Teatro Regio, l’artista del sipario Mimmo Paladino: “Mi sono ispirato a Giuseppe Verdi” | INTERVISTA
a cura di Federico Giannini su concessione dell’Ufficio Stampa del Teatro Regio di Parma Nelle…
a cura di Federico Giannini su concessione dell’Ufficio Stampa del Teatro Regio di Parma
Nelle scorse settimane è stato inaugurato il nuovo sipario del Teatro Regio di Parma, realizzato dall’artista Mimmo Paladino con la preziosa collaborazione degli scenografi del Teatro Regio. La riflessione artistica di Mimmo Paladino, nato nel 1948 a Paduli, si sviluppa a partire dalla fine degli anni ’60. Affascinato dal clima culturale dell’epoca, tra arte concettuale e Pop Art americana, Paladino incentra la sua prima attività sulla fotografia, associata spesso al disegno, tecnica a lui particolarmente congeniale. La sua prima personale è a Caserta, nel 1969. Gli anni ’70 vedono affermarsi, sempre più incisivamente nel suo percorso, l’interesse per la figura. Nel 1980 partecipa alla Biennale di Venezia nella sezione ‘Aperto ’80’ di Achille Bonito Oliva’, ed insieme a Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi e Nicola De Maria, dà vita alla “Transavanguardia”. Nel corso degli anni ’80 la sua arte diviene sempre più referenziale e sulle superfici dalle ampie dimensioni e di grande impatto visivo, l’artista rappresenta la vita e il mistero della morte. Negli anni ‘90 intensifica con successo l’attività all’estero. Nel 2012 è nominato Membro Ordinario della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti in Vaticano da parte di Papa Benedetto XVI. Nel 2015 partecipa alla Biennale di Venezia e del 2016 è una sua grande mostra monografica alla Galleria Stein di Milano. Da segnalare che l’artista realizza a partire dagli anni ’90 alcune scenografie, in particolare per il Teatro San Carlo di Napoli; l’ultima nel 2021 commissionata per Tosca.
Un nuovo sipario per il Teatro Regio di Parma: com’è nato questo progetto?
Nell’anno di Parma Capitale della Cultura Italiana, la Direzione del Teatro Regio ha pensato di dotare il Teatro di un nuovo sipario dipinto che si affianchi – o meglio, si alterni – a quello storico del 1829 e, per realizzarlo, ha avuto la bontà di pensare a me. Lusingato, ho subito accettato l’incarico e cominciato a lavorare al progetto. E c’è forse, in questo sipario, una dedica sotterranea: siamo nella patria di Giuseppe Verdi e naturalmente la sua musica è stata la fonte ispiratrice, che mi ha fatto pensare a una sorta di sinfonia cromatica di frammenti figurativi. Si tratta di una dedica non esplicita, ma la musica di Verdi è stato il punto di partenza. Come ho sempre detto, la pittura è parente stretta della musica: di conseguenza, il pittore e il musicista, seppur agiscano con meccanismi diversi, lo fanno con un’ortodossia molto simile.
Qual è il significato di questa Sua nuova opera? Com’è possibile leggerla?
Quando si dipinge, molte cose sono inspiegabili perché sono dettate dall’architettura dello spazio, dall’equilibrio delle forme e dall’armonia dei colori. Questo sipario è composto da frammenti, e come la musica è fatta di frammenti sonori, e come tutte le epoche si sono succedute lasciando in eredità i loro frammenti alle epoche successive, così accade nell’arte: l’arte stessa ha lasciato molti frammenti lungo la sua storia e ha seminato cifre che sono servite a chi è arrivato dopo. Resta sempre una traccia di chi ci ha preceduti. Quindi questo sipario è, anzitutto, uno spazio che accoglie frammenti. Uno spazio di grandi dimensioni, peraltro, perché i sipari sono immensi e permettono all’artista di operare questa sorta di narrazione fatta di piccole parti che in qualche modo si incastrano per creare un’opera unitaria. L’aspetto definitivo del sipario arriva a seguito di un lungo processo di elaborazione: ho presentato più bozzetti e con la direttrice Anna Maria Meo ci siamo orientati verso un’idea simile a quella che vedete oggi, non riprodotta nell’esattezza del progetto originario, ma rielaborata in corso d’opera. Anche perché non si è trattato di ingrandire un bozzetto: c’è stata un’idea di partenza, e su questa idea abbiamo poi lavorato assieme al consulente del Teatro per gli allestimenti scenici Franco Venturi, intendendoci molto, e lavorandoci come si lavora a un grande quadro, inventando elementi nuovi, spostandone altri, e così via. E a seguito di questo continuo processo di rielaborazione si è giunti al risultato finale
Uno spazio di frammenti, dunque, e a chi lo guarda, il Suo sipario appare come un’opera colma di simboli e di rimandi.
Al centro campeggia un edificio che è citazione della tecnica scenografica, e in certo modo anche un rimando al maestro Venturi che mi ha accompagnato nella realizzazione dell’opera: il richiamo è all’illusorietà dell’architettura nella scena. Il frammento di architettura, così come il ricciolo della decorazione – altro elemento che compare nel sipario – del resto, sono artifici perenni nel teatro dell’opera e nel teatro in generale. Come dicevo, è come se avessi usato dei frammenti preesistenti riutilizzandoli in quest’opera sinfonica e cromatica. Nella parte alta vediamo un cielo stellato: a teatro generalmente si va di sera, quando è buio. Ho poi voluto inserire una sorta di volo di libellule, che è quanto di più leggero si possa pensare, a rievocare il suono impalpabile e leggero degli strumenti attraverso i quali le note diventano reali, e con esse le armonie. Altri elementi alludono, invece, ai timbri più forti: tutto, in questo sipario, è legato alla musica. E non è una descrizione, ma una narrazione, una suggestione: dinnanzi a questo sipario lo spettatore può immaginare ciò che vuole, ma sono sicuro anche ai suoi occhi emergerà il carattere fortemente musicale dell’opera.
