Heart of the Sea e il sogno di lettore di Ron Howard
di Filippo Fabbricatore Call me Ismael. È con queste parole che si apre una delle…
di Filippo Fabbricatore
Call me Ismael. È con queste parole che si apre una delle epopee più belle di tutti i tempi, il Moby Dick di Hermann Melville. Ed è da quelle parole che Ron Howard intende subito allontanarsi. Non è la storia di Moby Dick che il suo Heart of the sea vuole mettere in scena, ma quei fatti realmente accaduti che nel 1851 ispirarono l’autore americano. Per questo la cornice con cui Howard innesca e orienta la narrazione è tra le più felici: Thomas Nickerson, un uomo di mezza età intrappolato nei suoi ricordi, è spinto da un giovane Melville a vincere le riluttanze e a raccontare la storia del naufragio della baleniera Essex, di cui, a distanza di trent’anni, è l’unico sopravvissuto.
Eccoci così proiettati sulla Essex mentre nel 1820 salpa dal New England alla volta dell’Oceano Pacifico. A guidarla è il capitano Polard, che subito entra in conflitto con il vero protagonista di questa di questa storia, il primo ufficiale Owen Chase (il Chris Hemsworth reso celebre dal ruolo di Thor). Dopo aver doppiato Capo Horn, i marinai avvistano un branco di cetacei, ma una balena bianca dalle dimensioni enormi attacca la nave fino a provocarne l’affondamento. Incomincia così il naufragio dei sopravvissuti: una lotta contro la fame e le forze incontrastabili della natura che li porterà faccia a faccia con la morte, fino a scoprire il lato più oscuro di ciascuno di essi. Non è una situazione nuova per il cinema di questi anni, ma Howard è bravo a caricarla di un alone da archetipo. Ed è proprio in questa parte del film che l’azione avventurosa cede il passo al talento degli attori (oltre al già citato Chris Hemsworth, Cillian Murphy, Ben Whishaw e Benjamin Walker), che per settimane si sono sottoposti a una dieta che non prevedeva più di cinquecento chilocalorie al giorno.
In fin dei conti Ron Howard sta realizzando il suo sogno di lettore, quello di dare alle pagine del capolavoro di Melville lo spessore e lo smalto dei colori veri. Ha il merito di farlo senza la presunzione di ricercare nel film la forza evocativa e la sacralità simbolica del testo. Del libro coglie, sfogliandolo, il verde dell’oceano, lo spumeggiare delle onde, l’esplosione delle vele al vento, la spericolatezza della caccia. Tanto basta per farne un bellissimo film.
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