Andrea Bramani: lo scalpellino “resistente” di Monchio delle Corti | INTERVISTA

Andrea ha imparato l’arte dello scalpellino e ora è uno degli ultimi delle nostre montagne; dal lavoro della dura pietra plasma oggetti dalle forme morbide

Andrea ha imparato l’arte dello scalpellino e ora è uno degli ultimi sulle nostre montagne; dal lavoro della dura pietra plasma oggetti “destinati a superare il logorio del tempo

di Vanessa Allegri

La meccanizzazione del lavoro e il frenetico avanzare della tecnologia sta portando rapidamente alla scomparsa di antichi mestieri; uno di questi è la lavorazione manuale della pietra. Le macchine a laser consentono ora di tagliare e incidere la pietra in modo preciso, in tempi brevissimi e con costi molto inferiori rispetto a quelli che la manodopera umana richiede. Sulle nostre montagne però c’è però uno scalpellino resistente. Si chiama Andrea Bramani, meglio conosciuto come il Pastore. Vive a Valditacca – un paesino vicino a Monchio delle Corti – nella casa della nonna materna, posta sul bivio che conduce al Passo della Colla e ai Lagoni.


Il Pastore milanese

Nonostante sembri vivere da sempre tra queste alture, Andrea è nato a Milano, dove ha vissuto ed è cresciuto fino ai diciannove anni. I suoi genitori si sono conosciuti nel capoluogo lombardo: il padre è originario di Chiavenna, paese in provincia di Sondrio; la madre invece è nata a Valditacca, ma si è trasferita nella città meneghina all’età di due anni. Sono i nonni materni di Andrea, infatti, che si trasferirono in Lombardia negli anni del boom economico. A Milano lavoravano in portineria e riuscirono così a mettere da parte alcuni risparmi per costruire una casa a Valditacca dove trascorrere le vacanze.

Il piccolo Andrea  torna nel paese natio della nonna e della mamma ogni estate; dentro di sé forse sa già che quella è la sua vera casa. “Mi è sempre piaciuto stare in mezzo alla natura – racconta. Andavo spesso nella stalla e aiutavo lo zio di mamma a prendersi cura di mucche e pecore. Ecco perché mi hanno soprannominato il Pastore.

La forza e il sostegno di Nonna Elma: un’autentica roccia

Nonna Elena – detta Elma – rappresenta l’anello di congiunzione tra Andrea e l’Appennino parmense. Ma il loro legame è in realtà ben più profondo. “Dopo essere rimasta vedova a soli cinquant’anni, mia nonna è venuta a vivere insieme a noi. Io avevo quattro anni e i miei genitori lavoravano tutto il giorno. È stata lei a crescermi”, ricorda Andrea. Dopo la maturità è il momento dell’università, che il giovane decide di frequentare a Parma, iniziando così ad accorciare le distanze tra lui e i monti dell’infanzia. Prima si iscrive a psicologia e poi a filosofia, infine abbandona gli studi e si trasferisce definitivamente a Valditacca insieme a nonna Elma.

Il Pastore inizia così a lavorare per alcune cooperative locali ed esegue anche lavori di edilizia come la muratura, divenuti in seguito la professione principale. Scopre così di avere una buona manualità nella lavorazione della pietra. I clienti richiedono spesso fontane, lavandini e fioriere; questo permette all’apprendista scalpellino di fare pratica e appassionarsi alla nobile arte dell’intaglio della pietra.

Ad ogni pietra il verso giusto: prima del taglio la scelta

La pietra che si trova in queste zone è arenaria grigia: un tipo di roccia sedimentaria composta da granuli di sabbia più o meno fini che nel corso dei millenni si sono stratificati e consolidati sotto forma minerale.  Per reperire la materia prima, Andrea non si limita ad andare in cava, ma va alla ricerca delle “grotte (blocchi di pietra) lungo il greto del torrente Cedra, oppure nelle zone d’ombra. Questo è l’habitat ideale in cui trovare pietre più chiare, dunque più tenere e plasmabili. “Scelgo le pietre innanzitutto in base alla forma – spiega. Poi ne spacco un piccolo pezzo con la mazzetta per osservare la consistenza e la grana. Prediligo la grana fine perché si adatta ad ogni tipo di lavorazione e permette una precisione d’intaglio maggiore“.

