La misura delle cose – Quando la meraviglia è dimenticata e tutto diventa uguale | EDITORIALE

Ora, che la montagna spopoli non è una novità. Che la città attragga per necessità o diletto nemmeno. E non è un male. Fatto è che la misura del viaggio per raggiungerla è direttamente proporzionale al vuoto di memoria creato nel pellegrino urbano rispetto a quello che si lascia alle spalle. Quello che non si volta a guardare, tantomeno con l’intenzione di farci ritorno. Bene, si osservi: esistono una miriade di luoghi “del non ritorno”, che sono tanto dimenticati quanto in una condizione di crescente decadenza (fisica ma non ancora morale). Vanno tirati fuori dal cilindro di chi, ad esempio, quei luoghi non li ha abbandonati e, se si è assentato per “fare la spesa”, ha comunque gettato a terra le briciole per ritrovare il sentiero. Esempi concreti oltre a chiacchiere: castello di Golaso (Varsi) e Chiesa di Calice (Bedonia) e la lista si allunga premendo semplicemente il campanello di qualcuno (ancora) “della zona” e chiedendo. Contro quella tendenza, insomma, che oggi spopola e trova adepti ovunque nel mondo: scrivere prima di leggere, dire prima di ascoltare. Non è tanto strano, quindi, che ci sia un certo collegamento tra lo “scappare” dai luoghi “di prima” (normale oggi per certi versi per cercare un futuro) con il fatto che non tornare alle origini – non per tutti ma per molti e con crescente diffusione tra i giovani – significhi non sapere più “chiedere” per “riscoprire” l’antico e “viaggiare” per “comprendere” […]

Punto&Virgola

di Luca Galvani

Ora, che la montagna spopoli non è una novità. Che la città attragga per necessità o diletto nemmeno. E non è un male. Fatto è che la misura del viaggio per raggiungerla è direttamente proporzionale al vuoto di memoria creato nel pellegrino urbano rispetto a quello che si lascia alle spalle. Quello che non si volta a guardare, tantomeno con l’intenzione di farci ritorno.


Bene, si osservi: esistono una miriade di luoghi “del non ritorno”, che sono tanto dimenticati quanto in una condizione di crescente decadenza (fisica ma non ancora morale). Vanno tirati fuori dal cilindro di chi, ad esempio, quei luoghi non li ha abbandonati e, se si è assentato per “fare la spesa”, ha comunque gettato a terra le briciole per ritrovare il sentiero.

Esempi concreti oltre a chiacchiere: castello di Golaso (Varsi) e Chiesa di Calice (Bedonia) e la lista si allunga premendo semplicemente il campanello di qualcuno (ancora) “della zona” e chiedendo. Contro quella tendenza, insomma, che oggi spopola e trova adepti ovunque nel mondo: scrivere prima di leggere, dire prima di ascoltare. Non è tanto strano, quindi, che ci sia un certo collegamento tra lo “scappare” dai luoghi “di prima” (normale oggi per certi versi per cercare un futuro) con il fatto che non tornare alle origini – non per tutti ma per molti e con crescente diffusione tra i giovani – significhi non sapere più “chiedere” per “riscoprire” l’antico e “viaggiare” per “comprendere”.

Andremo quindi in questi due luoghi citati per raccontarveli, per farli probabilmente scoprire ai più e comunque per tentare di “tornare” un attimo indietro, rivalutando così la “misura delle cose” in loco e grazie alla voce di chi apre alla porta per condividere il racconto.

Il rischio che si intravede all’orizzonte, diversamente, è che tutto diventi uguale a tutto, ogni terra arrivi ad assomigliare a quella accanto, nell’illusione che mancanza di sfumature e differenze sia una conquista perché rende tutto più facilmente comprensibile e annulla lo sforzo di capire “la cosa nuova”.

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