La dogana del Centocroci nel 1714 ospitò Elisabetta Farnese, sposa del Re di Spagna Filippo V

L’ex Albergo Centocroci, già dogana del Passo Centocroci di Tarsogno, ha segnato nei secoli passati il confine tra territorio montano e una prima via d’accesso al mare. Ricordato ancor oggi come visitassimo albergo durante gli anni Cinquanta e rinomato ristorante con sala da ballo, questo luogo rimane uno dei simboli del nostro Appennino, spazio ricco di storia e, purtroppo, oggi emblema del degrado e abbandono che ferisce mortalmente i territori montani.

Un passo, quello del Centocroci, che nei secoli ha visto transitare non solo tantissime persone nelle due direzioni del territorio parmense e ligure, ma anche illustri personaggi che, in questi spazi incontaminati, trovavano risposo e conforto. È il caso del passaggio, nel 1714, della Regina Elisabetta Farnese, sposa del Re di Spagna Filippo V, che qui soggiornò per un mese; o ancora, proprietà della duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla Maria Luigia, prima di essere teatro, nel Novecento, dello scontro tra nazifascisti e partigiani durante il secondo conflitto mondiale.

Sarà proprio con il cessare delle ostilità belliche che, nella seconda metà del Secolo, il nuovo Albergo Centocroci diverrà meta turistica di straordinario successo, una porta sull’Appennino parmense capace di farsi ricordare ancor oggi che rimane nulla più che una decadente struttura abbandonata. Il passo e la sua struttura alberghiera, situati ad oltre mille metri sul livello del mare, furono in quei decenni tra le località di villeggiatura più frequentate nel periodo estivo di tutto l’Appennino parmense: come Tarsogno, frazione del comune di Tornolo, che contava diverse strutture ricettive, l’Albergo Centocroci era capace di attirare migliaia di visitatori da tutte le zone dell’Emilia, Liguria e Toscana.

Passo di Centocroci: l’inquietante leggenda del Monaco assassino

Secondo una cronaca del 1500, il passo prende il nome dai morti sepolti dal Monaco: “Tanto era il numero di croci che si diceva delle cento croci“. Secondo la cronaca cinquecentesca, intorno al 1469, gli abitanti di Varese Ligure, di Caranza e della Val Taro, fecero costruire una chiesetta ed un ricovero per dare assistenza ai viandanti.

Il percorso, in effetti, era frequentato da malviventi e fuorilegge. Per fornire assistenza a pellegrini e viaggiatori, il rifugio venne affidato ad un rettore chiamato “il Monaco“. Frequentato da tantissime persone, la strutture fu presto ampliata, in modo tale da poter accogliere più ospiti. Ma con il passar degli anni, il Monaco divenne avido ed “avendo il diavolo per consigliero“, inizio a derubare e ad uccidere gli avventori per estorcere denaro.

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