Lupi in Appennino: un po’ di chiarezza per mettere fine alle polemiche; parla Luigi Molinari dello staff del Wolf Apennine Center

La foto della cavalla mangiata dai lupi nella località Tugo di Berceto ha destato parecchio scalpore e altrettante polemiche in questi giorni: è per questo che si rende necessario fare chiarezza sulle vicende che riguardano il lupo, cercando di tralasciare leggende popolari sullo stile di Cappuccetto Rosso ma analizzando la realtà della Provincia di Parma.

Due le versioni che si rincorrono in questi giorni: la morte naturale della cavalla e il conseguente “pranzo” dei lupi oppure la morte dovuta all’attacco dei grandi predatori appenninici. Sarà molto difficile risalire alla vera causa: infatti la carcassa dell’animale è stata smaltita senza che i veterinari potessero eseguire l’esame anatomopatologico, che avrebbe stabilito la causa della morte; la procedura comunque non è obbligatoria, ma dipende dalla volontà del proprietario di sapere le cause. Dalle foto disponibili si può solo ipotizzare che la cavalla possa essere morta prima del consumo, considerando che le uniche lesioni visibili hanno aspetto post mortale (i tessuti lesi non hanno reazioni intra vitali evidenti) e l’area consumata della carcassa risulta di colorazione chiara e non emorragica come dovrebbe essere in caso di attacco all’animale vivo. Il tutto, però, non può erigersi a prova certa mancando il passaggio fondamentale del veterinario e dell’analisi.

“E’ il veterinario, spesso accompagnato da un biologo specializzato, – spiega Luigi Molinari, bercetese che fa parte dello staff del Wolf Apennine Center – che redige il certificato di morte da predazione”. Le lesioni dell’animale, infatti, permettono di capire se l’animale è morto a causa di predazione oppure se esito di un consumo post mortem: “Inoltre – continua Molinari – analizzando i morsi si possono ottenere informazioni sul predatore responsabile che sia esso un lupo, un cinghiale o una volpe”.
Nel Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano ha sede il Wolf Apennine Center, un centro permanente di riferimento per la gestione del lupo su scala interregionale. “Il WAC nasce nel 2012, da diverse esigenze – spiega Luigi Molinari – tra cui i problemi gestionali connessi alla predazione sul bestiame domestico e alla percezione di pericolosità che si ha del lupo”. Leggende e credenze popolari portano spesso a conclusioni affrettate: “Spesso l’argomento lupo – continua– viene sfruttato per veicolare malumori ed è per questo che occorre dare uniformità e continuità ai progetti di ricerca per non dare adito a false informazioni”.

Il lupo è un’animale difficile da censire: “Non c’è una stima precisa – spiega Molinari – del numero di lupi nella Provincia di Parma però considerando la densità biologica si può considerare un numero di 15/20 branchi”. In particolare il Comune di Berceto ha un’estensione di 130 km2 che è solitamente definita come l’home range (una zona sulla quale un animale o gruppo di animali viaggia regolarmente in cerca di cibo o di compagni) tipico di un branco di lupi di 5/6 individui. “Tuttavia – specifica – considerando che il lupo non conosce i confini amministrativi, bisogna anche prevedere che il territorio comunale sia parte di più branchi che appartengono ad home range confinanti”.

Spesso si sente parlare di cani inselvatichiti: “Più che di cani randagi – puntualizza Molinari – si deve parlare di individui ibridi (risultati di un accoppiamento passato tra Lupo e cane), tenendo conto che essi sono ecologicamente ed etologicamente assimilabili a lupi veri e propri anche se per le basse percentuali di geni canini possono avere un aspetto un po’ anomalo”.

La popolazione del lupo si autoregola in base alle capacità dell’ambiente di contenerla: “Solitamente nei branchi si accoppia una sola femmina, una volta all’anno”. Inoltre è fondamentale evitare il luogo comune secondo cui più lupi ci sono e più pericolo c’è per l’uomo.

La fobia dell’uomo per il lupo è per lo più dovuta ad un mix di retaggi culturali, ma ci sono alcuni modi che possono prevenire eventuali attacchi agli allevamenti: “Non possiamo escludere che un lupo entri in giardino, ma possiamo e dobbiamo fare in modo di non attrarlo. Qualche consiglio? Non lasciare del cibo a disposizione o animali indifesi”. Si possono prevenire attacchi con l’uso dei recinti e con cani da guardiania (ad esempio il Maremmano abruzzese) anche per gli animali domestici ma “i lupi sono molto opportunisti e nessuno potrà costringerli a non avvicinarsi alle case”, conclude Molinari.

I fondi per lavorare a progetti riguardanti il lupo in Italia sono per la stragrande maggioranza derivati dall’Unione Europea che li mette a disposizione per la consrvazione di Habitat e specie di interesse comunitario: attualmente ne sono attivi tre: il WolfAlps che si conclude nel 2018 e che muove i suoi studi nell’arco alpino; il M.I.R.C.O nella zona del Parco dell’Appennino Tosco Emiliano, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e il MedWolf nelle aree mediterranee.

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