Rete Carcere: “Obiettivo è rimuovere la ‘lettera scarlatta’ dalle vite dei detenuti” | INTERVISTA

Il sistema carcerario italiano è in forte crisi – tra problemi di sovraffollamento, l’aumento di…

Rete Carcere Detenuti

Il sistema carcerario italiano è in forte crisi – tra problemi di sovraffollamento, l’aumento di episodi di violenza e la manifestazione di una vera e propria emergenza suicidi da entrambi i lati delle sbarre diventa opportuno domandarsi se la situazione attuale può essere sostenuta ancora a lungo. È necessario lavorare a un cambiamento sistematico per garantire degne condizioni alla popolazione penitenziaria, rammentando che la funzione costituzionale del carcere è improntata sulla giustizia riabilitativa e riparativa e non può essere pensata come unicamente punitiva.

L’Associazione Rete Carcere è un’Organizzazione di Volontariato Penitenziario iscritta al RUNTS – nasce il 28 maggio 2014 con l’intento di contribuire al miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti e dei loro familiari e favorire il reinserimento sociale degli ex detenuti, attraverso lo sviluppo di una rete di contatti tra comunità carceraria, società civile e istituzioni del territorio. Abbiamo avuto il piacere di conoscere questa realtà parmense più da vicino confrontandoci con le esperienze del Presidente dell’Associazione, Gildo Nardon, della segretaria dell’Associazione, Manuela Pezzoni e delle volontarie Barbara Cusi e Franca Giuberti.


Come nasce l’Associazione Rete Carcere? Quale obiettivo si prefigge?

L’Associazione nasce nel 2014 da un gruppo di persone che già da anni entravano in carcere come volontari o anche come insegnanti delle classi in carcere. Nel 2019 è entrato un altro gruppo di volontari che si è preparato con un corso di formazione di diversi mesi, organizzato dal CVS Emilia e finanziato da Cariparma – sono entrati nove volontari. Adesso siamo in venti, c’è ancora il nucleo dei fondatori – alcuni non ci sono più ma ce ne sono diversi con grande esperienza. L’organizzazione nasce con la volontà di dare una risposta di rete ai bisogni essenziali del mondo carcerario che sono quelli dell’ascolto e della risposta a necessità anche materiali. Si occupa dell’attività di sostegno allo studio, di supporto al percorso di maturazione, facilita e sostiene i contatti con le famiglie e gli avvocati, accompagna i detenuti in permesso premio o in uscita dal carcere.

Nel carcere di Parma ci sono tante realtà e Associazioni che operano per i motivi più diversi. Rete Carcere nasce proprio con l’obiettivo di mettere insieme questa realtà. Il problema nostro, di persone di una certa età, è che gli orari del carcere sono quelli che sono, quindi schematizzando un po’ dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 13.00 alle 15.00. Questo significa chiaramente che può entrare solo chi ha il giorno libero o chi è in pensione come noi e quindi può utilizzare questi momenti – le persone che lavorano fanno fatica. Con il Polo Universitario Penitenziario stiamo collaborando e stiamo studiando progetti comuni. C’è il desiderio di essere inseriti anche in realtà che vanno oltre al carcere, una volontà di legarsi a tutti quelli che operano in carcere dal punto di vista istituzionale come l’Università, la Garante dei Diritti dei Detenuti di Parma e il Comune.

Il bando ‘Nessuno Si Salva Da Solo – Coltiviamo la Fragilità’ si propone di sensibilizzare la comunità ed accorciare la distanza fra la cittadinanza e i ristretti, gli ‘invisibili’. Rete Carcere è una delle figure chiave di questo progetto – tramite lo sportello In Con-tatto e l’opuscolo Orientarsi in Carcere per i nuovi detenuti a Parma ha contribuito a concretizzare questa proposta. Come sono nate queste iniziative e che che tipo di feedback avete ricevuto dalla comunità?

