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Una favola geometrica: Flatlandia di Edwin A. Abbott

di Filippo Fabbricatore

Noto ai contemporanei come autore di manuali scolastici, opere teologiche e testi a carattere letterario, il reverendo e pedagogo londinese Edwin A. Abbott è autore di un’opera che sorprende per come, nel 1882, abbia saputo anticipare le riflessioni novecentesche sulla possibilità di dimensioni che i nostri sensi non sono capaci di percepire.


A parlare è un abitante di Flatlandia che ci descrive il mondo in cui vive: un mondo bidimensionale, i cui abitanti sono figure geometriche che si muovono su un piano che per loro è l’universo. Il protagonista stesso ha le sembianze di un quadrato; tutto è piatto: case, abitanti, alberi. E di questa “terra piatta” il quadrato racconta usi e abitudini, leggi e convenzioni sociali. La necessità di fornire una spiegazione plausibile alle condizioni di vita dei suoi abitanti diventa uno stimolo continuo all’inventiva e al rigore logico di Abbott, che finisce per comporre una delle più notevoli satire della società contemporanea: un’irridente ritratto di quella società gerarchicamente classista e profondamente maschilista che è la società vittoriana.

Quando un giorno il quadrato incontra un abitante di Spaceland, ossia di un mondo che al pari di quello terrestre possiede tre dimensioni, ogni sua certezza crolla, egli impara ad accettare l’idea della molteplicità di mondi e dimensioni. Eppure, nel momento in cui il quadrato tenterà di attuare una missione evangelizzatrice tra i suoi simili, egli verrà processato e condannato alla prigione a vita: essi si rifiuteranno di accettare una realtà che non si può controllare con i sensi.

Accolta da una fortuna mediocre, l’opera sarebbe stata riscoperta nel Novecento, il secolo di Einstein, che la salutò come profetica. Einstein ha rivelato che la nostra realtà possiede una dimensione in più rispetto a Spaceland, cosa che Abbott non sapeva ancora con certezza, ma che, in coerenza con il proprio messaggio, sarebbe stato sicuramente pronto ad accettare.

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