Unesco, Parma è “città creativa” per la sua gastronomia: eccellenze conosciute in tutto il mondo | INTERVISTA
Era il 16 novembre 1945 quando a Londra venne istituito l’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. L’obiettivo, nel clima dell’immediato post-guerra, era quello di promuovere l’istruzione e la pace tra gli stati, attraverso l’informazione e la cultura. Da allora sono stati designati 1154 siti (897 siti culturali, 218 naturali e 39 misti) presenti in 167 Paesi del mondo. L’Italia è il paese che detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità, ovvero 58 siti. Un risultato unico che dimostra il valore e la bellezza dei nostri paesaggi e siti culturali. Oltre ai siti Unesco, l’organizzazione ha anche indicato, a partire dal 2004, alcune “città creative“, a livello mondiale, in vari campi. E tra queste figura Parma con la sua gastronomia, un risultato che la città ha portato a casa con estremo orgoglio nel 2015, e che ancora oggi rende la città Ducale la capitale della Food Valley italiana.
Carlotta Beghi, focal point di Parma City of Gastronomy dell’Unesco, ha quindi riposto a qualche nostra domanda. Beghi è per Parma un punto di riferimento a livello mondiale, dato che la città è coordinatrice delle città creative per la gastronomia sparse sul globo. In questa intervista ci spiega lo spirito che ha portato Parma a ottenere la nomina e che cosa la rete fa ogni giorno per mantenere alto il nome della città a livello internazionale. Il Covid è stato un’occasione per confrontarsi con colleghi dell’altra parte del pianeta su qualcosa che ci aveva reso tutti vulnerabili allo stesso modo, ma anche l’occasione per riorganizzare i sistemi di comunicazione a molti km di distanza.
Che cos’è la nomina dell’Unesco “Parma City of Gastronomy”?
È difficile trovare in termini divulgativi una definizione. La designazione di “città creativa” fa sì che Parma entri a far parte di un network, ovvero un programma sponsorizzato da Unesco a partire dal 2004, che mette in relazione diverse città. Queste iniziano a collaborare e sono accomunate da strategie politiche, di rigenerazione urbana, e soprattutto di sviluppo sostenibile, ognuna incentrata sulla creatività. Unesco non dà una vera e propria definizione di “città creativa”: la città designata diventa il focus per una progettazione urbana futura.
Se si pensa infatti, si dice che entro il 2050 3/4 della popolazione mondiale vivrà nei centri urbani: è quindi ovvio che il focus sulle città aumenti sempre più. Unesco lascia a ciascuna città che si candida la spiegazione del suo modo di essere creativa. In fase di candidatura abbiamo fatto riferimento a una citazione di Henri Poincarè, fisico francese di fine Ottocento: “La creatività è unire elementi esistenti in combinazioni nuove che siano utili”. Noi abbiamo fatto nostra questa definizione: tutto il nostro esistente è riferito all’ambito gastronomico, all’intera filiera, dalla produzione al comparto industriale, all’esperienza gastronomica (chef, ristoranti, formazione, eventi).
Dal vostro sito si possono cercare produttori, hotel, ristoranti o organizzare un tour. Quale idea volete comunicare?
Il nostro obiettivo è proporre una progettazione, che al centro ha la cultura gastronomica. La nostra candidatura era presentata in realtà su tre macro-aree, ovvero produzione, educazione ed esperienza. Tutta la progettazione si fonda su metterle insieme per creare nuove realtà che siano utili a livello tanto locale quanto internazionale.
Quanto per un turista che sceglie Parma conta il fare un’esperienza nella Food Valley italiana?
Sicuramente c’è stata una scelta dell’amministrazione sull’investire sulla gastronomia, non solo in termini di progettazione urbana e produzione, ma anche in termini di turisti. La città si è quindi sempre di più affermata come la capitale della Food Valley italiana, di conseguenza l’investimento su questo lato ha interessato anche i visitatori italiani e non. La maggior parte dei turisti è infatti consapevole di venire a Parma e trovare le qualità di una “city of gastronomy” designata dall’Unesco, che racconta anche la regione stessa.
Per quanto riguarda l’export di prodotti parmigiani all’estero, quanto può trainare questo tipo di commercio la ripresa economica post-pandemia?
Sicuramente l’export dei prodotti tipici, dal latte al prosciutto, dal pomodoro ai prodotti Barilla, sono filiere stabili e c’è un supporto vicendevole tra tutti loro. Rappresentanti delle industrie, amministrazione, enti: è una rete intera, di tutta la città, anche a muovere il settore economico. L’obiettivo è creare un sistema unico.
In questi ultimi anni, a causa della pandemia, c’è stato un cambiamento? Oppure nonostante gli stop alle attività si è riusciti ad andare avanti senza impedimenti?
Quest’ultimo anno ha segnato una soprattutto una riorganizzazione. Nella rete Unesco ci sono adesso 236 città, e ne dovrebbero designare un’altra cinquantina nei prossimi giorni. Sono distribuite in tutto il mondo e sono divise in sette campi creativi: Gastronomia, Musica, Letteratura, Cinema, Arti popolari e Artigianato, Disegno industriale, Arti mediatiche. Fino ad oggi ci sono 36 città creative Unesco per la gastronomia e ne arriveranno altre tredici. Parma è la città coordinatrice ed è in contatto continuo con le altre città in altri stati, Asia, Iran, Cina, Tailandia, Giappone, le Americhe. C’è davvero un’ottima rappresentazione geografica e la prassi è sempre stata quella di incontrarsi in giro per il mondo, per scambiare pratiche e avviare progetti congiunti.
Questo anno a livello internazionale c’è stato un passaggio sul digitale, che ha permesso di esplorare modalità prima inutilizzate, a partire dalla call mensile online per confrontarsi, anche sulla pandemia. Ci siamo confrontati con i colleghi cinesi che erano già usciti dalla prima ondata, mentre noi eravamo nel pieno e negli USA non era ancora arrivato il virus. Il dialogo è stato molto utile al di là dell’ambito gastronomico e progettuale. C’è stato un rafforzamento dei legami, perché tutti ci siamo trovati ad affrontare qualcosa di comune, anche se con criticità diverse. Siamo riusciti a portare avanti iniziative nuove.
A Parma infatti abbiamo organizzato un Master sulla gastronomia esclusivamente online, e adesso siamo al termine di questa prima edizione. Queste nuove modalità rimarranno anche nel futuro perché consentono di oltrepassare certi limiti, soprattutto economici e geografici.
Si vede qualche spiraglio sul potersi confrontare di nuovo dal vivo?
Sì, qualcosa si sta muovendo per aree geografiche. I colleghi brasiliani si sono incontrati, noi a livello europeo siamo stati invitati in Spagna vicino Valencia, e manderemo due chef del Consorzio ristoratori a partecipare all’evento. Faremo le giornate di chiusura del Master internazionale, e avremo ospiti dalla Svezia, dalla Norvegia, dalla Spagna… Qualcosa sta cambiando, anche se su tratte lunghe non si è ancora ripreso a incontrarsi. Di sicuro si andrà verso lo studio di una forma ibrida per il futuro.