Il bando ‘Nessuno Si Salva Da Solo‘ è nato tre anni fa, questa è la seconda ‘puntata’. Abbiamo aderito ed è stato un progetto faticoso perché comunque ci sono delle regole da rispettare, dei tempi, dei monitoraggi. Però è stato molto bello perché ci ha permesso di lavorare insieme, di fare rete proprio – anche con associazioni che non conoscevamo, quindi sono nate delle sinergie e anche delle relazioni molto belle. L’anno scorso, nella prima edizione, questo ci ha permesso di aprire lo sportello – quindi avere i finanziamenti per i computer e per il nostro materiale. Quest’anno è continuato, siamo più o meno le stesse associazioni – c’è stato forse qualche ingresso nuovo – e per la parte di nostra competenza c’è stato proprio lo sviluppo della guida. Per noi sono state due edizioni, due bandi, molto importanti – ci hanno permesso di essere qua, di ampliarci, di rispondere a delle esigenze.

La necessità di uno sportello l’abbiamo sentito noi come Associazione – l’importanza di avere un punto di riferimento fisico – ma anche i nostri utenti e le famiglie che hanno bisogno di incontrarci magari per portare un pacco, un vestito o per reperire un’informazione, per un momento di sfogo, di consolazione e ascolto. La guida è nata da un’esigenza, entrando in carcere le domande sono sempre le stesse – le domande di chi è dentro e le domande anche dei familiari fuori. Come si fa per telefonare? Non ho niente, a chi mi rivolgo? Ecco, la guida è nata con l’idea di avere un opuscolo da consegnare a chi entra in carcere e da consultare quando necessario. Abbiamo già ricevuto dei riscontri positivi anche dagli stessi operatori in carcere, dai funzionari che comunque condividono questo strumento.

Molte famiglie chiamano lo sportello ponendoci domande come ‘Cosa devo mandare?’, ‘Quanto posso spedire?’, ‘Cosa può entrare?’, ‘Come faccio a prenotare i colloqui?’. Sono informazioni che magari online puoi trovare ma diventa una cosa lunga, poi molte persone sono straniere e hanno un po’ di difficoltà. Quindi l’idea era di accorpare queste informazioni e creare una guida che aiutasse nel momento della carcerazione – che è un momento molto destabilizzante sia per la persona che entra ma anche per i famigliari che rimangono fuori. La guida verrà tradotta in arabo – la traduzione è stata fatta da un detenuto e verrà supervisionata da una volontaria di lingua araba – ed è già tradotta in lingua inglese e francese. Questa guida è importante perché altrimenti le informazioni sono tutte sparse e poi ogni carcere ha delle piccole variazioni e differenze – questo può essere uno strumento anche per gli operatori in tutto il mondo del carcere.

Abbiamo, tra l’altro, partecipato in parallelo a un altro piccolo bando locale ‘Non Solo Carcere‘ con la Fondazione Cariparma insieme all’Associazione San Cristoforo e Intercral – una realtà di volontariato molto importante a Parma che si occupa di trasporti per i malati oncologici, trasporti per le persone sole, sensibilizzazione nelle scuole, pulizia della città – un discorso a tutto tondo di etica e solidarietà. Abbiamo lavorato a questo bando in cui si voleva offrire a persone o in misura alternativa o carcerati la possibilità di svolgere un servizio di volontariato attivo per la città, pensando proprio che potesse essere anche un modo di farli uscire da un contesto a volte un po’ ghettizzato. Questo piccolo bando aveva l’obiettivo di unire le forze, di rimuovere la ‘lettera scarlatta’ dalle vite dei detenuti.

Rete Carcere, fin dalle sue origini, si è occupata di sostenere i detenuti studenti nella preparazione degli esami universitari e nel conseguimento di diplomi di maturità. Quanto è essenziale la preservazione del diritto allo studio e alla cultura delle persone ristrette per un sano e costruttivo percorso riabilitativo e riparatorio?

Il grosso problema nelle carceri, non solo nel caso di Parma, è che molte persone non fanno assolutamente niente. Sono presenti nel carcere le scuole elementari, medie e superiori proprio perché lo studio è un diritto. Purtroppo ci sono un sacco di problemi perché non tutti possono partecipare a questi corsi – c’è sempre il problema degli spazi. Le scuole resistono e insistono – lo studio è riconosciuto come diritto, però con qualche difficoltà.

