di Andrea Adorni e Greta Magazzini

Affrontando i dati relativi al contagio di Covid-19 in Emilia Romagna è lampante un fatto: per circa un anziano su tre, compreso in una fascia d’eta che va da 70 a più di 90 anni, non c’è stato scampo. Sono 9847 le persone in età avanzata che hanno contratto il virus in questo range, e oltre 3mila di loro hanno perso la vita. A fronte di 3.512 decessi complessivi su tutto il territorio regionale. Come già dimostrato nella prima parte di questo lavoro, pubblicato ieri (mercoledì 29 aprile), la maggioranza di queste persone si trovava in strutture di assistenza, oppure in case di riposo pubbliche o accreditate con il sistema sanitario. In Emilia Romagna – come si legge nel report dell’Istituto Superiore della Sanità – la percentuale di decessi nelle RSA è del 57,7%. Gli anziani che hanno perso la vita in strutture di accoglienza, quindi, sarebbero circa 1760.

Ma il numero potrebbe anche essere più alto. Questo perché, soprattutto nella prima fase dell’epidemia, i tamponi disponibili non erano sufficienti per coprire la grande rapidità con cui il virus si diffondeva. Situazione che non ha permesso a tutte le strutture di certificare con esattezza le positività al Covid, ma di registrare per tanti ospiti deceduti una sindrome simil-influenzale o, in modo del tutto generico, sintomi febbrili. Da qui nasce il sospetto che il virus abbia effettuato una strage silenziosa ora difficilmente ricostruibile nella sua interezza, dal momento in cui non è più possibile effettuare una diagnosi.

Il percorso del virus nelle RSA di Parma e provincia

Quello che si è tentato di ricostruire in questa indagine è un quadro di riferimento su quanto accaduto nelle residenze assistenziali di Parma e provincia. A livello provinciale il dato complessivo dei decessi per SARS-CoV-2 è di 690 persone. L’Istituto Superiore della Sanità ha inserito Parma tra le quindici province con più decessi per coronavirus nelle RSA, segnalando 90 vittime in 22 strutture intervistate, tra accertati con tampone e pazienti con sintomi simil-influenzali. Effettuati accertamenti su sei strutture per anziani in provincia di Parma – Langhirano, Monticelli, Sissa Trecasali, Calestano, Bazzano e Medesano – possiamo riferire che al loro interno sono decedute 130 persone. Se si considera che le residenze per anziani della provincia sono una quarantina, i calcoli rischiano di assumero proporzioni inquietanti.

Lungo questo viaggio tenebroso, in cui le persone diventano numeri e i conteggi significano vite spezzate, abbiamo tentato di farci strada tra mille difficoltà, ma soprattutto abbiamo dovuto fare i conti con la scarsa voglia di collaborare da parte di alcune istituzioni. Tentare di reperire i dati di tutte le RSA è stato come avere un miraggio nel deserto delle possibilità: l’Ausl territoriale e la Regione Emilia Romagna si sono passate la palla escludendoci dal gioco, con la promessa che la prossima settimana verrà pubblicato un “rapporto” regionale. L’amara sensazione è che nemmeno i numeri, per quanto freddi e irrispettosi, possano pienamente restitutire la realtà dei fatti. Non ci aspettavamo un’assunzione di responsabilità, ma nemmeno un ostentato ostruzionismo, che appare alquanto significativo per la fase iniziale di questa emergenza sanitaria.

La nostra indagine sulle strutture più colpite dal Covid

Consapevoli dell’impossibilità di mettere nero su bianco i nomi dei responsabili, l’obiettivo che abbiamo posto al nostro lavoro è stato quello di confrontare le varie voci in campo, in modo da tracciare il percorso che ha condotto ad un numero così elevato di decessi. La dura denuncia dei sindacati è stato un grido di aiuto da parte degli operatori, che hanno riportato ciò che stavano vivendo sul loro luogo di lavoro. Le strutture quindi, hanno il dovere di spiegare e fare luce su ciò che le ha trasformate in focolai, e ciò che è emerso è che spesso si hanno risposte confusionarie, contraddittorie, incomplete, oppure non si hanno affatto.

Tra chi deve essere spartita la responsabilità? Quali sono state le cause che hanno portato al lungo necrologio delle case di cura parmigiane e parmensi? Le domande che tutti si stanno ponendo da ormai qualche settimana, sono le stesse che abbiamo fatto alle RSA e alle CRA intervistate. Se con alcune è stato possibile dialogare, ad esempio la casa residenza “Al Parco” di Monticelli, “Villa Matilde” di Bazzano e la casa protetta “Val Parma” di Langhirano, da parte di altre realtà non c’è stata molta collaborazione; mentre Asp Fidenza, che gestisce un totale di quattro strutture, ha fornito la propria versione dei fatti con un comunicato, dove sono stati evidenziati numeri, criticità e soluzioni adottate.