Individuata la grotta, è fondamentale trovare il verso giusto di taglio. Per separare i blocchi seguendo la naturale venatura dell’arenaria bisogna osservare i “carboncini neri“, piccoli frammenti di carbone presenti nelle pietre della zona; sul lato in cui la loro forma è ovale e schiacciata si possono fare i fori per poi inserirvi i cunei. “Grazie al taglio manuale si previene il rischio che in fase di lavorazione la pietra si spezzi; seguendo la naturale stratificazione del masso, il blocco che si stacca risulta compatto – precisa Andrea. Il problema sorge con i tagli dritti fatti a macchina senza rispettare il verso, perché con il freddo si possono creare delle bolle e in seguito delle crepe”.

Andrea Bramani: lo scalpellino "resistente" di Monchio delle Corti | INTERVISTA

Giacomo Bonfanti: il “maestro” scalpellino

I trucchi del mestiere e tanti accorgimenti utili Andrea li impara da Giacomo Bonfanti, un signore di Pianadetto proveniente da una famiglia di scalpellini. “Ogni paese qui in montagna aveva la sua famiglia di scalpellini – rivela Andrea. A Valditacca c’erano i Malmassari, a Rimagna i Pilat e a Pianadetto, infine, i Bonfanti”.

I due si conoscono nel 2002 e per un mese lavorano insieme. Dopo aver scoperto la storia della sua famiglia, il Pastore chiede a Giacomo di aiutarlo nella realizzazione di una scala in pietra. A causa dell’età avanzata Giacomo inizialmente è titubante. “Poi mi disse: Va bene, ti do una mano perché mi sei simpatico! – ricorda Andrea compiaciuto. Vedere la sua manualità è stato utilissimo. Ogni gesto era preciso e ragionato; ad esempio, quando sbozzava la pietra il polso faceva un movimento che partiva dal basso per poi andare verso l’alto. È tutto un gioco di leve”.

Per affinare ulteriormente la tecnica, dal 2013 al 2016 il Pastore frequenta i corsi della Scuola di scultura su pietra a Canossa, fondata nel 1991 da Giuseppe Barbieri, muratore restauratore. La scuola è riuscita in seguito a crescere anche grazie all’apporto del noto scultore reggiano Vasco Montecchi, e ora è gestita dai suoi allievi.

Il tenero cuore della pietra

Quello dello scalpellino è un lavoro tanto stancante quanto ricco di fascino. Nello specifico, sono due gli aspetti che hanno impressionato Andrea. “Mi piace l’idea che da una materia in apparenza fredda, dura e poco plasmabile come la pietra si possano ricavare forme morbide e tondeggianti – rivela. È una bella sfida cercare di rendere armonioso ciò che in origine è rigido e spigoloso. L’altra caratteristica che apprezzo è la durevolezza della pietra. La vita media degli oggetti ultimamente si è accorciata in modo assurdo; io invece creo qualcosa che durerà per secoli e resisterà al logorio del tempo”.

Andrea assomiglia molto alla pietra che ama trasformare. Forte e inamovibile in apparenza, ma osservando con attenzione è possibile trovare il verso giusto in cui posizionare lo scalpello, per raggiungerne il cuore. Un animo, quello dello scalpellino di Valditacca, sensibile e introspettivo, nutrito da pile di libri sul tema del viaggio dentro e fuori di sé. Ma soprattutto, un cuore inciso nella pietra che Andrea ha lavorato per creare la tomba di nonna Elma, quando tre anni fa se ne andò. Nella foto sulla lapide è insieme al marito che troppo presto l’ha lasciata. Sorridenti si tengono stretti, Milano alle loro spalle, Valditacca custodita nei loro cuori. 

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