Quella volta che Don Camillo fu mandato al confino – MondoPiccolo #1

@ChiaraCorradi @LucaGalvani Nei racconti di Guareschi succede di tutto. In essi si trova lo spaccato…

@ChiaraCorradi @LucaGalvani

Nei racconti di Guareschi succede di tutto. In essi si trova lo spaccato della Bassa parmense negli anni del dopoguerra, tuttavia alcuni elementi caratteristici si possono ritrovare anche oggi. Le persone, sopratutto, sono rimaste molto legate a questo tipo di immaginario popolare dove il parroco e il Sindaco sono i due poli del paese. Don Camillo e Peppone, poi, sono due vere e proprie icone. La trasformazione cinematografica dei racconti del narratore di Roccabianca ha contribuito a renderli anche “fisici”. Ecco perché, quasi sempre, nell’immaginare Don Camillo abbiamo in mente la figura di Fernadel, mentre per in Peppone ritroviamo Gino Cervi. In queste settimane abbiamo pensato di rendere omaggio al Guareschi scrittore e di riproporre alcuni dei racconti simbolo del Mondo Piccolo, corredati da una riflessione sociologica sul mondo d’oggi.


Delitto e Castigo

Delitto e castigo” è il titolo di uno dei racconti contenuti nel libro “Don Camillo”; il primo volume di racconti del Mondo Piccolo. Ci sono due immagini di questo racconto che, anche per chi non ha letto il libro, sarà facile far tornare alla mente. La panca che rotea in aria, sollevata da Don Camillo nella piazza del paese, e che mette al tappeto la banda di Peppone. E il viaggio vuoto di Don Camillo per le vie del paese, prima di arrivare in stazione. Due episodi riportati anche nella versione cinematografica. L’episodio inizia con il pretone della Bassa che esce dalla Chiesa e trova sul muro la scritta “Don Camàlo“. Una scritta fatta con l’anilina, che anche a tentar di coprirla si fa solo danni.

E così Don Camillo, dopo essersi confidato con il Cristo dell’altare maggiore, si nasconde per aspettare che il vandalo delle scritte ritornasse. 

[…] E verso le due di notte quando apparve sul sagrato un tizio che, deposto un secchiello per terra, si mise cautamente a lavorare di pennello contro il muro della canonica, Don Camillo non gli fece neppure finire la “D” e, infilatogli la testa nel secchiello, lo spedì via con una pedata fulminante. […]

Un comportamento non proprio da prete. La pittura all’anilina non lascia scampo e ben presto quel ragazzo, Gigotto, venne soprannominato “Pellerossa” e tutti in paese seppero che era lui il colpevole. Se fosse finita lì, nulla di strano. Gigotto, uomo di Peppone, aveva avuto la giusta punizione. Il problema vero iniziò a profilarsi all’orizzonte una sera. Rientrando a casa Don Camillo non si accorse che qualcuno gli aveva sporcato la maniglia della porta. 

[…] Allora, senza dire niente né ai né bai andò a pescare Gigotto all’osteria  e, con una sberla da annebbiare la vista ad un elefante, gli appiccicò in faccia la roba della maniglia. Naturalmente queste faccende scivolano subito in politica e, siccome Gigotto era in compagnia di cinque o sei dei suoi, Don Camillo fu costretto a sventolare una panca […]

Eccola qui la panca. Un episodio così non poteva certo passare inosservato. La mattina seguente Don Camillo fu chiamato dal Vescovo. Destinazione Puntarossa. Una vecchia parrocchia in montagna, dove era appena morto il prete. Don Camillo non obiettò e confidandosi con il Cristo, ammise di aver sbagliato. D’altro canto la voce in paese si sparse alle velocità della luce. Peppone convocò una riunione straordinaria

[…] “Don Camillo se ne va” annunciò Peppone. “Trasferito per punizione in un paese di montagna a casa del diavolo. Parte domani alle tre” […] “Deve andar via come un cane!”, urlò il Brusco. “Fate capire alla gente che tira brutta aria per chi si fa vedere domani in giro dalle due alle tre e mezzo” […]

Guareschi esprime benissimo l’atmosfera che si respirava: “Se la paura in città fa novanta, nei paesi fa centottanta“. Don Camillo attraversa strade deserte, fino ad arrivare alla stazione. Nemmeno un cane a salutare il parroco che lasciava il paese. Don Camillo, rattristato, montò sul treno. Alla prima fermata, a Boschetto, il vagone fu invaso di persone. Un mare di gente con doni, fiori, regali. Don Camillo era frastornato e alla ripartenza del treno si ritrovò lo scompartimento pieno di fagotti.

