“L’abaco dei sentimenti confusi”: l’esordio letterario di Giuseppe Procaccini
L’autore sviluppa in una serie di racconti le proprie esperienze personali e professionali: un campionario…
L’autore sviluppa in una serie di racconti le proprie esperienze personali e professionali: un campionario di sentimenti in cui la confusione è soltanto apparente
PARMA | Quando si parla di sentimenti non può non venire in mente l’epopea romantica della letteratura, quando la scrittura letteraria, che in precedenza si era comportata come uno specchio riflettente il mondo reale, ha cominciato a funzionare come una lampada che dall’interiorità dell’autore è capace di rischiarare e mediare l’esperienza.
Ed è proprio questa capacità di filtro che sembra dare senso al lavoro d’esordio di Giuseppe Procaccini, che sabato 27 gennaio ha presentato il suo libro “L’abaco dei sentimenti confusi”, edito da Gaffi Editore. Alla presentazione, avvenuta presso la libreria Voltapagina di Parma, l’autore ha raccontato la genesi delle dodici novelle che compongono il volume, spiegando come esse siano anche proiezioni della vita personale e professionale dell’autore, già capo di Gabinetto del Ministro dell’Interno e più volte prefetto.
Alla presentazione, moderata dal giornalista Salvo Taranto, è intervenuto anche Giuseppe Amoroso, già capo di Dipartimento del Ministero dell’Interno; nel pubblico erano presenti molti prefetti e il Governatore della regione Lombardia Roberto Maroni. Per Procaccini si è trattato di un vero e proprio esordio in campo narrativo, pur avendo in passato firmato pubblicazioni di carattere giuridico-professionale; ciò nonostante l’autore ha dimostrato di essere già maturo nel padroneggiare il mezzo letterario. Nel corso della presentazione è emerso il carattere disorganico delle novelle, che si susseguono un po’ indisciplinate, legate dal solo filo dell’individualità dell’autore: città e luoghi diversi, ambienti veri e fantasiosi, personaggi disparati, passato, presente e futuro si incrociano e cavalcano, tra sogno e realtà.
Un ritratto dissacrante delle dinamiche burocratiche ed umane
La prima novella è la più lunga, ed è quella che dà il titolo al libro e per certi versi ne definisce la chiave di lettura: l’autore vi delinea un percorso a ritroso, in cui tratteggia la singolare e surreale storia di un bambino abbandonato e destinato a sperimentare tutta la bizzarria del potere e tutta la dedizione di “madri casuali”. Vi emerge un campionario di sentimenti contrastanti: dalla sofferenza e dall’amarezza per l’impossibilità di risolvere le contraddizioni della vita fino alla loro accettazione, fino a una forma di piacere che spesso coincide con lo sbocco dalle antinomie del proprio essere. In un altro racconto, “Il parapioggia”, l’autore racconta con una piacevole dose di umorismo una storia ambientata palazzo Chigi; ne emerge un ritratto dissacrante delle dinamiche burocratiche ed umane.
“Il chiodo” si configura invece come una farsa dei giorni nostri. L’accanimento del mondo giudiziario, giornalistico e burocratico intorno a una facezia diventa l’emblema di cosa si rischia quando ci si affida a omuncoli mediocri e a norme incongrue. I veri eroi, piuttosto, sono gli uomini che sanno ancora guardare al mondo con la semplicità necessaria a risolverne i problemi; nel racconto, al contrario, il problema si ingigantisce sempre di più, sino a superare il limite del buon senso. Il volume si chiude con una favola dai risvolti inquietanti e dal titolo “L’incontro”; l’autore vi racconta la scoperta, in una magica passeggiata nei boschi di Rieti, dell’amore e della morte da parte di una giovane madre, tanto capace ed orgogliosa quanto instabile nelle sue scelte morali.
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