Cinema d’autore in Emilia-Romagna: Pier Paolo Pasolini, il regista poliedrico
Con “cinema d’autore” si indicano quei film che rispecchiano la personalità del loro regista: sono…
Con “cinema d’autore” si indicano quei film che rispecchiano la personalità del loro regista: sono quindi film molto personali, curati con una precisione eccezionale, che evidenziano chiaramente lo stile di un autore e che affrontano tematiche esistenziali, anche se calate in un contesto sociale sempre riprodotto attentamente; inoltre, danno meno peso all’intrattenimento, preferendo spingere lo spettatore a riflettere su ciò che vede. Negli anni Cinquanta, dopo il tramonto del neorealismo, in un clima di restaurazione politica emersero o si rinnovarono una serie di registi che rivendicavano un’identità di autori attenti al pieno controllo sul film e che sapevano curarlo nei minimi dettagli, come lo furono ad esempio Fellini e Bertolucci: il loro nome diventava così sinonimo di qualità.
In questa rubrica vogliamo perciò omaggiare alcuni di questi registri nostro corregionali che hanno fatto la storia del cinema italiano e internazionale, e che hanno girato e ambientato diversi film nelle nostre zone. Gli artisti che tratteremo sono in ordine: Bernardo Bertolucci, di cui abbiamo parlato qui, di Federico Fellini qui, di Michelangelo Antonioni qui, e di Pier Paolo Pasolini parleremo in questo parto appuntamento della rubrica. Nato a Bologna il 5 marzo 1922, è stato poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, pittore e linguista, venendo considerato tra i maggiori intellettuali italiani del Novecento.
Attento osservatore dei cambiamenti sociali della sua epoca, fu spesso al centro di polemiche e dibattiti generati dai suoi giudizi radicali, molto critici verso le abitudini borghesi e la nascente società consumistica. Si schierò a favore della classe operaia, dei poveri e degli oppressi, e dal punto di vista politico era di orientamento marxista; aderì al Partito Comunista, ma ne fu espulso per via della sua omosessualità, anche se interpretò meglio dello stesso partito i principi di uguaglianza e fratellanza.
“La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la mia solitudine, che è la mia debolezza”
Pasolini nella sua gioventù si dovette trasferire frequentemente, da Bologna andò a Parma e poi a Belluno, dove venne mandato all’asilo dalle suore, ma dopo qualche giorno si rifiutò di andarci, e la famiglia acconsentì. Si continua e spostare e dopo aver concluso il ginnasio a Reggio Emilia va a Bologna, dove matura sempre più la sua passione per la letteratura e il calcio; quest’ultimo lo porterà, tanti anni dopo, a giocare la memorabile partita “Centoventi contro Novecento” con l’amico ed ex-allievo Bernardo Bertolucci e le rispettive troupe, di cui abbiamo approfondito qui.
Nel 1950 si trasferisce a Roma, dove si inserisce nel mondo della letteratura e del cinema: cinque anni dopo esce con enorme successo il romanzo Ragazzi di vita, che gli causa però un processo per pornografia, da cui sarà assolto grazie alle testimonianze di alcuni intellettuali, tra cui Ungaretti; nel 1961 esce il suo primo film, Accattone, che lo consacra. Le sue origini artistiche hanno radici nel Neorealismo, da cui riprende la scelta di attori non professionisti e l’attenzione per le classi popolari, ritratte con tutte le loro contraddizioni. Pier Paolo rappresentò quello che riteneva giusto senza filtri moralisti, ma questo rendeva ogni romanzo, film e pubblicazione uno scandalo: non per nulla nel corso della sua vita tra denunce e querele finì in tribunale ben 24 volte.
“Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”
La ricotta, film del 1963 che parla delle riprese di una passione di Cristo e centrato sulla comparsa che interpreta il ladrone buono, è uno dei film più ostacolati della storia del cinema italiano: dieci giorni dopo l’uscita, i carabinieri ne interruppero la proiezione al cinema Corso di Roma, sequestrando la pellicola per “vilipendio alla religione di Stato”, e Pasolini passò 4 mesi in carcere; il film tornò al cinema dopo vari mesi e tagli di censura. Un nuovo scandalo per cui si aprono ben 31 cause processuali, con ragioni quali oscenità e sequestro di minori, lo causa Salò o le 120 giornate di Sodoma: film pieno di temi scabrosi, sarà il suo ultimo film, uscendo tre settimane dopo la sua morte, ed è considerato come un vero e proprio testamento.
Pier Paolo Pasolini muore la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, brutalmente assassinato, venendo percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, nel comune di Roma. Venne accusato Giuseppe Pelosi, diciassettenne noto come ladro d’auto e “ragazzo di vita” che Pasolini frequentava, fermato quella notte alla guida dell’auto del poeta; venne condannato, e morì di malattia nel 2017, a 59 anni. Le teorie di complotto sulla sua morte si sono susseguite negli anni, tra chi la vedeva come un modo per silenziare lo scrittore che stava toccando troppi nervi scoperti, e chi come un omicidio della mafia mentre lui si incontrava con loro per farsi restituire le copie sparite del film Salò.
La rabbia: scontro tra Pasolini e Guareschi
Nel 1963, Gastone Ferranti decise di produrre il “film del secolo”: il genio poliedrico Pier Paolo Pasolini che racconta e commenta dieci anni di cronaca, costume e spettacolo. Ferranti però pensa che sarebbe stato meglio rendere il tutto uno scontro tra intellettuali di ideologie opposte, scegliendo come rivale Giovannino Guareschi. I due erano sì molto diversi, ma li univa il fatto che entrambi fossero considerati scomodi ed eretici dai rispettivi schieramenti. Nel film Pasolini taglia e rimonta delle pellicole di un cinegiornale, commentandole con voce fuori campo, in prosa e in versi; il tema era una domanda a cui i due dovevano rispondere: “Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?”
Ognuno risponde a modo suo, analizzando i fenomeni e i conflitti sociali del mondo moderno. Pasolini parla della rivoluzione ungherese, prevede l’immigrazione in Europa dai Paesi del Terzo Mondo, elogia la decolonizzazione e la lotta di classe, mentre critica l’anticomunismo e l’industrializzazione; Guareschi invece, difende l’Europa dal colonialismo americano e attacca il consumismo e il comunismo, così come lo svilimento dell’arte a un prodotto commerciale. Abbiamo quindi un Pasolini per cui “l’unico colore è il colore dell’uomo” e un Guareschi per cui il muro di Berlino appena costruito era “il muro della vergogna, monumento di infamia”. Possiamo dire che alla fine, Pasolini trova la risposta alla domanda nelle terribili azioni compiute dalla società occidentale, mentre Guareschi difende quest’ultima, credendo in una speranza per il futuro.
Il film si preannunciava moderno e sotto molti aspetti all’avanguardia, ma fu un fiasco: Pasolini minacciò di ritirare la firma, la Warner Bros che l’aveva prodotto decise di boicottarlo e nei pochi giorni al cinema il pubblico fu molto scarso, spingendo “La Rabbia” nel dimenticatoio, fino al suo recente recupero. Uno dei problemi fu il fatto che il non incontrarsi dei due intellettuali sembrò creare alla fine due film distinti, uno visto da sinistra con Pasolini e uno visto da destra con Guareschi; a vederlo oggi, ci accorgiamo che la coppia aveva anticipato molti eventi che si stanno verificando ai giorni nostri.

