Il SerDP si occupa di percorsi riabilitativi per la disintossicazione: l’organizzazione del centro e le difficoltà dei pazienti

di Andrea Adorni, Chiara Corradi e Greta Magazzini

Il consumo di droga nella città di Parma, come abbiamo visto, è consistente: pole position per il consumo di cocaina in Regione e alte quantità di altre sostanze sequestrate dalle forze dell’ordine. Esiste tuttavia un centro Ausl, il Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale-Dipendenze Patologiche, che si occupa dei percorsi di uscita dalla dipendenza e della cura delle persone, dove un team di assistenti sociali, psicologi, medici e infermieri organizza la riabilitazione dei tossicodipendenti. Per entrare a fuoco dentro i programmi e l’organizzazione del Servizio, abbiamo chiesto alla dottoressa Maria Antonioni, responsabile del SerDP, di spiegarci nei dettagli il ruolo dell’Ausl e dei suoi educatori.

Com’è organizzato il SerDP e come funziona l’assistenza?

Il SerDP è composto da medici, infermieri, psicologi, educatori e assistenti sociali. Le persone che si rivolgono al servizio vengono assistite individualmente e ovviamente siamo obbligati dal segreto professionale a mantenerne l’anonimato, quanto possibile. Ogni persona richiede comunque assistenza specifica e particolare: non esiste un percorso univoco che vada bene per tutti ma ognuno ha varie fasi da seguire, in base alla sua prognosi e alle varie specificità. Alcuni non hanno bisogno degli educatori, altri invece richiedono la loro assistenza anche per fare la spesa; altri vanno dallo psicologo, altri ancora non se la sentano. Noi siamo attrezzati per assistere le persone dipendi da diverse droghe, soprattutto per quanto riguarda la disintossicazione dall’eroina, per la quale esistono farmaci sostitutivi, che invece sono assenti per i cannabinoidi, per i quali infatti è presente un percorso differente.

I dati dicono che le persone che nel 2018 si sono rivolte al servizio sono state 1296: di loro quanti effettivamente di disintossicano?

Uscire dalla dipendenza è come scalare l’Everest senza bombole. Spesso abbiamo a che fare con persone che non sono dipendenti da una sola sostanza, ma che abusano di più sostanze, di varia gravità e di varie conseguenze. Moltissimi utilizzano stimolanti, sostanze che hanno un impatto psico-patologico e che quindi presentano un comportamento simile alla psicosi, molto complessi da trattare. Molti dei pazienti inoltre, sono contemporaneamente dipendenti dall’alcool, sostanza sottovalutata soprattutto dai giovani. Dopo la diagnosi che facciamo ai pazienti, andiamo a stilare la prognosi, che può essere di due tipi, anche in base alla possibilità e la facilità di disintossicazione: ci sono i pazienti con prognosi fausta o infausta.

Quando la dipendenza è fausta la tossicodipendenza deriva da cause ambientali, ovvero un trauma o una profonda sofferenza avuta in tempo passato. Tra queste ad esempio gravi lutti in età infantile, violenza domestica, abusi di ogni genere: le sostanze in questi casi alleviano il dolore provocato. Spesso quando si rendono conto che la sofferenza non passa, ma che i problemi invece aumentano, si rivolgono al servizio e chiedono assistenza. Per questo tipo di pazienti è più facile uscire dalla dipendenza, che avviene con l’eliminazione della causa ambientale; tuttavia non è detto che il paziente trovi rifugio in un altro tipo di dipendenza, come quella dal gioco.

I pazienti con prognosi infausta invece sono i casi più gravi: presentano caratteristiche antisociali e disturbi nel comportamento, sono coinvolti in casi di delinquenza ed esperienza di carcere, oppure in età infantile casi di maltrattamento di animali o provocazione di incendi. La cosa più grave è che questi pazienti non provano sensi di colpa nel delinquere, per cui il percorso di guarigione è più complesso.

Le persone che si rivolgono al servizio, riescono ad assumere la consapevolezza necessaria per chiedere assistenza da sole, oppure sono accompagnati dalle famiglie o associazioni?

Sono presenti sia l’uno che l’altro caso. Nei casi in cui non venga la persona da sola, sono le forze dell’ordine, le famiglie, o la necessità stessa di intraprendere dei percorsi (come nei casi di ritiro della patente). Alcune delle persone che assistiamo comunque hanno problemi sociali, perché sono povere o senzatetto, ma ci sono anche persone lavoratrici e inserite nella comunità.

Quale fascia di età è maggiormente toccata? Si può indicare una fascia più debole delle altre?

Per quanto riguarda il servizio di dipendenza da droghe o farmaci la media delle persone assistite è di circa 40 anni, mentre per quelle dipendenti dall’alcool è più alta, verso i 50 anni. Per i giovani in particolare è presente uno sportello attivo alla Casa della salute per l’Adolescente e il Bambino, aperto dal lunedì al venerdì, in cui non c’è bisogno della richiesta del medico. Qui è presente una figura professionale che li accoglie, e che deve rispondere nell’immediato alla richiesta di sollievo dall’astinenza che il minorenne presenta. In questo ambito è spesso fondamentale la figura dell’educatore, che li accompagna nella quotidianità. Nel territorio abbiamo comunque tre sedi, pronte a gestire le richieste delle persone di tutte le fasce d’età.

Le ragioni che portano le persone a cadere nell’utilizzo delle sostanze sono trasversali oppure ci sono alcuni motivi più specifici?

Mi stupisco ogni volta delle storie che ascolto. Ogni persona ha la sua storia unica e diversa dalle altre, ma ovviamente un “macro-motivo” che accomuna tutti è che le persone cercano nelle sostanze un cambiamento nel loro cervello e quindi nel loro umore. Le droghe vengono assunte per avere un valore aggiunto e come conseguenza, è inevitabile, portano gratificazione. Danno un piacere altissimo a chi le consuma e vanno a rientrare in quei bisogni di consolazione e piacere, come il mangiare, il bere o il fare sesso: diventano un bisogno primario per chi ne diventa dipendente. Per andare a capire fino in fondo i motivi dell’inizio del consumo di droga di una persona comunque, è necessario conoscere la società con cui abbiamo a che fare: quella contemporanea è una società narcisista, spesso composta da comunità virtuali più che reali, in cui più che il senso di colpa è percepito più grave il senso di vergogna. Il fatto che il senso di colpa sia poco diffuso influenza la comprensione dell’errore, spesso non percepito o sottovalutato. È fondamentale per noi medici quindi, conoscere la società dei pazienti che curiamo.

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