“Parma è una città di grande cultura.” Quante volte abbiamo sentito questa frase? Quante volte ascoltando queste parole ci siamo sentiti orgogliosi di far parte di questo territorio? L’obiettivo di questa rubrica è rendere omaggio agli uomini e alle donne che hanno dato un contributo gigantesco per far sì che questa città diventasse un patrimonio culturale di portata mondiale, fino a farla diventare la Capitale della Cultura. Persone che hanno lasciato impronte fondamentali nella storia di Parma e d’Italia e che devono essere ricordate e raccontate per far sì che queste impronte diventino sempre più indelebili.
Giovannino Guareschi: dal Convitto Maria Luigia ai campi di prigionia
Giovannino Guareschi nasce a Fontanelle, frazione di Roccabianca, il 1° maggio 1908. Il padre, Primo Augusto Guareschi, era commerciante mentre la madre, Lina Maghenzani, era la maestra della scuola elementare del paese. Nel 1920, dopo aver finito le elementari, Giovannino iniziò a frequentare il convitto nazionale Maria Luigia dove ebbe l’opportunità di conoscere il grande sceneggiatore e giornalista Cesare Zavattini. Nonostante quest’ultimo fosse più grande di 6 anni rispetto a Guareschi, i due iniziarono a collaborare e insieme fondarono il giornale scolastico dell’Istituto. Questa cooperazione con Zavattini, che proseguirà, come vedremo, anche negli anni successivi, fu fondamentale per lo sviluppo e la crescita dell’arte di Guareschi.
Dopo essersi iscritto a Giurisprudenza all’Università di Parma, Guareschi comincia sporadicamente a lavorare per il “Corriere Emiliano” (nome assunto dalla Gazzetta di Parma tra gli anni 1927-1941) dell’allora caporedattore Cesare Zavattini. Ancora grazie a Zavattini, nel frattempo trasferitosi a Milano alla Rizzoli Editore, Guareschi entra nel giornalismo umoristico e comincia a scrivere per il “Bertoldo”, giornale di satira politica – prevalentemente rivolta verso il regime di Benito Mussolini – diretto, appunto, da Zavattini. Nel 1937, in seguito all’abbandono dell’amico sceneggiatore, Giovannino, che da un paio danni si era trapiantato stabilmente a Milano, diventa caporedattore della rivista. In breve tempo, sotto la sua guida, Bertoldo divenne il giornale umoristico più venduto d’Italia con tirature di quasi 600.000 copie.
La vera svolta nella vita di Guareschi però devo ancora arrivare e non tarda a giungere: durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1943, lo Scrittore viene arrestato per colpa di una denuncia fatta da un convinto fascista che l’aveva sentito insultare pesantemente Mussolini. In seguito, la pena gli venne tramutata in un richiamo nell’esercito e il 9 settembre 1943, nella Cittadella di Alessandria, venne catturato dai Tedeschi che lo inviarono prima nei campi di prigionia di Częstochowa e Beniaminów in Polonia, poi in Germania, a Wietzendorf e Sandbostel, dove rimase due anni. Durante la prigionia Guareschi compose “La favola di Natale”, un racconto musicato del suo natale da detenuto. Una volta tornato dai lager il suo peso si aggirava intorno ai 40 chili. Descrisse, nel 1949, il suo intero periodo di reclusione nell’opera “Diario clandestino”.
Il successo di “Don Camillo e Peppone” e la vita politica
Dopo la guerra – che portò anche alla chiusura del Bertoldo in seguito ad un bombardamento che distrusse la sede di Rizzoli – e la prigionia, Guareschi fondò, insieme a Giovanni Mosca e Giacinto Mondaini, il “Candido”, un altro settimanale satirico con simpatie monarchiche. Nel 1948 lo Scrittore parmigiano pubblica la sua opera più celebre: il primo episodio di “Don Camillo e Peppone”. Al primo racconto farà seguito una serie ventennale, ambientata a Brescello, in 346 puntate da cui sono stati tratti anche 5 film con protagonisti Fernandel (Don Camillo) e Gino Cervi (Peppone). Il successo mondiale che ha avuto questa serie, sia a livello di libri sia di film, è dovuto allo straordinario e satirico contrasto tra i due personaggi: Don Camillo, un prete antifascista furbo e rispettoso dello “status quo” e Peppone, un sindaco comunista ortodosso, arrogante, ma, sostanzialmente, buono.
Guareschi era un fervente e convinto monarchico: in occasione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 spalleggiò apertamente la monarchia e arrivò a denunciare presunti brogli elettorali che, secondo lui, avevano capovolto il risultato del voto popolare. Oltre al suo attaccamento alla monarchia, lo Scrittore era un profondo anticomunista tanto da dedicare alcune sue celebri vignette ai militanti comunisti, definiti, da lui stesso, “trinariciuti”. Nelle elezioni politiche del 1948 Guareschi fu protagonista di una notevole campagna elettorale contro il Fronte Democratico Popolare, da lui rinominato, all’interno di un racconto, “Fronte Pecorale Democratico”. Dopo l’esito delle elezioni e la vittoria della DC, Guareschi cominciò a criticare aspramente anche l’operato di Democrazia Cristiana, colpevole, secondo lo Scrittore, di aver smesso di seguire i principi sui quali era stato fondato il partito.
Le sue vignette e le sue battaglie contro vari esponenti politici costarono a Guareschi diversi problemi con la giustizia: nel 1950 venne denunciato per vilipendio al Capo dello Stato Luigi Einaudi e nel 1954 per diffamazione da Alcide De Gasperi, allora Capo del Governo. Nonostante sia stato ed è tutt’ora uno degli scrittori italiani più venduti al mondo (oltre 20.000 copie), nonché il più tradotto in assoluto, il suo carattere ribelle e sempre pronto ad attaccare chiunque e senza paura (da Mussolini a De Gasperi) e i suoi articoli e vignette satiriche, portarono Guareschi ad essere snobbato, isolato e addirittura dimenticato dagli intellettuali e dalla critica dell’epoca. Come spesso accade quando si tratta di artisti geniali e irriverenti, soltanto molto dopo la sua morte, avvenuta per infarto nella sua casa di Cervia il 22 luglio 1968, gli fu accreditata e riconosciuta la sua straordinaria grandezza.
