La catena rocciosa dei Salti del diavolo attraversa la Val Baganza per proseguire in Val Ceno, continuando nella sua direzione anche oltre i due corsi d’acqua. La leggenda narra che questi speroni di roccia – che spuntano tra prati e boschi di cerro, carpino e faggio – siamo dovuti agli arti del diavolo che messo in fuga da un’eremita locale è scappato attraversando la vallata: dove ha poggiato i piedi ha bruciato la natura e ha trasformato tutto in nuda roccia. A riprova di questa leggenda, anche i solchi che si trovano sugli speroni: sarebbero le unghie di Lucifero.

In realtà i Salti del Diavolo sono una formazione sedimentaria di età cretacica (80-82 milioni di anni) che si estende dal Monferrato all’Appennino modenese e che trova nella Val Baganza uno dei più significativi e spettacolari affioramenti. Qui i Salti, che si susseguono per oltre cinque chilometri, si elevano a decine di metri dal terreno con improvvise guglie. Le natura attuale della roccia deriva dalla disgregazione di una catena montuosa oggi scomparsa.

Fin dal Medioevo la sommità arenaria dei Salti del Diavolo era usata dagli scalpellini per realizzare sculture o materiali pregiati: sono di questa pietra molte case, borghi ma anche luoghi sacri (la lunetta della Pieve di Talignano, i portali della Pieve di Fornovo e del Duomo di Berceto) della via Francigena.

In quest’ottica è stato anche creato un sentiero CAI, il 771, che contrassegna la “Via degli Scalpellini“. Il sentiero collega i due versanti opposti della Val Baganza, ripercorrendo il tragitto che facevano gli scalpellini, negli anni cinquanta, per raggiungere le cave di pietra. Lungo il percorso alcuni cartelloni informativi illustrano le caratteristiche geologiche del territorio e i metodi di lavorazione della pietra. Due i punti di partenza: uno nell’abitato di Cassio – tappa anche della via Francigena – e uno in quello di Chiastre.

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