Ci sono alcuni detenuti che non possono frequentare le scuole e fanno la scuola privatamente e si presentano all’esame. Sono quelli soprattutto che adesso noi seguiamo, oppure chi si prepara un esame universitario – anche se adesso che è nato il PuP hanno in più altri strumenti. Numericamente gli studenti non sono tanti per una serie di motivi, però il lavoro è grande e ci sono dei risultati di percorsi di riflessione che chi segue la persona detenuta può constatare e verificare. E’ un lavoro molto importante anche se i numeri sono limitati.

Rete Carcere si propone non solo come ponte comunicativo tra il carcere e la comunità ma anche tra i detenuti e le proprie famiglie. Come si può garantire il diritto all’affettività delle persone detenute? Ripensare alcuni spazi carcerari in ottica più child-friendly, come è stato fatto recentemente dall’Associazione ‘Per Ricominciare’ nell’Istituto Penitenziario di Parma, può essere un passo avanti?

È importantissimo mantenere i rapporti familiari. Crediamo però che in tantissimi casi ci sia anche bisogno di un aiuto in termini di rielaborazione, perché è difficile che una carcerazione sia indolore. Sono molto utili le videochiamate perché in caso di difficoltà, i detenuti possono comunque vedere la casa, la camera della bambina – rimane questo legame molto forte che va sostenuto. Durante la pandemia Covid-19 il Ministero aveva concesso una maggiore apertura e un incremento delle telefonate settimanali – adesso si è ritornati al vecchio numero di una telefonata per settimana e questo ha destabilizzato molto i detenuti. Dove ci sono le famiglie il rapporto va veramente coltivato, mantenuto e sostenuto, perché poi dobbiamo vederlo non solo in un’ottica presente ma anche per quando questa persona uscirà. Dove possibile facciamo un lavoro di sostegno, facciamo anche un lavoro di cucitura in certi casi – a volte capita che chiami le famiglie e ti rispondono che non ne vogliono più sapere. E’ una risposta che devi rispettare ma c’è anche il dovere di cercare di essere un po’ dei mediatori, anche se non è facile, e di costruire questo ambiente. La difficoltà è quando i detenuti non hanno nessuno, o hanno i parenti lontani – lì non sai proprio dove aggrapparti per dare loro fiducia e speranza.

I detenuti possono telefonare solo dopo aver presentato tutti i documenti necessari per avere l’autorizzazione. Allo sportello facciamo questa attività – devono presentare i documenti d’identità, il contratto telefonico e lo stato di famiglia. Immaginiamo la difficoltà di chi magari abita in Marocco o in Nigeria. L’ufficio del carcere non può entrare in contatto con le famiglie, tutto questo lavoro di intermediazione lo svolgiamo qui. Poche sono le famiglie che possono permettersi, per competenze, di scrivere le e-mail all’ufficio giusto e mandare la documentazione corretta. L’altra cosa sono gli accompagnamenti – ci sono detenuti che, avendone maturato il diritto, hanno dei permessi per vedere la famiglia. Devono però essere accompagnati e anche in questo caso c’è bisogno del volontario. Abbiamo anche fatto i testimoni a nozze in carcere, partecipato a presentazioni di bambini nati da poco che il papà non aveva ancora visto. Anche l’affettività del detenuto è importante da preservare e con la sentenza n.10 del gennaio 2024 la Corte Costituzionale è tornata ad occuparsi di questo tema, dichiarando illegittimo il divieto assoluto all’affettività in carcere – qualcosa si sta quindi muovendo e potrebbe partire a breve una sperimentazione italiana.

Spesso le famiglie ci chiedono di accompagnare i detenuti alla scarcerazione. Si trovano, dopo anni in carcere, fuori dalla porta con il biglietto dell’autobus e con il telefono scarico – o magari il telefono datato. Spesso sono persone che non hanno mai visto l’euro, per dire. Quindi è anche molto importante accompagnare le persone alla stazione, seguirle mentre comperano il biglietto del treno. Ho recentemente accompagnato una persona che era dentro da sei anni – un uomo adulto – e mi sono commossa. Gli ho detto “Vado un attimo a sentire alla Polfer” perché avevo un dubbio, non sapevo se lui potesse usufruire del biglietto gratuito. Quindi sono andata all’altro piano e lui – questo omone gigante – mi ha detto “No, ti prego, torna! Non lasciarmi qua!”. Certe persone potrebbero dire “Non hai paura di un detenuto?”, questo detenuto era rimasto nell’angolino della stazione ad aspettare che io tornassi perché lui era disorientato. Gli ho fatto chiamare la mamma – che era in lacrime e gli chiedeva “A che ora torni?” – sono dei dettagli che noi facciamo ormai con il pilota automatico. Lui non sapeva dove era il binario, non sapeva guardare gli orari. Esperienze come queste aiutano a capire come mettersi nei panni degli altri.

