Ad oltre 60 anni dall’invenzione del pacemaker, il progresso scientifico ha cambiato la cardiologia: il reparto di Parma si racconta

Era l’8 ottobre 1958 quando Ake Senning, un chirurgo del Kaloinska Institute impiantò il primo pacemaker, progettato dall”ingegner Rune Elmqvist. Il paziente si chiamava Arne Larsson ed era affetto dalla sindrome di Adams-Stokes, una condizione che lo aveva portato a 43 anni ad avere 20 battiti al minuto invece dei 60-100 normali e frequenti svenimenti e crisi cardiache. Il dispositivo, grande quanto un dischetto da hockey e con solo due transistor, ebbe vita breve perché si danneggiò durante l’impianto e smise di funzionare dopo poche ore.

A brevettarlo, nel 1960, fu Wilson Greatbatch. L’apparecchio, inventato poco tempo prima e in modo piuttosto casuale, è diventato uno strumento efficace nella medicina del cuore, utile a stimolare elettricamente la contrazione del muscolo nei casi in cui questa non avvenga in maniera normale. Da allora la scienza ha aiutato la cardiologia con innovazioni e nuove tecniche di operazione e abbiamo chiesto al reparto dell’Ospedale di Parma di raccontarci l’evoluzione di questa branca della medicina e la professionalità dei medici che operano nel dipartimento della città.

Quasi sessanta anni fa l’ingegnere americano Greatbatch non immaginava di stare per progettare uno dei più funzionali apparecchi per il cuore di sempre: un giorno installò un resistore con una resistenza sbagliata, accorgendosi successivamente che le pulsazioni create erano identiche a quelle del normale battito cardiaco. Lavorandoci nel laboratorio di casa sua, riuscì ad ottenere lo strumento, chiamato poi pacemaker, che testò prima su animali e poi su un anziano signore, fortunato ad esser stato la prima cavia umana che dimostrò l’utilità della nuova invenzione. Oggi si chiama elettrofisiologia la branca che si occupa del delicato impianto di pacemaker, e all’Ospedale di Parma c’è un reparto competente alla cardiologia interventistica: il primario dottor Diego Ardissino ci ha raccontato il modus operandi e la storia di questa parte di medicina, insieme alle varie prospettive che i medici si attendono dal futuro.

Dottor Ardissino, quali sono le tecniche e le strumentazioni che l’Ospedale di Parma utilizza per questo tipo di intervento?

Nel nostro reparto utilizziamo tutte le tecniche disponibili per l’impianto del Pacemaker. Si tratta di uno strumento che serve per dare al cuore il ritmo che ha perso: senza il Pacemaker le malattie che riguardano il ritmo cardiaco sarebbero fatali. Per la Cardiologia è uno strumento indispensabile, che può essere collocato in sede di stimolazione dell’atrio o del ventricolo o in entrambe le posizioni e che garantisce la sequenzialità del battito. Un altra causa che comporta l’installazione del Pacemaker è la perdita di sincronismo: in casi specifici, questo strumento, può essere d’aiuto per migliorare la forza di contrazione del cuore con uno stimolazione biventricolare e ridurre i sintomi dello scompenso cardiaco. A Parma, ogni anno, operiamo 350/400 persone che necessitano di un impianto di Pacemaker: alcune arrivano anche da fuori Provincia e dalle Regioni limitrofe.

Come funziona il decorso post-operatorio del paziente?

L’installazione del Pacemaker è un intervento semplice: il paziente entra in reparto e il giorno successivo viene operato. Il terzo giorno vengono effettuate le soglie per il controllo che permettono di assicurarsi che tutto funzioni alla perfezione. Al termine di questo processo, il paziente viene dimesso.

Quali sono i progetti e le ricerche che si stanno portando avanti per migliorare le tecniche d’intervento?

Una nuova frontiera è quella dei Pacemaker senza elettrodi: sono impianti più semplici e che portano anche ad una diminuzione delle complicazioni in termini di infezioni e di influenze di corpi estranei che, nel caso di Pacemaker classici, costringono a sostituire o rimuovere gli elettrodi. Anche nel Reparto di Cardiologia del Maggiore ci sono alcuni elettrofisiologi che stanno compiendo alcuni studi e ricerche che vanno in questo senso e che potrebbero apportare significative migliorie negli interventi.

Quanto è importante, nella cardiologia, uno strumento come il Pacemaker?

Il Pacemaker è stata un’invenzione fondamentale. E’ rarissimo che persone nella fascia tra l’ottava e la nona decade di vita non abbiano bisogno di questo strumento. E’ lo strumento che contribuisce più di tutti alla sopravvivenza dell’umanità: senza il suo utilizzo, la vita media delle persone sarebbe molto inferiore.

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