Una pratica che coinvolge ancora tantissime giovani ragazze: in poche riescono a denunciare il conflitto sociale vivendo nel dramma

PALERMO | Spariscono dalle scuole palermitane per tornare al Paese d’origine a sposare lontani parenti o amici di famiglia: sono ragazze che hanno dai 13 ai 17 anni e che sono nate e cresciute in Sicilia, ma le loro origini, spesso pakistane ed indiane, gli impongono la natura di spose bambine. A svelare l’esistenza dei matrimoni combinati è il quotidiano La Repubblica con un’inchiesta condotta sul campo. Non si tratta di casi isolati, ma di un vero e proprio conflitto sociale tra la cultura occidentale, in cui le ragazze sono nate e cresciute e quella orientale, da cui traggono le origini e a cui i genitori rimangono fermamente legati. 

Alcune hanno la forza di raccontare il loro dramma, altre tacciono“, spiega al quotidiano nazionale Enrica Salvioli, operatrice psico-pedagogica dell’Ufficio Scolastico Regionale. La maggior parte delle segnalazioni parte dai banchi di scuola, con confidenze fatte alle professoresse che vengono subito segnalate all’autorità competente. Altre, invece, arrivano direttamente dalle ragazze, come la rom di 12 anni che nei giorni scorsi è riuscita a scappare di casa e trovare soccorso. 

Un fenomeno difficile da quantificare

Nonostante le segnalazioni, ad oggi, si fa fatica a quantificare in numeri le spose bambine. Le bambine spariscono da un giorno all’altro e alla scuola non resta che segnalarne l’assenza: in una scuola media del centro una ragazzina del Bangladesh era destinata sposa ad uno zio di trent’anni più vecchio di lei. “Non abbiamo potuto fare nulla – ha dichiarato la Vice Preside – e da un giorno all’altro è sparita“. La storia è la stessa per tante altre ragazze, come Krista che con la scusa di un viaggio in Pakistan per rivedere i cugini non è più tornata. E come Urmi, dello Sri Lanka vissuta per anni sotto le minacce del padre. 

Il fenomeno diventa di difficile contrasto anche nel momento in cui le bambine non si oppongono alla volontà della famiglia. “Quasi impossibile si ribellino“, spiega a La Repubblica la Coordinatrice del Centro Anti Violenza 21 Luglio. La cultura nomade vede di buon occhio i matrimoni combinati ed il contrasto è difficile: i campi rom non controllati dagli operatori sociali, ma le famiglie che vivono altrove non sono sottoposte a controllo e il fenomeno delle spose bambine è la prassi. “Si tratta di violenza sulle donne“, conclude l’attivista – e le ragazze sono figlie di una società patriarcale che decide per loro. Sono proprietà del padre. Occorre favorire l’integrazione, partendo dal mondo della scuola“. 

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