La disumanizzazione e stigmatizzazione del carcerato nell’immaginario collettivo e nelle narrazioni mediatiche ha profonde conseguenze e porta a una percezione sempre più distorta del carcere come ricerca di giustizia punitiva a discapito della sua necessaria natura riabilitativa e riparativa. Come possiamo ristabilire nella coscienza comune il senso di empatia verso le persone ristrette e fornire una contro-narrazione ai populismi del noi vs. loro?

Questa è la domanda delle domande non solo oggi ma anche ieri e forse domani. E’ un problema che si può spiegare in parte con legoismo – l’idea che a me non può capitare, che io sono una brava persona, che se è lì lui se lo merita. Nel cercare di coinvolgere empaticamente, cercare di far entrare almeno chi è disponibile ad ascoltare, l’emozione forse può essere la strada. I discorsi razionali li ascoltano solo le persone che sono già convinte, noi ci troviamo molto spesso a qualche evento sul tema e poi ci guardiamo in giro e siamo i soliti noti. Come fare per sensibilizzare chi è preso da tutto un altro mondo e non ha intenzione di volersi mettere in ascolto? Se ci fosse da parte di tanti la disponibilità a mettersi in ascolto, una parte del percorso sarebbe già fatto. Il nostro progetto ‘Coltivare la Fragilità’ prevede anche, da parte di un’altra Associazione, la creazione di podcast sulla fragilità. Sono raccontate storie vere dai protagonisti e dalle persone che si sono affiancate a queste persone fragili e hanno contribuito a fare un percorso – nella speranza che questi nuovi strumenti, questo nuovo modo di comunicare posso arrivare un po’ più in là. Sono strumenti che puntano a costruire empatia raccontando storie.

Così il carcere è inutile, è controproducente. È un mondo a parte, lo diciamo sempre, anche da un punto di vista dei termini. Per chiedere qualcosa devi fare la domandina, poi c’è il secondino, lo spesino, lo scopino, ecc.. Sono tutti termini che non hanno niente di vero o di reale – è un mondo altro. Quando le persone sono dentro così e non fanno niente tutto il giorno, si arrabbiano e basta. Pensare un carcere così non è né rieducativo né nient’altro. Cambiare la mentalità di chi è fuori diventa molto difficile perché, per esempio a Parma, il carcere l’hanno messo in Via Burla, fuori perché deve essere poco visibile. Loro sono i cattivi e noi siamo i buoni. È una forma di difesa per avere una parvenza di temporaneo equilibrio. Se il mafioso vive in un certo mondo, per lui è normale uccidere una persona. Però io che penso a tanti altri aspetti, dovrei essere altrettanto sensibile per tutto quello che stiamo dando economicamente per le guerre di qua e di là. Uccidere direttamente è male, se io invece pago un sicario per uccidere allora va bene? È molto più difficile, in fondo.

La situazione nell’Istituto Penitenziario di Parma è grave – Più di 250 persone recluse hanno gravi patologie, una ventina di detenuti hanno più di 80 anni, molti si muovono solo grazie alla sedie a rotelle. Il numero di agenti è ampiamente al di sotto di quelli richiesti e anche il personale sanitario scarseggia. L’associazione Antigone, nel suo ultimo rapporto, parla anche di alcune celle senza riscaldamento, con muffa e infiltrazioni. Che esperienza avete, in prima persona e attraverso le testimonianze dei detenuti, di questa realtà?

