Guareschi Vigilia Natale

Arriva la Vigilia di Natale del 1948: il Mondo Piccolo – come il resto d’Italia – è in fermento perchè l’attentato a Palmiro Togliatti nel luglio dello stesso anno ha sollevato gli animi di numerose parti politiche. Peppone, per lo scampato pericolo, aveva chiesto a Don Camillo di recitare un “Te Deum” di ringraziamento: la risposta indignata del parroco aveva portato il Sindaco a vietare ai suoi uomini di andare in Chiesa. E così, in quella Messa di Mezzanotte del Natale 1948 nessuno degli uomini di Peppone, venne in Chiesa. Ma l’oltraggio più grande fu la decisione del Sindaco di sostituire alla Messa una “Cellula di Mezzanotte“, alla Casa del Popolo, con letture di Mao e Lenin. Dopo la celebrazione della Messa di Mezzanotte un Don Camillo sfiduciato si confida con il Cristo dell’Altar Maggiore:

“Rimasto solo in chiesa, si svesti in fretta e andò a sbarrare la porta col catenaccio. Camminò in su e in giù per qualche minuto, poi si fermò davanti al Cristo crocifisso.

“Gesù” disse “avete visto?”

“Ho visto” rispose il Cristo “Ti sei fidato troppo di te, don Camillo”.

“No: mi sono fidato di voi” precisò don Camillo.

“Quindi, adesso hai perso la fede in me!”.

Don Camillo s’indignò.

“Gesù” protestò “questo mai! Sarebbe come uno che ha fame e, Il sulla tavola, c’è un pezzo di pane e l’uomo dice: Lo so che Dio non mi lascerà morire di fame e se ne sta Il senza muovere un dito. È logico che, se non allunga la mano e non prende il pane, Dio non può prendere il pane e metterglielo in bocca. Insomma, uno, anche quando ha una grande fiducia nella Divina Provvidenza, non deve rinunciare a ragionare. E, ragionando, uno conclude che se il pane non va verso di lui, è lui che deve andare verso il pane. D’altra parte lo dice anche la sacra scrittura: se la montagna non va a Gesù, Gesù va alla montagna”.

Cristo sorrise.

“Don Camillo, veramente la frase è: Se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna”.
“Perdonate” si dolse don Camillo “credetemi, io…”.

“Non ho niente da perdonarti, don Camillo: non sono le parole quelle che contano, sono le intenzioni”.
Don Camillo si passò la grossa mano sulla fronte e guardò su, verso il Cristo. Ma pensava a Maometto e il Cristo, che lo sapeva, sorrise.”

“Compagni”, stava dicendo Peppone, “adesso, per finire degnamente questa democratica riunione vibrante di fede, vi leggerò un magistrale profilo di Mao Tsetung” quando la porta si spalancò ed entrò un grosso uomo intabarrato che, passando come un panzer tra le panche, arrivò davanti al palco sul quale stava Peppone, salì la scaletta e, spalancato il tabarro, cavò fuori una vecchia cassetta grigioverde che mise con violenza sul tavolino di Peppone.

Tutti quelli delle prime due file di panche la conoscevano a memoria, quella vecchia cassetta grigioverde, perché l’avevano vista tante volte in montagna, quando don Camillo rischiava le pallottole per arrivare fin lassù. E si alzarono. Don Camillo sollevò il coperchio della cassetta ed ecco sorgere l’altarino da campo. Peppone intanto si era alzato ed era sceso dal palco.

Don Camillo si volse un momento e fece un grugnito.

Allora, caracollando, lo Smilzo salì la scaletta e arrivò al fianco di don Camillo, come aveva fatto tante volte lassù. Poi lo aiutò a vestirsi, accese le candele e, quando fu ora, si inginocchiò a lato dell’altare.

Fu una Messa povera, roba da soldati, quasi clandestina. Ma avevano spento le luci della sala e le candele dell’altarino facevano un bell’effetto. E poi, le note dell’organo della chiesa, quelle che erano venute ad appiccicarsi ai vetri delle finestre del salone, erano ancora vive e palpitanti e così c’era anche una lontana musica nell’aria. […]

Il racconto “La cellula di Mezzanotte” è stato pubblicato per la prima volta su “Candido” n.52 del 26 dicembre 1948.

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