Falò del martedì grasso: oggi si accende la tradizione carnevalesca d’Appennino

Il Carnevale è una delle feste più antiche ed affonda le sue radici nella storia religiosa: differentemente da quello che si pensa, infatti, il termine “Carnevale” non significa stravizio e baldoria, ma anzi rimanda al digiuno e alla penitenza quaresimalead carnes levantas‘. Attorno al Carnevale, anche in Provincia di Parma, ci sono moltissimi riti, tradizioni e leggende legate al fuoco come momento propiziatorio per la rinascita della primavera e per l’abbondanza dei frutti. Una tradizione, quella dei falò di Carnevale, che prosegue anche oggi in molti Comuni della nostra Provincia: i contadini, che più sentono viva questa tradizione, sono soliti accumulare in un dei campi di loro proprietà il materiale necessario per la realizzazione del fantoccio. Già nelle settimane precedenti, ma in linea generale durante tutto l’inverno, portano nel campo scelto della paglia, ma anche i rami delle ultime potature. La tradizione vuole, infatti, che bruciando i rami delle potature possano essere scongiurate le gelate di primavera sulle piante. Inoltre, in termini pratici, bruciare ciò che rimane dei lavori di potatura contribuisce a liberare i campi per i lavori estivi. 

Bruciano i fantocci del “Carnevale” e della “Poiana”, simbolo dell’inverno che lascia spazio alla primavera

I giorni in cui viene svolto il rito, oggi, variano tra il giovedì grasso e il martedì grasso. I due giorni del Carnevale, infatti, vengono indicati come quelli più adatti per il passaggio dall’inverno alla primavera. Il fuoco che si sprigiona dal falò della vecchia ha anche il compito di eliminare ogni malattia della sementi nascoste sotto terra e augurare raccolti abbondanti. Inoltre, in qualche paese, si dice anche che il calore propagato dal fuoco allontani gli insetti che possono essere nocivi per la crescita del foraggio. L’accumulare frenetico di materiale per il falò della vecchia, nella nostra campagne, ha una data di inizio ben precisa. È il giorno di Sant’Antonio, patrono degli animali. Una ricorrenza molto sentita sia nelle alte valli che nella Bassa Parmense. In molti casi veniva scelta una pianta lunga e dritta che aveva il compito di fungere da pertica. Attorno ad essa veniva poi accatastato il resto: legna, fascine, vincigli, paglia, fieno, tarabaccole varie, seggiole spagliate, assi, panche. Giorno dopo giorno, la pira aumentava di volume.

Il via ai roghi carnevaleschi era, ed è, il suono della lumèga. Si tratta di uno strumento fatto in casa che emetteva una sorta di muggito, scandendo il silenzio della notte. Tutti i falò venivano accesi e i paesi sembravano ritrovare la vita. Uno spettacolo insolito e affascinante. Il Carnevale stava bruciando e con esso anche la Poiana, ossia sua moglie: un altro modo per chiamare la vecchia destinata a subire la stessa sorte del marito. I due fantocci della Poiana e del Carnevale, goffi personaggi ripieni di stracci e paglia, erano posizionati in cima al mucchio di legna infuocata, mentre grandi e piccini – spesso mascherati – girano intorno al falò cantando alcuni stornelli.

Il significato del rogo rimane però lo stesso: l’addio all’inverno, rappresentato dai due fantocci. E il benvenuto alla primavera, rappresentato dal bagliore delle fiamme. Dai giorni successivi al Carnevale iniziano ad avanzare nei campi timide asprelle, primule e viola si fanno avanti nei fossati a lato della strada. Dal punto di vista religioso il falò del Carnevale chiude il capitolo dei divertimenti e apre l’uomo alla consapevolezza dell’inizio del periodo quaresimale.

Dal colore della cenere del falò, inoltre, anni fa i vecchi dei paesi sapevano fare pronostici per il futuro. Se la cenere è chiara, serenità e benessere; se è scura, pessimo indizio. La stessa tecnica era usata per le fiamme e per il vento: se il fuoco era vivo era chiaro, buon auspicio per la stagione; se il vento si tramutava in tramontana guai seri per il raccolto. Una manciata di cenere si spargeva, e si sparge tutt’ora per chi mantiene questa tradizione, nei campi. L’intento era quello di scacciare insetti e parassiti che potevano danneggiare il raccolto. Ma anche l’orto e il pollaio venivano “incipriati” di cenere. Terminato il falò, l’odore acre del bruciato andava mescolandosi con il profumo dei dolci di carnevale e con l’aria leggera della primavera. 

Tra le filastrocche che venivano recitate intorno al falò, ce ne sono alcune che sono state tramandate di generazione in generazione e che, ancora oggi, vengono intonate: “Viva viva Cranval! La poiana in sima al pal la ciama Cranval, Cranval al vol mia gnir e la poiana la vol morire! La ch’la mora, agh farèm ‘na casa nova, un piatt ad polenta, un piat ad confet, sera l’us e andema a let!” oppure “Lasa ch’la mora e farema na casa nova, nova, noventa un piat ad polenta, un piat ad salsina e farem balar la Margarita” e ancora “Viva, viva Carnaval tutt i matt al fa saltar; Carnaval l’è un bel om“.

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