Queste sono problematiche che si pongono anche le persone che gestiscono il carcere, l’ASL e anche la Garante. È chiaro che noi, entrando tutti i giorni e tutte le settimane, siamo al corrente del freddo d’inverno, del caldo d’estate, di quello che non funziona. Viene interpellata l’Amministrazione, anche loro ci dicono che ci sarebbero dei grandi lavori da fare, ma se non arrivano i fondi non si può fare nulla. Siamo dentro a un percorso che è molto più ampio e vasto del carcere singolo di Parma – è un problema che ha a che fare con l’Amministrazione più generale. Noi siamo chiamati a correre ai ripari ogni tanto, il dicembre scorso hanno richiesto dal carcere delle coperte perché c’è stato il blocco di una parte dell’impianto di riscaldamento. A un certo punto hanno dovuto vuotare e trasferire una parte dei detenuti perché il problema era grave. Ancora l’anno scorso il Garante Regionale ha fatto una visita molto accurata segnalando ciò che non funzionava. Non credo che il problema sia solo di Parma, purtroppo queste carceri sono tutte uguali – orribili, costruzioni fatte di cemento armato ma senza alcun elemento che ripari dal freddo o dal caldo. Quest’estate abbiamo comprato venticinque ventilatori. Il carcere così com’è, con la struttura che ha, com’è stato fatto fino adesso – crediamo che costituisca una pena fisica aggiuntiva alla pena giudiziaria.

Immaginiamo di essere in carcere, di essere ammalati – magari avere il mal di denti – e sapere di dover aspettare ben più di qualche giorno per ricevere assistenza. Le persone poi che sono in sedia a rotelle e che aspettano farmaci o altro, per me è per loro una tortura maggiore – devi anche fidarti di quello che ti dicono o danno. Sul tema delle difficoltà dei medici, fa parte del gioco che il detenuto se non è ammalato se lo inventa perché in fondo ha bisogno di attenzione, ha bisogno di farmaci perché magari li scambia con qualcun’altro o qualcos’altro. È una difficoltà che loro hanno, non possono sapere se è vero che il detenuto abbia mal di pancia o se abbia bisogno del farmaco per altro.

Gli operatori sanitari sono altrettanto preoccupati del fatto che il carcere di Parma è considerato dall’Amministrazione come il carcere della lungo degenza, delle malattie gravi e poi però i letti non ci sono, per cui magari i malati sono nelle celle insieme ad altri. Abbiamo parlato con la psicologa, con il Direttore ed erano preoccupati – riceviamo richieste d’aiuto, d’intervento. C’è una grande preoccupazione anche da parte dell’Amministrazione stessa. Parlando del tema del Crupi e CDT, di queste sezioni di malati gravi, la nostra volontaria Franca ha fatto una cosa meravigliosa. Il reparto in questione è un reparto di persone allettate che non si spostano, che magari non chiedono neanche di fare il colloquio perché non ne hanno voglia e spesso sono depresse. La nostra volontaria ha il permesso di entrare nel reparto e ha cominciato a lavorare sul gruppo più che sui singoli. Ne è uscito un progetto che è stato di prima pulizia e decoro delle pareti. Nella decorazione delle pareti, i detenuti e i piantoni – che sono lì ad aiutare i malati – hanno contribuito dipingendo e suggerendo idee creative. È stato un percorso di abbellimento delle pareti grigie di queste sezioni, sia del CDT che del Crupi, ma è stato anche un lavoro di confronto, rielaborazione di idee, riflessione di queste persone che hanno tirato fuori memorie del passato. Franca ha detto ai detenuti “Bene, ora fuggiamo dal carcere!” e ha permesso loro di evadere con la fantasia – questo lavoro ha portato un senso di socializzazione ai detenuti malati. Questo è il nostro contributo.

Franca, ci può raccontare la genesi di questo progetto e le motivazioni che l’hanno spinta a realizzarlo?