[…] “Gli uomini di Peppone avevano fatto detto che se uno si faceva vedere in paese alla vostra partenza l’avrebbero annebbiato di legnate”, spiegò il fattore di Stradalunga. “Per non far succedere dei pasticci siamo venuti tutti a salutarvi qui”. […]

Nel tragitto che lo separava dalla stazione successiva, Don Camillo pensò che Peppone e i suoi uomini ce la dovevano avere davvero tanto con lui per l’accaduto. E, anche se tra i due c’era una rivalità politica e rappresentavano due realtà molto diverse, gli dispiaceva. A portarlo lontano dai suoi pensieri ci pensò il fischio del capotreno. Il convoglio era arrivato a Boscoplanche, l’ultimo paese del Comune. Ad aspettarlo, il Sindaco e la giunta al completo.

[…] “Prima che voi uscite dal territorio del Comune di nostra pertinenza desideriamo porgervi il saluto della popolazione e l’augurio che la vostra guarigione sia rapida, la quale potrete presto ritornare alla vostra missione spirituale”. Poi, mentre il treno si rimetteva in moto, Peppone si tolse il cappello con largo gesto e anche Don Camillo si tolse il cappello e rimase affacciato così con il cappello in aria, come una statua del Risorgimento […]

IL COMMENTO
Il saluto del Sindaco: il rispetto per una parte del Mondo Piccolo che se ne va

@LucaGalvani

I personaggi di Guareschi descrivono un “mondo piccolo” che oggi fatichiamo a comprendere nel quotidiano della corsa, della fretta lavorativa, della estemporaneità dei rapporti. Il distacco dalla piccola comunità di colui ne rappresenta un anello indispensabile per il suo funzionamento è una scossa sismica imprevista ed imprevedibile: il micro-sistema sociale scopre il mondo e ciò che lo circonda in una dicotomia di resistenza e attrazione che porta il Parroco a Puntarossa, oltre cioè i confini conosciuti e concepiti come propri, non dissimili cioè alla forma della propria anima. Oggi vediamo forse il processo opposto, ovvero un ambito ritorno alla dimensione famigliare, alla solidità dei rapporti che nel tempo liquido e virtuale scompone e ricompone le nostre identità individuali nel tempo di un battito di ciglia. Avvertiamo il bisogno dell’unificazione, del riferimento all’interno del quale ricomporre i cocci di un mondo disgregato e frazionato. Avvertiamo il bisogno di prendere il treno come Don Camillo e ritornare da Puntarossa, luogo sperduto del nostro universo individuale, al “mondo piccolo” fatto di percorsi incrociati con i nostri affetti.

@ChiaraCorradi

Pur scontrandosi su diversi argomenti, primo tra tutti la politica, Don Camillo Peppone non mancano mai di rispettarsi l’un l’altro. Se da una parte il Sindaco, in pubblico, dimostra di essere contento per la partenza del parroco, dall’altra sente già la mancanza del suo “rivale”. Peppone ha un ruolo da mantenere: quello di sindaco comunista. E ovviamente i preti con i comunisti hanno poco feeling. Se poi il prete rovescia panche addosso ai “compagni”, ancora meno. Su molti aspetti, lontano dagli occhi dei compagni di uno e dell’altro, però Peppone e Don Camillo hanno dimostrato di saper collaborare. Strano da dirsi, ma sono stati anche amici. L’unione, in certi casi, fa la forza e va al di là del colore politico e della tonaca da prete.

Ecco perché Peppone non poteva lasciare che Don Camillo partisse senza salutarlo. Agli occhi del paese tutto deve passare nell’ombra. Ma alla stazione successiva ecco la banda al completo, il Sindaco e la giunta. Don Camillo è una parte del Mondo Piccolo che se ne va. Non è definitiva, certo, ma comunque sarà un’assenza che destabilizzerà la quiete del paese. Chi arriverà? Come la penserà? Cosa farà? E sopratutto da chi andrà Peppone quando avrà bisogno di aiuto e consiglio?

Oggi nella Bassa parmense le due figure del parroco e del sindaco sono ancora molto legate. Rimangono espressione di due mondi diversi, quello religioso e quello amministrativo. Ma sono e saranno ancora per molto punti di riferimento. Li conoscono tutti, li chiamano per nome. Parteggiano da una parte e dall’altra, a volte litigano. Certo non volano panche: su questo i tempi sono cambiati. Anche gli spazi sono ben delineati: c’è l’oratorio e c’è il circolo. Proprio per questi aspetti i paesi della Bassa sono molto diversi dalla città. Sopravvive ancora la dimensione del paese, dove tutti si conoscono. Dove il prete e il sindaco sono i punti cardinali della vita della comunità. Proprio come accadeva nei racconti di Guareschi. Sono passati tanti anni, ma oggi come allora, la Bassa è questa.

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