La storia di Giulia Ghiretti: “Ho scritto Sono sempre io per aiutare gli altri”
Tutto comincia in un lontano 4 gennaio di tredici anni fa. Per Giulia e le…
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Tutto comincia in un lontano 4 gennaio di tredici anni fa. Per Giulia e le sue compagne, sono i minuti finali del primo allenamento dell’anno con il trampolino elastico. Giulia è una ginnasta, molto promettente a dir la verità: a soli sedici anni è pronta a mettersi in gioco nei Mondiali di categoria. Ogni allenamento è una boccata d’aria, un piccolo ma significativo passo di una carriera che si può costruire solo con la costanza. Ma, quel 4 gennaio, succede qualcosa di inaspettato: un salto, uno dei tanti che aveva provato e riprovato senza alcuna difficoltà, segue una traiettoria inspiegabilmente sbagliata. Giulia prova la sensazione di perdersi in aria, la strada non è quella che ha sempre seguito. L’impatto con la rete è ancora più crudele: la caduta innaturale concentra tutta la forza su un’unica vertebra, che non regge. Il fiato che manca, la sensazione che il corpo finisca all’ombelico, la corsa in ospedale.
“Se tornerai a saltare? No, Giuli, non tornerai a saltare. E nemmeno a camminare“. Il verdetto, riferito con sincerità dalla madre, è di quelli che ti sconvolgono la vita. Ma Giulia, con straordinaria e commovente determinazione, non si lascia abbattere dal cambiamento: ne prende atto con estrema lucidità, lo abbraccia, continua a fare del proprio meglio con i mezzi a sua disposizione. In poche parole, continua a sorridere alla vita, che ricambia donandole i grandi successi ai quali assistiamo oggi nel suo nuovo sport, il nuoto: il suo palmares vanta 23 medaglie internazionali tra Paralimpiadi, Mondiali ed Europei. Il segreto di Giulia rimane sempre quello: non farsi influenzare dalle circostanze. Ecco il significato del titolo del suo libro, Sono sempre io, pubblicato da Piemme nel mese di gennaio e scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Del Bue. Un libro con una missione importante, che Giulia non nasconde.
Come mai ha scelto di scrivere un libro ora? Crede che la sua testimonianza possa essere utile?
Sicuramente si tratta di un pensiero che esisteva già, da qualche parte in un cassetto. Tutto è nato da una richiesta di Andrea [Del Bue]. Sono contenta che me l’abbia proposto, nessuno avrebbe potuto scriverlo se non lui: oltre che essere un grande giornalista, ci unisce una grossa amicizia. L’idea che ha portato al libro non è tanto quella di far conoscere Giulia, ma, attraverso la sua storia, mettere in luce atteggiamenti o aspetti della sua esperienza che possano avere valore generale. O, al contrario, porre alcuni interrogativi. Ho raccontato la mia vita per poter aiutare altre persone: lungo il mio percorso ho trovato molti muri davanti e in qualche modo ho imparato a scalarli o ad aggirare l’ostacolo. Ecco, oggi vorrei provare a tenere una porta aperta attraverso quegli stessi muri. Mi piacerebbe cambiare la cultura delle persone, che hanno reazioni diverse e non sempre felici davanti alla carrozzina. Alla fine, è ciò che non si conosce a fare paura, quindi facendo conoscere si possono ottenere solo risultati positivi.

Nel libro, infatti, si parla spesso di barriere – architettoniche, ma anche mentali – che lei è stata costretta ad affrontare… Oggi l’inclusività è un tema caldo, forse un po’ troppo a livello teorico e meno nella pratica e nei comportamenti quotidiani.
Sono d’accordo. Le barriere fisiche esistono, ma si possono spesso superare. Le peggiori, quelle che incidono più in profondità e le più difficili da combattere, sono proprio le barriere mentali. Per quanto riguarda l’inclusività, credo sia un tema abbastanza contraddittorio. Da una parte, mi fa molto piacere che se ne parli e che si cerchi di sviluppare un linguaggio e un’educazione adeguata sul tema. Dall’altra, il fatto che sia ancora un tema caldo, da trattare con insistenza, è un pessimo segnale: vuol dire che c’è ancora tanto lavoro da fare e che molte cose non sono ancora date per scontate.
Al contrario, ci sono state esperienze positive con persone che le hanno dato una grossa mano ad affrontare questo percorso?
Sicuramente la mia famiglia, che mi è rimasta sempre vicina e non mi ha mai fatto pesare la situazione, anche se inevitabilmente le mie difficoltà andavano a gravare su tutti. Anche le tante amicizie sono state decisive, quelle di sempre e quelle incrociate lungo il nuovo percorso. Non nego che tante altre, invece, si siano perse per strada: credo che, di fronte alle difficoltà, venga fuori la vera persona. Chi ti vuole veramente bene te ne dimostra ancora di più, i sentimenti meno sinceri si rivelano per quello che sono. Ecco perché, se già prima ero attenta a selezionare la qualità delle persone che volevo al mio fianco, oggi lo sono molto di più.