Lo sporco – in un ambiente con così tanta gente, tanti problemi, tante malattie – io lo vedo come una cosa abominevole. Le pulizie teoricamente vengono fatte, ma da questi ragazzi di Media Sicurezza che vengono assegnati lì per lavoro e ci stanno qualcuno anche dei mesi – i più bravini – ma anche una settimana, poco. Quindi mi è venuto il bisogno di lavorare a questo progetto – anche perché è educativo, i carcerati possono almeno imparare a fare le pulizie. Sembra una cosa da niente, ma non è niente. È igiene, è rispetto per gli altri, è cura delle cose di tutti, è imparare a stare insieme – è tante cose. Abbiamo dovuto usare vari prodotti, ho avuto mille controlli – c’erano degli angoli in fondo dove non andava nessuno il cui pavimento era talmente sporco che ho detto inizialmente ‘No, qui non ci puliamo perché ci vorrebbero dei mesi’. Poi però, provi a lavorarci un po’ e un pochino migliora – è stata stra-lunga, ma dopo la soddisfazione di vedere pulito è stata impagabile. Un detenuto ci ha lasciato impresse due impronte, perché intanto inventavamo una storia – abbiamo dato vita alle idee e i concetti di ‘Nessuno si salva da solo’, come il nome del bando, e ‘Siamo tutti sulla stessa barca’. Disegnando quest’ultimo concetto, anziché disegnare una barchina come gli avevo suggerito, hanno dipinto un bastimento e mi hanno detto ‘Eh, ma siamo in tanti in questo carcere! Vogliamo salvarci tutti!‘. Mi sono commossa. Nel dipingere le bandiere della nave stavano facendo il bianco, rosso, verde e io ho risposto ‘No, questo mi rifiuto. Siamo cittadini del mondo ormai, non disegneremo mica ancora bianco, rosso e verde sulla bandiera!’ – ho suggerito di farla di tanti colori, usando tanti punti colorati. I muri in alto erano tutti marroni, grigi e marci. Allora siamo saliti e abbiamo usato delle alternative agli spray, che non puoi portare in carcere, e usando dei bidoni vecchi, li abbiamo riempiti di tempere di vari colori e li abbiamo spruzzati più in alto che potevamo. E’ diventato bello. Un altro detenuto ha disegnato tante casette, tutte di colori diversi per rappresentare i colori del mondo. Nell’altra parete ho fatto giocare i detenuti a palla con delle spugne – attività che facevo con i miei scolari all’intervallo. Butti la palla, esplodono vari colori e vengono fuori delle figure che non ti aspetti perché l’atto stesso crea! All’ingresso della vera corsia, i detenuti hanno anche copiato ‘Seminatore al tramonto’ di Van Gogh. Le ultime due porte sono state pitturate di blu con dei puntini bianchi – le stelle – per fare riferimento alla Divina Commedia, ‘a riveder le stelle‘.

La problematica del sovraffollamento riguarda tutte le carceri italiane – il tasso di affollamento nazionale si attesta circa al 130% mentre quello parmense è del 108%. La visione carcero-centrica del sistema penale è in forte crisi, è essenziale individuare soluzioni alternative per assicurare ai detenuti un trattamento degno e umano. Credete che l’esecuzione penale esterna possa essere una valida alternativa alla detenzione in carcere?

Soprattutto quando si tratta di piccoli reati, perché la giustizia riparativa è relativa a reati che prevedono non oltre sei anni di pena, è una splendida idea la possibilità di poter applicare misure alternative alla detenzione. C’è un’altra volta il problema del fuori, la giustizia riparativa funziona solo se fuori c’è una società – o più precisamente – una persona per uno o dieci per uno in grado di seguire questa persona che deve fare il recupero. Non basta la buona volontà, ma anche le competenze che sono quelle che mancano e che sarebbero così necessarie per la prevenzione. Noi parliamo del carcere che è l’ultimo aspetto di qualche cosa che non va – se i passaggi precedenti funzionassero, prima o poi intercetteresti e bloccheresti una parte dei futuri crimini.

In carcere ci sono tanti tossicodipendenti – il problema lì non è solo buona volontà – e ci sono malati psichiatrici – per quanto il carcere possa fare non sono evidentemente in una casa di cura – e le persone che arrivano senza documenti e vengono dalla strada e dai barconi? Ci sono delle realtà e delle condizioni così varie, tutte concentrate in un unico posto – che non è la soluzione – che avrebbero bisogno di altre istituzioni, altri interventi e altre cure. Ci sono troppi detenuti, bisogna anche porsi determinati interrogativi. L’organico carente è un problema che va risolto.