Una vita a Parma, la storia della Prof.ssa Patritti: “La disabilità non distingue le persone” | INTERVISTA

Ci sono storie di vita che insegnano il valore della tenacia e della forza di volontà più di qualsiasi opera di fantasia. Quella di Chiara Patritti è una di queste. Nata a Verbania, dove ha frequentato le scuole fino al termine del Liceo Classico, è diventata parmigiana d’adozione quasi 20 anni fa. Un percorso non scontato e semplice, dovuto ad una grave disabilità che l’accompagna dalla nascita, che tuttavia non le ha impedito di perseguire i propri sogni. Come quello che l’ha condotta a Parma nel 1993, prima per conseguire la Laurea in Lettere e Filosofia e poi per diventare una insegnante della città. Da circa 16 anni, infatti, la professoressa Chiara Patritti insegna al Liceo Scientifico Giacomo Ulivi, contribuendo a formare le giovani menti che solcheranno il palcoscenico della vita. Tra le tante difficoltà incontrate lungo il percorso c’è anche l’ultimo anno e mezzo di pandemia. E anche se il Covid non l’ha spaventata per le tante precauzioni adottate, la sua vita è cambiata a causa della distanza che aumentava fra sé e gli altri, soprattutto con chi le doveva prestare assistenza.

Prof.ssa Patritti, la sua storia a Parma quando nasce?

Mi trovo a Parma dalla fine del 1993. Tutto è nato quasi per scherzo, perché in seconda media ho fatto una gita con i miei compagni di scuola a Parma e in quell’occasione è scattato il colpo di fulmine: io sono di Verbania e qui ho trovato una città in pianura dove giravano liberamente molte biciclette. Ecco, in quel momento è nato qualcosa. Nell’ultimo anno di Liceo Classico è sorto poi un dilemma, perché avevo il desiderio di affrontare un percorso di studi in autonomia: avendo vissuto fino a quel momento a stretto contatto con i miei genitori, c’è stata una sorta di ribellione ed ho espresso la volontà di dimostrare a me stessa di potercela fare da sola.


Dopo la Laurea è diventata Professoressa, che ambiente ha trovato nella scuola?

Ci sono stati vari momenti, all’inizio, ad esempio, è stato difficilissimo, perché si entra in una realtà molto competitiva ed essere un insegnante con difficoltà legate anche al non poter scrivere mi ha messo addosso molte pressioni. Mi sentivo giudicata per questa scelta. Ora invece lo vivo come un ambiente in cui hanno imparato ad apprezzarmi, c’è anche un gruppo di colleghi che mi aiuta costantemente a valorizzare il mio lavoro come relazione primaria e come modalità per dare una mano agli altri. E per una persona con disabilità questo è importantissimo.

Dal punto di vista abitativo che soluzioni ha trovato in città?

A Parma ho trovato un ambiente come il Don Gnocchi, dove, oltre ad avere a disposizione uno spazio residenziale, era possibile effettuare anche attività di fisioterapia, a me funzionale perché si tratta dell’unico momento in cui posso muovermi in “libertà”. Purtroppo qualche anno fa la Fondazione Don Gnocchi non ha rinnovato la possibilità di usufruire degli spazi residenziali per i disabili, perché mantenere quel reparto senza avere un corrispettivo economico adeguato non era più possibile. Secondo me la scelta della Fondazione è stata sbagliata, perché i disabili fuori da strutture di questo tipo rischiano l’isolamento e la solitudine, situazioni molto difficili da superare. Attualmente mi trovo in una struttura chiamata Avitas, dove l’assistenza a livello pratico non fa mancare nulla, tuttavia si tratta di una realtà molto diversa e composita, perché al suo interno non abitano solo disabili motori come me, ma anche disabili psichici con cui non posso avere nessun tipo di relazione.

Nel suo percorso ci sono molto coraggio e forza di volontà…

Dietro questo percorso di vita c’è stata anche la tenacia della mia famiglia, che ringrazio profondamente, e di tutti coloro che mi hanno affiancata. La condizione di disabilità di ciascuno non è mai uguale: ma vorrei incoraggiare le persone con difficoltà a non lasciarsi andare, perché i protagonisti di questa vita siamo noi. A me non piace fare distinzioni tra disabili e normo dotati, perché per me le persone si chiamano per nome.

Prof.ssa, il Covid invece come le ha cambiato la vita?

Il Covid è stata una sfida importante perché ha messo ancora più in evidenza, più che le mie difficoltà, l’approccio alla realtà: dovendo mantenere le distanze mi sono trovata a non poter più far affidamento immediato di un aiuto e ho dovuto iniziare a cercare quell’aiuto dentro di me.

Prima della pandemia questo aiuto come si concretizzava?

Si trattava di un aiuto fisico, di cui necessito chiaramente ancora, che tuttavia non subiva la limitazione di non dover oltrepassare la distanza prossimale da persona a persona. Cosa che con il Covid, per forza di cose, è avvenuta.

A scuola come sono andate le cose?

Il bello del mio lavoro è la relazione con i ragazzi: ovviamente la didattica distanza ha mozzato questo rapporto. Trovarsi di fronte ad uno schermo invece che in classe ha generato inevitabilmente delle difficoltà e mi ha impedito di vivere in modo sereno la dimensione della classe, ambiente che mi permette di superare positivamente tutte le difficoltà.

Il Covid l’ha spaventata?

Il virus di per sé no, perché sono sempre stata molto attenta e tutt’ora sono sempre molto attenta. Però le difficoltà che ha generato nella mia vita, avendo sempre bisogno della presenza fisica degli altri ed essendo una disabile motoria, sono state tante.

A livello pratico queste difficoltà come si sono manifestate?

Ho vissuto per molto tempo nella mia stanza, che è adibita a mini appartamento. Le cure fisioterapiche le ho interrotte fino a giugno 2020, mentre la cura alla persona si è svolta il più possibile in totale sicurezza.

Il prossimo sogno nel cassetto qual è?

Per un disabile è fondamentale fare tesoro della propria esperienza di vita e magari aiutare altri disabili giovani ad affrontare un percorso analogo, sia di studi sia un percorso prepedutico al lavoro. Secondo me l’accettazione della disabilità è molto difficile ed è un’accettazione che avviene gradualmente con profonda sensibilità: il mio sogno nel cassetto è quello di poter aiutare veramente delle persone che si trovano a fare un percorso analogo al mio. E in questo mi sentirei molto realizzata. Sarebbe bello creare una realtà in cui le persone disabili giovani possano affrontare un percorso in autonomia.

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