esercitato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un consumo di energia superiore a quello in condizioni di riposo“, rimane il cardine della prevenzione.

Camminare, andare in bicicletta, ballare, giocare, fare giardinaggio o lavori domestici quindi, sono tutte attività che permettono al nostro organismo di rimanere attivo, e avere una risposta immunitaria più efficace agli agenti esterni. Come precisa Alessandra Dei Cas: “Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomandano almeno 150 minuti alla settimana di attività fisica aerobica (esempio camminata) ad intensità moderata oppure un minimo di 75 minuti a settimana di attività vigorosa in aggiunta ad esercizi di rafforzamento dei maggiori gruppi muscolari due o più volte a settimana, evitando più di due giorni consecutivi di inattività“. Le attività sedentarie invece dovrebbero essere interrotte ogni 30 minuti da almeno 5 minuti di attività o esercizio.

“Long Covid” e tempi di guarigione: “Astenia e dispnea i sintomi più comuni”

Per chi fa sport e svolge regolare allenamento più volte a settimana, trovarsi con il tampone positivo al Covid e i vari sintomi della malattia può significare subire un duro colpo per il proprio organismo. Un altro punto inoltre, è il tempo di recupero necessario a tornare all’intensità di prima del contagio. Il Covid infatti, non essendo una comune influenza, può causare sintomi più lunghi anche dopo la guarigione: per questo si parla di “long Covid” o “post Covid”, argomento di cui ci siamo occupati anche in un altro articolo, con i quali si intende “l’insieme dei disturbi e manifestazioni cliniche che permangono a lungo termine dopo l’infezione da SARS-CoV-2“. I sintomi più comuni, spiega la Professoressa Dei Cas, sono “l’astenia (stanchezza) e la dispnea (difficoltà respiratoria)“, mentre possono presentarsi anche cefalea, palpitazioni, dolori muscolari o ossei, assenza di olfatto e gusto, tosse secca, alterazioni gastroenteriche.

In un recente studio infatti, “si osservavano alterazioni radiografiche e funzionali polmonari dopo 3 mesi dall’infezione da SARS-CoV-2 nel 25% dei soggetti, nonostante solo il 10% di questi avesse avuto una insufficienza respiratoria“. In un altro studio, spiega la Dottoressa, “la percentuale era addirittura del 42%, anche in questo caso indipendentemente dalla gravità della patologia da Covid-19“. Così, anche la capacità aerobica massimale – ovvero il volume di ossigeno utilizzato per produrre energia al massimo sforzo aerobico- risultava ridotta. Questa capacità, aggiunge la Dottoressa, tendeva a migliorare a 6 e 12 mesi, anche se, in un sottogruppo di pazienti, risultava ancora alterata dopo 12 mesi dall’infezione.

In particolar modo, sono state pubblicate sul British Medical Journal le raccomandazioni per un ritorno a svolgere attività fisica in sicurezza dopo l’infezione da SARS-CoV-2. L’inattività, la quarantena e la possibile ospedalizzazione si associano infatti a una perdita di massa muscolare e della capacità di esercizio. “Le raccomandazioni includono una stratificazione del rischio da parte di un medico specialista dello sport prima di riprendere l’attività – spiega la Professoressa-, al fine di effettuare gli accertamenti necessari atti ad escludere patologie post Covid che rendono rischiosa la pratica di attività fisica“. In particolare è “suggerito di attendere almeno 7 giorni dalla guarigione clinica prima di intraprendere attività, adottando un approccio graduale“. Inoltre, “gli esperti raccomandano di eseguire un’attività fisica a bassa intensità (lavori domestici o di giardinaggio, cammino ed esercizi di equilibro o yoga) insieme ad esercizi di flessibilità e di respirazione per almeno 2 settimane prima di intraprendere, qualora possibili, esercizi con intensità progressivamente maggiori (incrementi di 10-15 minuti al giorno)“, conclude la Professoressa Dei Cas.

©riproduzione riservata