Non è la prima volta che Lei realizza un sipario per un teatro: un impegno sicuramente importante, anche solo per le dimensioni dell’opera. Che tipo di lavoro comporta l’esecuzione di un’opera del genere?
In effetti la realizzazione di un sipario è un’operazione molto complessa, perché è condotta su una scala gigantesca. C’è, intanto, la necessità di un primo passaggio di stesura tecnica, che solo un esperto in tecniche scenografiche è in grado di fare a regola d’arte. Da qui, si susseguono diversi passaggi che presuppongono la partecipazione di più professionalità. Perché realizzare un sipario è come realizzare un mosaico: non c’è un solo artista a ideare il progetto e a disporre le tessere, ma artisti specializzati collaborano assieme per un progetto che spesso può mutare in corso d’opera. Mi sta molto a cuore che ci sia nell’arte questa componente artigianale che, peraltro, è sempre stata presente: anche Michelangelo – per scomodare un Maestro a caso – affidava alcune sculture allo scalpello dei suoi assistenti. E quindi nella realizzazione di opere simili c’è una sorta di coralità, che è una dimensione che mi piace molto: lavorare assieme è un’occasione che non capita di frequente, perché spesso l’artista si trova solitario a dipingere nel suo studio. Però, quando si affrontano opere di queste dimensioni, la coralità è fondamentale, perché tutto il lavoro si basa anche sulla condivisione con le altre persone che partecipano al progetto e che offrono il loro contributo, mettendo a servizio dell’opera la loro esperienza: si pensi per esempio all’aiuto che, in un lavoro come questo, possono offrire degli scenografi professionisti. Ecco, per realizzare questo sipario ho potuto contare sulla preziosa collaborazione degli scenografi del Teatro Regio che, in qualche modo sono stati le mie braccia e le mie mani e spesso, forti della loro esperienza, mi hanno consigliato e aiutato a trovare soluzioni a problemi con i quali ho dovuto misurarmi.
Quanto tempo ha richiesto la realizzazione del sipario?
Se escludiamo il lungo periodo di fermo dovuto alla pandemia, che tutto sommato mi ha dato la possibilità di rielaborare i disegni e riordinare alcune idee, dal momento in cui si è era pronti a partire, e tenendo conto dei tempi tecnici che sono inevitabili e indispensabili, la realizzazione ha richiesto circa un mese, poco più. I lavori come questo sono lenti e tra l’idea e la firma c’è un tempo di maturazione e di esecuzione che, inevitabilmente, conduce a qualcosa che non si sapeva o non si prevedeva: il risultato finale lo potremo vedere soltanto una volta che il sipario verrà issato e riempirà il boccascena. Spero che piaccia come piace a me!
Come ha ricordato Lei stesso, il Teatro Regio di Parma ha già un sipario dipinto, realizzato a metà Ottocento dal pittore di corte Giovan Battista Borghesi, che scelse di rappresentarvi l’allegoria del Trionfo della Sapienza. Cosa vuol dire per Lei aver realizzato quest’opera ed essere dunque entrato a far parte della storia di questa importante istituzione?
Ci sono delle tappe nella vita di un pittore che diventano poi memorabili, e questo incarico rappresenta per me una di queste, perché il Teatro Regio di Parma è uno dei più importanti teatri di tradizione, con quasi 200 anni di storia (e che storia). È poi chiaro che la committenza di un lavoro simile è rigorosa e severa, anche perché l’opera sarà esposta agli occhi di un pubblico vastissimo: è quindi una bella prova, che mi mette peraltro di fronte alla sorpresa della reazione del pubblico che frequenta assiduamente il Regio, abituato all’armonia neoclassica del Borghesi. C’è poi anche da dire che realizzare un sipario dipinto è abbastanza raro: un motivo in più considerare quest’occasione come un momento importate della mia carriera.
Questo sipario è nato in un periodo molto tribolato, quello della pandemia di Covid-19, e si spera che l’inaugurazione del sipario rappresenti in qualche modo l’apertura di una stagione in cui potremo dire di esserci lasciati tutto alle spalle. Ecco: che cosa vuol dire, secondo Lei, poter finalmente tornare a teatro e, più in generale, alla cultura dopo quasi due anni di fermo?
La pandemia, in effetti, ha costituito un inceppo nel percorso di realizzazione di quest’opera, commissionata prima che la sventura della pandemia si abbattesse sulle nostre vite. E, probabilmente (e questo me lo ha suggerito Lei con la domanda!), questa esplosione cromatica può essere un segnale di positività. Dopo una tragedia, dopo una situazione come quella che abbiamo vissuto, c’è sempre voglia di pensare a qualcosa che porti felicità che si fondi su una felicità di espressione, in questo caso di cromatismo. E forse dunque questa esplosione di colori brillanti è anche il risultato di questo momento storico. Un significato per certi versi inconscio, ma che emerge prepotentemente come la voglia di tornare a frequentare il teatro.


