Variante Omicron in Emilia-Romagna, il Dottor Pongolini:

La nuova variante Omicron circola da qualche settimana in Europa, e anche in Italia è arrivata la conferma dei primi casi registrati. Da pochi giorni inoltre, è stato sequenziato il primo caso di Omicron in Emilia-Romagna, riconosciuto nella sede di Parma dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna. Uno degli strumenti migliori che abbiamo per conoscere – e quindi contrastare – la diffusione delle nuove varianti della Sars-CoV-2 è comunque l’informazione. Sapere i rischi che si possono correre se si è contagiati è un fatto dovuto, e allo stesso modo rispettare le norme e vaccinarsi sono armi sicure e provate per contrastare l’epidemia.

Per avere un chiaro quadro della situazione, di estrema attualità vista la conferma di Omicron in regione di solo pochi giorni fa, abbiamo posto qualche domanda al Dottor Stefano Pongolini, Responsabile del reparto di Analisi del rischio ed epidemiologia genomica dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentare della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, sede di Parma. Pongolini ci ha spiegato il loro lavoro di laboratorio e il modo in cui sono riusciti a riconoscere Omicron su un tampone di una persona residente nel piacentino. Un chiosa importante riguarda l’avvertimento che non ci si stanca mai di ripetere: “Per combattere il virus occorrono strumenti concomitanti, dall’utilizzo della mascherina al rispetto del distanziamento sociale, fino al booster della terza dose, che rinforza ancora di più la nostra risposta immunitaria“.

Dottor Stefano Pongolini, Responsabile del reparto di Analisi del rischio ed epidemiologia genomica dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentare della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, sede di Parma

L’Istituto Zooprofilattico di Parma è stato il primo ad aver riscontrato la presenza della mutazione Omicron nella regione Emilia-Romagna. Com’è avvenuta l’analisi di laboratorio?

Il nostro risultato è arrivato in simultanea con un’altra sequenza riconosciuta all’Ospedale San Matteo di Pavia, sempre su un paziente della provincia di Piacenza. Nel caso di Parma, si tratta di un campione prelevato il 6 dicembre nell’ambito di un’analisi di frequenza delle varianti che periodicamente l’Istituto Superiore di Sanità coordina a livello nazionale. Esiste infatti un’operazione di sorveglianza delle varianti fatta con il sequenziamento ed eseguita contemporaneamente in tutta Italia. È coordinata dall’ISS, che assegna – fino a oggi mensilmente, d’ora in poi più frequentemente – a ogni regione un numero di sequenze che devono essere eseguite sui campioni di un preciso giorno. Si tratta di un lavoro simultaneo di tutti i laboratori. Lo scopo di queste analisi è quello di avere una fotografia della diffusione delle varianti in tutto il paese.

Le vostre analisi si basano quindi sul riconoscimento delle varianti?

Sì, esattamente. Sono stati analizzati alcuni tamponi prelevati il 6 dicembre e risultati positivi, per capire se in alcuni di essi fossero presenti alcune varianti della forma tradizionale del virus di Wuhan. Uno di questi, prelevato in provincia di Piacenza, corrispondeva alla sequenza di Omicron.

La ricerca che effettuiamo quindi non è specifica su Omicron, ma adottiamo una metodologia non specifica che è capace di identificare ogni tipo di variante. Il paziente ha svolto un tampone il 6 dicembre e una volta risultato positivo questo è giunto da noi per il riconoscimento eventuale di una variante, avvenuto poi il 13 dicembre. Noi come Istituto non ci interfacciamo con il paziente direttamente, quello è compito dell’Ausl, che avrà comunicato all’interessato la presenza di Omicron.

Quali caratteristiche ha la variante Omicron? Come si differenzia dalle altre?

Tutte le varianti si connotano per l’accumulo di mutazioni nel loro Rna a livello del loro genoma. Anche Omicron quindi corrisponde a un accumulo di mutazioni. Rispetto al virus di Wuhan, nel caso di Omicron si ha un numero di mutazioni che è superiore a 30 nella sola proteina Spike. Si tratta di un numero molto elevato.

Rispetto alle prime varianti quindi, quest’ultima nel momento in cui è comparsa presentava da subito molte mutazioni e ciò ha fatto pensare che si trattasse di un virus che avesse avuto una dinamica di sviluppo molto particolare. Si è anche ipotizzato che potesse essere evoluta all’interno di un ospite non umano, ma questo ad oggi risulta poco probabile e non è stato ancora confermato. Anzi, risulta verosimile che sia avvenuta in un individuo umano.

Ci sono dati clinici che ci possono dare qualche informazione sulla contagiosità della variante Omicron?

Riguardo la gravità o meno della Omicron non ci sono ancora dati molto estesi. Quando si riflette sulle caratteristiche di un virus è sempre fondamentale misurare i dati su una popolazione umana, solo così potranno emergere dati sulla contagiosità. A livello europeo quindi non esistono dati sufficienti, anche se adesso possiamo guardare al contesto inglese, in cui la Omicron sta viaggiando abbastanza velocemente. Rispetto alla Delta, è sicuro che Omicron si trasmette più velocemente e per adesso gli organismi internazionali hanno stimato che probabilmente in tempi abbastanza rapidi questa potrebbe diventare la variante dominante.

Per quanto riguarda invece la gravità di questa variante, si può dire che non causa forme più gravi della variante Delta, ma bisogna anche tener presente che quando un virus determina un alto numero di infezioni, c’è un impatto significativo e su tanti contagiati c’è anche chi è più sensibile e va incontro a forme più gravi della malattia.

Ci sono invece dei dati che riguardano la copertura vaccinale?

Per adesso si può affermare che il grado di copertura che i vaccini possono offrire sembra essere ragionevole, ma non in grado di contenere la diffusione così come avveniva con le altre varianti. Per essere precisi però, bisogna porre l’accento sul fatto che lo stato immunitario, che deriva dalla vaccinazione o dalla guarigione, è ancora lo strumento più forte per limitare la diffusione del virus.

In particolare quindi, con il richiamo della terza dose si ha un innalzamento della risposta immunitaria. Il booster sembra quindi essere molto molto importante. Infine non bisogna scordare che il primo strumento che tutti abbiamo per combattere la diffusione del virus e delle sue varianti è il rispetto delle norme. Se le vaccinazioni per avere effetto richiedono tempi lunghi, indossare la mascherina e mantenere il distanziamento sono azioni che si possono adottare da subito. Gli strumenti devono essere utilizzati in modo concomitante.

© riproduzione riservata