La violenza nelle relazioni familiari è una tematica assai trattata e discussa, stante purtroppo la sua perdurante attualità

Avv. Elena Alfieri – avvalfieri.elena@libero.it – DUE CHIACCHIERE CON L’AVVOCATO

DUE CHIACCHIERE CON L’AVVOCATO | La Legge n. 154/2001 ha introdotto, nel Libro I del codice civile, il Titolo IXbis rubricato “ordini di protezione contro gli abusi familiari”, che si compone degli artt. 342 bis e 342 ter., in virtù dei quali, qualora la condotta del coniuge o di altro convivente sia causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente, con un provvedimento avente natura provvisoria, il giudice ne può disporre l’allontanamento nonché imporre a suo carico il pagamento di un assegno periodico a favore dei familiari che, proprio per effetto dell’allontanamento, rimangano privi di mezzi di sostentamento adeguati.

DUE CHIACCHIERE CON L’AVVOCATO | La Legge n. 154/2001 ha introdotto, nel Libro I del codice civile, il Titolo IXbis rubricato “ordini di protezione contro gli abusi familiari”, che si compone degli artt. 342 bis e 342 ter., in virtù dei quali, qualora la condotta del coniuge o di altro convivente sia causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente, con un provvedimento avente natura provvisoria, il giudice ne può disporre l’allontanamento nonché imporre a suo carico il pagamento di un assegno periodico a favore dei familiari che, proprio per effetto dell’allontanamento, rimangano privi di mezzi di sostentamento adeguati.

I presupposti

Alla base dei provvedimenti ex art. 342 ter, c.c. vi sono due distinte circostanze: la convivenza o una condotta gravemente pregiudizievole all’integrità fisica o morale.

Quanto al requisito della convivenza, l’applicazione delle misure di protezione presuppone che la vittima ed il soggetto cui viene addebitato il comportamento violento vivano all’interno della medesima casa; tale considerazione muove dal fatto che gli ordini di protezione non hanno soltanto la funzione di interrompere situazioni di convivenza turbata, ma soprattutto quella di impedire il protrarsi di comportamenti violenti in ambito domestico.

Il requisito della convivenza sussiste anche quando vi sia stato l’allontanamento, provocato dal timore di subire violenza fisica del congiunto, mantenendo nell’abitazione familiare il centro degli interessi materiali ed affettivi.

Quanto al secondo presupposto, deve essere posta in atto una “condotta gravemente pregiudizievole all’integrità fisica o morale”, ovverosia: l’esistenza di fatti violenti dai quali siano derivate non insignificanti lesioni alla persona, ovvero di una situazione di conflittualità tale da poter prevedibilmente dare adito al rischio concreto ed attuale, per uno dei familiari conviventi, di subire violenze gravi dagli altri; la verificazione di un vulnus” alla dignità dell’individuo di entità non comune, in relazione alla delicatezza dei profili della dignità stessa concretamente incisi, ovvero per le modalità “forti” dell’offesa arrecata e per la ripetitività o la prolungata durata nel tempo della sofferenza patita dall’offeso, indipendentemente da qualsiasi indagine sulle cause dei comportamenti violenti e sulle rispettive colpe nella determinazione della situazione.

Soggetto attivo della condotta

Autore delle condotte pregiudizievoli può essere sia un coniuge (o convivente more uxorio) nei confronti dell’altro, sia il genitore verso i figli, che questi ultimi verso i genitori.

La condotta pregiudizievole di regola è caratterizzata dal verificarsi di reiterate azioni ravvicinate nel tempo, consapevolmente dirette a ledere i beni tutelati, e non da singoli episodi compiuti a distanza di considerevole tempo tra loro, specie nel caso in cui il singolo episodio non sia caratterizzato dalla piena consapevolezza dell’autore, affetto da turbe psichiche e mentali.

Ordine di protezione e violazione dei doveri coniugali

Il decreto protettivo ex art. 342 ter, c.c. non può essere richiesto nel caso in cui vengano “semplicemente” violati i doveri di mantenimento ex art. 143-147 c.c. in quanto tale comportamento configura una mera condotta omissiva.

Allo stesso modo, una misura protettiva non può essere concessa in presenza di una mera situazione di reciproca incomunicabilità ed intolleranza tra soggetti conviventi, di cui ciascuna delle parti imputa all’altra la responsabilità, almeno quando i litigi, ancorché aspri nei toni, non siano stati aggravati da violenze fisiche o minacce o non si siano tradotti in violazione della dignità dell’individuo di particolare entità.

Il procedimento

Gli ordini di protezione richiedono l’istanza della vittima, che può essere proposta anche dalla parte personalmente, ed il giudice provvede con decreto motivato immediatamente esecutivo ordinando al convivente reo della condotta pregiudizievole, la cessazione della condotta e ne dispone l’allontanamento dalla casa familiare.

Vi sono ulteriori provvedimenti accessori che il Giudice, ove occorra, può adottare: prescrivere all’autore della condotta di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima (in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia d’origine, di altri prossimi congiunti o altre persone ed in prossimità dei luoghi di istruzione dei figli della coppia, salvo che questi non debba frequentarli per esigenze di lavoro); chiedere l’intervento dei servizi sociali, di un centro di mediazione familiare o di associazioni per il sostegno e l’accoglienza di donne, minori o di vittime di abusi e maltrattamenti; disporre il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto dell’allontanamento dalla casa familiare del reo, rimangono prive di mezzi adeguati, fissando modalità e termini di versamento e stabilendo, se necessario, il versamento della somma all’avente diritto da parte del datore di lavoro dell’obbligato, detraendola dalla retribuzione allo stesso spettante.

Durata ed attuazione dell’ordine di protezione

Il decreto stabilisce anche la durata dell’ordine di protezione, che decorre dal giorno dell’avvenuta esecuzione dello stesso, e che non può essere superiore a un anno e può essere prorogata, su istanza di parte, soltanto se ricorrano gravi motivi per il tempo strettamente necessario.

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