Tamponi a singhiozzo e mancanza di DPI

Come già anticipato ieri, i due fattori scatenanti del contagio sarebbero l’assenza di tamponi nella fase iniziale dell’epidemia e la mancanza di DPI. Tuttavia, l’incognita più grande riguarda il come sia entrato il virus all’interno della struttura: “Con ogni probabilità sono stati operatori esterni a portare il virus, questo è quando dicono le strutture per scaricare la responsabilità su altri” segnala FP CGIL. Mentre le visite dei famigliari sono state bloccate fin da subito, il via-vai dal Maggiore di Parma all’interno della struttura è continuato anche durante l’emergenza. Il fatto è stato confermato anche dal sindaco di Neviano degli Arduini, Alessandro Garbasi, che ha dichiarato: “Fino a metà febbraio le CRA e RSA hanno avuto ospedalizzazioni continue: ci vuole poco per la diffusione. Il Covid può essere stato attaccato da qualcuno senza sintomi, magari anche da qualche parente in visita prima che le strutture venissero chiuse“.

L’inadeguata gestione dell’emergenza – almeno in un primo momento – è sotto gli occhi di tutti, e dare la parola alle strutture, oggetto dell’inchiesta che abbiamo portato avanti, dovrebbe aiutare a chiarire la cronologia di ciò che è stato fatto per contrastare i contagi dal coronavirus. Maria Chiara Ghirardi, responsabile della RSA di Langhirano, ha confermato che all’interno della struttura sono deceduti 29 ospiti, toccando anche uno dei tasti dolenti della situazione. “Fin da subito il medico di struttura ha richiesto con insistenza l’effettuazione dei tamponi, ma solo 16 ospiti sono stati testati; i tamponi al personale da parte di Ausl sono iniziati a metà aprile“. La penuria di tamponi avvalora anche la denuncia dei sindacati, secondo cui “all’inizio dell’epidemia non sono stati fatti a tutti“; insinuazione confermata anche dalle parole del commissari regionale Sergio Venturi, che ha confessato il fatto che “i tamponi in una prima fase non c’erano“.

La mancanza dei test è stata quindi cruciale per la diffusione del virus: se l’Ausl ha potuto fornirli soltanto a singhiozzo e in alcuni casi soltanto dopo la metà di aprile, è chiaro che la mappatura dei contagi nel mese di marzo potrebbe addirittura essere inesatta. Il periodo è lo stesso riportato dalla struttura di Langhirano, in cui i test sierologici sono iniziati il 22 aprile.

Nella Casa residenza di Monticelli invece “sono venute a mancare una trentina di persone“, come afferma il sindaco Daniele Friggeri; decessi per cui però “non è possibile riscontrare per tutti la positività al coronavirus“. Il sindaco poi, evidenzia anche l’altro punto critico della gestione dell’emergenza: “In fase iniziale l’utilizzo corretto dei DPI potrebbe non essere stato del tutto adeguato, anche a fronte di indicazioni non così precise come ora. La distribuzione nelle strutture avveniva a giornata, in base alla disponibilità che aveva il Comune, che comunque ha fatto il possibile“.

La diatriba sindacati-strutture e una generalizzata mancanza di assunzione di responsabilità

In questo modo vengono corroborate le denunce dei sindacati, che fino ai primi di aprile hanno riportato le preoccupazioni degli operatori, esposti al rischio di contagio in strutture che probabilmente erano già centro di propagazione del virus. Asp Fidenza tuttavia, ha riportato in un comunicato che, nelle strutture da loro gestite, gli OSS sarebbero stati riforniti con gli adeguati DPI già il 24 febbraio. E che le strutture di loro gestione sarebbero state pronte all’emergenza: qui, secondo la Cooperativa, sono mancate 23 persone su un totale di 234, di cui soltanto 8 accertate positive e 15 con sintomi affini.

A Nevino, secondo Usb, i decessi sarebbero stati invece 30, dato fortemente smentito sia dalla RSA che dal sindaco di Neviano, che ha dichiarato a metà aprile un numero pari a circa una ventina di persone decedute. Circa la metà invece, sarebbero i decessi nella CRA “Villa Margherita” di Calestano, che secondo CGIL attorno al 20 aprile erano stabilizzati a 13; mentre a Medesano il sindaco Michele Giovanelli ha riportato 10 decessi, 1 riconosciuto con Covid e 6 con sintomi, alla data del 19 marzo, in una struttura del paese. Un ulteriore confronto non è stato però possibile, perché sia Calestano che Medesano non ci hanno riferito i dati dei decessi, contribuendo alla montagna di non detto che si sta lasciando alle spalle non solo numeri, ma storie, volti, persone, e un profondo e macabro senso di irresponsabilità.

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