E lo sport – in particolare il nuoto – che ruolo ha avuto?
Ho trascorso sei mesi in ospedale, a Villanova d’Arda, durante i quali l’obiettivo era quello di recuperare la mia quotidianità. E, dopo anni di ginnastica, nella mia quotidianità erano imprescindibili l’allenamento e il ritmo che scandiscono le tue giornate e che soltanto uno sport ti può dare. Si trattava solo di scegliere quale sport praticare, ma non è stato così difficile. Il nuoto è l’unico in cui posso rimanere da sola con il mio corpo e fare leva soltanto sulle mie forze. Forse da una parte è il più crudo, ma dall’altra mi permette di tornare a fare i conti con me stessa, senza l’ausilio di alcuna protesi o tecnologia.
Si dice spesso che la vita è determinata per il 10% da ciò che ti accade e per il restante 90% dal tuo modo di reagire… Lei dove ha trovato la forza per affrontare tutto quanto a testa alta, senza mai perdere lucidità?
Credo che la testa e il carattere abbiano avuto un ruolo determinante, così come il contesto che mi circonda da sempre e che mi ha reso la persona che sono. La scelta del titolo deriva proprio da questo: sono rimasta quella che ero e, lungo il percorso obbligato che mi sono trovata a percorrere, ogni cosa è venuta da sé e con estrema naturalezza.
Com’è stato, a livello emotivo, ripercorrere tutta la sua storia durante la scrittura? Sia i momenti strazianti dell’incidente e del percorso di riabilitazione, sia le grandi gioie che le ha regalato il nuoto.
Non è stato difficile, è una cosa alla quale sono abituata, mi ritrovo spesso a parlarne con i miei amici e scrivendo il libro ho provato la stessa sensazione. Non l’ho vissuto come un tuffo nel passato, ricordare non è uno sforzo e non mi infastidisce. Anzi, una cosa che mi ha fatto sempre piacere è cercare di ricostruire l’intero puzzle facendo ricorso al punto di vista altrui. Io non ho mai perso lucidità, ricordo tutto di quei momenti, ma per ovvi motivi non sapevo quello che mi succedeva intorno o in che modo i miei cari, amici o conoscenti venivano coinvolti. Quindi, appena li rivedevo, tendevo a riempirli di domande. Paradossalmente, la parte in cui ho raccontato delle gare è quella che ha richiesto lo sforzo maggiore: faccio molta difficoltà ad esprimere le mie emozioni o a metterle nero su bianco. Dal vivo è tutto più semplice, molti stati d’animo traspaiono dal volto. Rendere la gioia provata in seguito ad un successo è più difficile di quel che sembra.

Qual è la vittoria alla quale sei maggiormente legata?
Sono due, a pari merito: il bronzo nei 50m farfalla alle Paralimpiadi di Rio nel 2016 e l’argento nei 100m rana a Tokyo nel 2021. La prima mi ha regalato emozioni uniche, perché era una medaglia che non avevo previsto. La seconda, al contrario, era un obiettivo fissato da tempo e ho cercato di ottenerla con tutte le mie forze, quindi mi ha donato una grande soddisfazione, insieme a tutti gli altri successi ottenuti dalla squadra di nuoto nella spedizione.
Nel bene e nel male la tua vita ha sempre ruotato intorno allo sport… quali sono le tue prospettive per il futuro e dove ti vedi tra alcuni anni?
Gli obiettivi a breve termine sono sicuramente il Mondiale a Manchester in estate e le Paralimpiadi del prossimo anno, a Parigi. Nel frattempo, vorrei terminare il mio percorso universitario con la laurea magistrale al Politecnico di Milano. Adesso è arrivato anche il concorso in Polizia, da poco aperto anche agli atleti paralimpici. Ma oggi non so ancora dire dove mi vedrei, e forse è meglio così: la cosa che più mi piace è la consapevolezza di tenere aperte quante più porte possibili e di non precludermi nulla. Ecco perché la scelta di cimentarmi in tanti percorsi e “carriere” parallele.

