– di Andrea Adorni
Svegliarsi con la preoccupazione del tempo. Trascorrere la notte insonne temendo di essere in ritardo sulle proprie aspettative o, peggio, quelle altrui. Queste le sensazioni che investono la grande maggioranza dei giovani d’oggi. Gli stessi giovani tacciati ingiustamente d’inettitudine o scarsa voglia di fare. Chi li definisce tali non comprende che il suo modello di riferimento non corrisponde più alla realtà, il mondo di ieri non è uguale a quello di oggi. I nostri genitori, i nonni e, sempre più a ritroso i loro parenti, hanno vissuto un periodo storico dove le certezze erano durature nel tempo, costanti e inossidabili. Oggi, che lo si voglia accettare o meno, la realtà è molto più instabile e le nostre certezze sono sempre più labili.
L’esempio più banale è il lavoro. Il mito del contratto a tempo indeterminato è crollato e la precarietà ha investito l’11,4% della gioventù italiana, dati Istat alla mano. Questo non consente di programmare la propria vita, costringendo i ragazzi a vivere alla giornata, perché avere delle aspettative significa tradirle. Le giovani coppie ritardano il matrimonio o il concepimento di un figlio, preoccupate di arrivare alla fine del mese con qualche cosa in tasca. La preoccupazione del tempo si trasforma sempre di più nel timore di non avere la forza di andare avanti. Perché il modello di vita precedente (quello dei nostri genitori) ci dice che siamo in ritardo, che siamo sopra il binario di un Freccia Rossa che non fa più fermate.
La realtà, oggi, fornisce riferimenti temporanei che non consento più quello stile di vita. Il mutamento rapido delle condizioni sociali, il rimescolamento continuo dei rapporti, i salari sempre più bassi e la mancanza di credito ne sono la prova. Vivere alla giornata significa aspettare che le cose cambino, con la speranza (forse) vana che la rotta venga invertita. Si aspetta così il contratto definitivo. Improvvisando fino al momento in cui si potrà iniziare a programmarsi una vita. Intanto l’ansia aumenta, la morsa di una vita precaria attanaglia e la frustrazione corrode. Il rischio poi è che la stabilità non possa più portare serenità. Perché la lancetta del tempo non tornerà più indietro e la scansione di ogni secondo peserà come un macigno.
L’errore? Probabilmente accelerare, come se la rincorsa potesse rendere più rapido il cambiamento e il cronometro potesse essere ingannato. Tentare d’ingannare il tempo equivale ad ingannare sé stessi. Giocare al rilancio, sfidare le probabilità…
Un’idea per provare a vincere la partita: non cerchiamo di correre più veloce del cambiamento, cerchiamo – per contro – di afferrare nel passato modelli e riferimenti semplicemente anacronistici ma cerchiamo di costruire una rete tangibile e quotidiana di rapporti di vicinato solidi, duraturi, di qualità. Il tempo del rimescolamento ci impone di inventare quotidianamente nuove soluzioni? Facciamo in modo di essere noi la soluzione sempre diversa e nuova per noi stessi e soprattutto gli altri.
