Bruciare “la vecchia” è una tradizione antichissima. Per scoprire le origini bisogna retrocedere nel tempo fino alla Preistoria, quando si sviluppa la tradizione di bruciare un fantoccio a forma umana come rituale magico per scacciare la cattiva stagione e invocare l’arrivo della primavera. La vecchia è un fantoccio creato con rami e paglia: in qualche caso il fantoccio viene anche abbellito con vestiti, per rendere l’immagine della vecchia più reale.

Nel Paleolitico e  nel Neolitico era un rito di fertilità e di fecondità; mentre per i Romani un rito propiziatorio per iniziare bene l’anno. La vecchia rappresenta la miseria, la fame, le disgrazie e il darle fuoco è bene augurante per il futuro. Con il propagarsi della religione cristiana la tradizione della vecchia si è confusa con quella della “Mezza Quaresima”. Nella quarta domenica di Quaresima, anche chiamata domenica in Laetare, viene sospeso il rigore del periodo per dedicarsi ad un giorno di festa. 

In tutta probabilità il Carnevale è stato ripreso proprio nel Medioevo e in questo specifico periodo dell’anno. La vecchia è diventata la vittima dello sfogo popolare per il digiuno e l’astinenza, per la primavera che tardava ad arrivare, per l’orto che non dava frutti. Il giorno del rito della vecchia è quindi cambiato molte volte nel corso dei secoli. In Alto Adige, ad esempio, la si brucia nel giovedì di metà Quaresima; mentre in qualche paese dell’Emilia nella notte di San Giuseppe. 

La prima fonte scritta è quella di Napoleone

Per avere una fonte certa sulla tradizione del Carnevale bisogna risalire all’età napoleonica. Tra il Settecento e l’Ottocento, infatti, Napoleone ordinò un’inchiesta etnografica sugli usi e i costumi del Regno Italico. Ecco dunque che compare il rito, anche se viene elencato come un semplice falò senza attribuirgli rivendicazioni sociali e, men che meno, politiche. Dopo l’Unità d’Italia la vecchia torna a svolgere la sua antica funzione: da allora la tradizione non si è mai persa. A tenerla viva, sopratutto le campagne e i paesi di provincia. In città, infatti, non c’è la possibilità – in termini di spazio – per allestire un simile “spettacolo.

I contadini, che più sentono viva questa tradizione, sono soliti accumulare in un dei campi di loro proprietà il materiale necessario per la realizzazione del fantoccio. Già nelle settimane precedenti, ma in linea generale durante tutto l’inverno, portano nel campo scelto della paglia, ma anche i rami delle ultime potature. La tradizione vuole, infatti, che bruciando i rami delle potature possano essere scongiurate le gelate di primavera sulle piante. Inoltre, in termini pratici, bruciare ciò che rimane dei lavori di potatura contribuisce a liberare i campi per i lavori estivi. 

I giorni in cui viene svolto il rito, oggi, variano tra il giovedì grasso e il martedì grasso. I due giorni del Carnevale, infatti, vengono indicati come quelli più adatti per il passaggio dall’inverno alla primavera. Il fuoco che si sprigiona dal falò della vecchia ha anche il compito di eliminare ogni malattia della sementi nascoste sotto terra e augurare raccolti abbondanti. Inoltre, in qualche paese, si dice anche che il calore propagato dal fuoco allontani gli insetti che possono essere nocivi per la crescita del foraggio. 

Da Sant’Antonio al Carnevale: la storia delle nostre campagne

L’accumulare frenetico di materiale per il falò della vecchia, nella nostra campagne, ha una data di inizio ben precisa. È il giorno di Sant’Antonio, patrono degli animali. Una ricorrenza molto sentita sia nelle alte valli che nella Bassa Parmense. In molti casi veniva scelta una pianta lunga e dritta che aveva il compito di fungere da pertica. Attorno ad essa veniva poi accatastato il resto: legna, fascine, vincigli, paglia, fieno, tarabaccole varie, seggiole spagliate, assi, panche. Giorno dopo giorno, la pira aumentava di volume.

Il via ai roghi carnevaleschi era, ed è, il suono della lumèga. Si tratta di uno strumento fatto in casa che emetteva una sorta di muggito, scandendo il silenzio della notte. Tutti i falò venivano accesi e i paesi sembravano ritrovare la vita. Uno spettacolo insolito e affascinante. Il Carnevale stava bruciando e con esso anche la Poiana, ossia sua moglie. Un altro modo per chiamare la vecchia. Ora la tradizione è rimasta, ma tutto l’alone magico che vi arieggiava intorno fino a pochi anni fa, sembra essere scomparso. In montagna, in special modo, questo è dovuto allo spopolamento. 

Il significato del rogo rimane però lo stesso: l’addio all’inverno, rappresentato dai due fantocci. E il benvenuto alla primavera, rappresentato dal bagliore delle fiamme. Dai giorni successivi al Carnevale iniziano ad avanzare nei campi timide asprelle, qualche primule e viola si va avanti nei fossati a lato della strada. Dal punto di vista religioso il falò del Carnevale chiude il capitolo dei divertimenti e apre l’uomo alla consapevolezza dell’inizio del periodo quaresimale.

La saggezza della cultura contadina

Dal colore della cenere del falò, inoltre, anni fa i vecchi dei paesi sapevano fare pronostici per il futuro. Se la cenere è chiara, serenità e benessere; se è scura, pessimo indizio. La stessa tecnica era usata per le fiamme per il vento. Se il fuoco era vivo era chiaro, buon auspicio per la stagione; se il vento si tramutava in tramontana guai seri per il raccolto. Una manciata di cenere si spargeva, e si sparge tutt’ora per chi mantiene questa tradizione, nei campi. L’intento era quello di scacciare insetti e parassiti che potevano danneggiare il raccolto. Ma anche l’orto e il pollaio venivano “incipriati” di cenere. Terminato il falò, l’odore acre del bruciato andava mescolandosi con il profumo dei dolci di carnevale e con l’aria leggera della primavera. 

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