Tiziana Meschi:

Dicevo di non fidarmi del virus perché era sconosciuto e io delle cose che non conosco a pieno mi fido poco. Poi perché è un virus ad Rna e sono tipologie che mutano molto. Oggi, infatti, stiamo facendo i conti con le varianti, che ci stanno dando parecchio da fare“. A spiegarlo a ilParmense è la professoressa Tiziana Meschi, direttrice del Covid Hospital di Parma, situato al Padiglione Barbieri del Maggiore. In estate la responsabile del reparto Covid aveva detto, proprio sulle pagine del nostro giornale, di non fidarsi di questo virus; erano gli stessi giorni in cui riapriva l’area Covid dopo appena 48 ore di chiusura e alcuni medici di fama nazionale dichiarvano che il virus era clinicamente morto. Oggi, invece, la professoressa Meschi avverte del fatto che “siamo completamente colonizzati” dalla variante inglese, spiega come si stia affrontando la malattia dopo un anno e come siano cambiate le cure in questo lasso di tempo.

Professoressa Meschi, il 7 agosto 2020, dopo appena 48 ore di chiusura, riapriva il Covid Hospital di Parma, in quell’occasione ci disse: “Non mi fido di questo virus, dobbiamo prestare attenzione”. Aveva ragione lei, ma cosa la preoccupava?

Dicevo di non fidarmi perché era un virus sconosciuto e io delle cose che non conosco a pieno mi fido poco. Poi perché è un virus ad Rna e sono tipologie che mutano molto. Oggi, infatti, stiamo facendo i conti con le varianti, che ci stanno dando parecchio da fare. Poi, venivamo da un’estate in cui è stato adottato il massimo dei comportamenti incauti: questo, mi preoccupava. Ora siamo nell’attuale situazione.

Ci sta dicendo che l’attuale situazione era prevedibile?

Guardi, è difficile dire “io lo avevo detto”. Però non ho mai pensato che il virus fosse morto. È chiaro, in estate avevamo forme clinicamente più deboli, quello sì, perché ci siamo fatti un’estate con delle sintomatologie molto attenuate, ma che il virus fosse scomparso non l’ho mai detto o pensato. Bisognava semplicemente aspettare che le varianti si manifestassero ed è puntualmente accaduto. Non dico che me lo aspettavo, ma quando il virus ha ripreso forza, la sutuazione non era del tutto inaspettata.

A Parma attualmente quali sono i numeri dell’epidemia?

Abbiamo circa 267 letti occupati: siamo quindi al massimo della capienza del Barbieri, più l’ex pediatria. Attualmente l’andamento è quello per cui occupiamo un letto per ogni dimissione, siamo quindi in una situazione di allarme, se così si può dire, perché siamo completamente pieni. Speriamo di essere almeno nella fase calante del contagio, però è chiaro che tutto dipenderà dal ritmo delle vaccinazioni e dall’impegno che ci daranno le varianti. Molto dipende anche dal comportamento delle persone. In questo momendo servirebbe arginare l’andamento della malattia, perché all’Ospedale siamo sotto pressione, visto che non c’è solo il Covid: in questa seconda ondata, per fortuna, siamo riusciti a preservare molta attività che chiamiamo “bianca”, non Covid, sia chirurgica sia medica. Però lavoriamo in una condizione difficile.

Qual è l’incidenza delle varianti nella nostra città?

C’è una nettissima prevalenza della variante inglese, siamo completamente colonizzati da questa forma, che è più contagiosa e richiede un’ospedalizzazione maggiore rispetto al wild type. Cioè al primo tipo di virus.

Come sono cambiate, a distanza di un anno, le cure per affrontare il Covid-19?

Cure specifiche non ci sono, o meglio, la cura di questo coronavirus ancora non c’è. Abbiamo però tante frecce al nostro arco, che abbiamo affinato e ottimizzato nel corso di questo anno. Le cure, quindi, sono più mirate: dal momento in cui sono usciti gli studi sul cortisone abbiamo iniziato ad utilizzarlo; l’eparina come anticoagulante e quindi come prevenzione delle embolie, che sono state un fenomeno clinico che ci ha molto impegnati durante la prima ondata, allora i pazienti morivano spesso di embolia polmonare o trombosi cerebrale; stiamo utilizzando molto il remdesivir, un antivirale a cui rispondono molto bene i pazienti, soprattutto quelli febbrili, perché nell’arco di cinque giorni la febbre cessa per crisi; si usano gli antibiotici come profilassi per infezioni batteriche; poi è in corso uno studio sperimentale per l’uso della colchicina nelle fasi precoci della malattia sia in ospedale sia a domicilio. La parte del leone la fa l’ossigeno, nei vari livelli che somministriamo al paziente: dalle canule agli optiflow, fino alla ventilazione non invasiva e i caschi.

Le varianti richiedono cure più specifiche?

Purtroppo quando arriva il paziente in ospedale non sappiamo subito se sono colpiti da una variante o dal primo tipo, perché ci vogliono alcuni giorni per determinarlo, quindi noi lo seguiamo clinicamente ed utilizziamo le stesse terapie adattandole ai sintomi del paziente.

Gli anticorpi monoclonali invece come funzionano?

Sono farmaci che interrompono l’evoluzione della malattia, per questo devono essere usati in modo molto precoci in pazienti a rischio: diabetici, diabetici con obesità, oppure immunodepressi. Si utilizzano quindi quando questi pazienti sono ancora a domicilio ed hanno manifestazioni precocissime della malattia, come febbricole, tosse, e così via. Con questi farmaci si cerca quindi di interrompere la catena infiammatoria, che potrebbe condurre alla polmonite interstiziale o ad altre complicazioni che comporta questo virus.

Nel corso di quest’anno abbiamo imparato che le persone muoiono soprattutto per una risposta eccessiva del sistema immunitario, è ancora così?

Capitava soprattutto nel corso della prima ondata, quando si verificava quella che noi chiamiamo “tempesta citochinica”, cioè un’iper rispsota immunitaria che arriva spesso a coinvolgere l’organismo del paziente. Abbiamo notato elevazioni cospicue dell’interleuchina 6, un marker che noi vedevamo elevatissimo nei pazienti con tempesta citochinica; ora lo vediamo meno, anche perché da indicazioni varie, anche ministeriali, in quinta e sesta giornata si può iniziare ad utilizzare il cortisone, che contribuisce molto probabilmente ad attenuare la “tempesta” essendo un potentissimo antinfiammatorio.

I pazienti anziani sono ancora quelli con il maggior tasso di mortalità?

In prevalenza il target è sempre quello dei pazienti over 80, perché arrivano in ospedale già stremati da un quadro clinico che li vede già colpiti da diversi anni da ulteriori patologie. C’è stato qualche caso di pazienti deceduti molto più giovani, tra i 50 e i 60 anni, ma si trattava comunque di persone con altre patologie o di malati oncologici. Ci sono anche pazienti più giovani che vanno in rianimazione, però si lavora su organismi sani che rispondono bene alle cure.

Sappiamo qualcosa di più sui termini predittivi della malattia?

Sicuramente c’è una tipologia di malato che ha un rischio dell’evoluzione rapida, tumultuosa e più grave della malattia: si tratta delle persone diabetiche o con obesità, quei pazienti che in questo momento ci stanno impegnando tanto.

Abbiamo capito, seguendo i report settimanali, che ci sono tante persone negativizzate, ma che ancora non stanno bene. Perché succede questo?

Spesso il malato arriva positivo in ospedale, con un tac-score magari del 50%, dopo quindici giorni si può negativizzare, ma prima di arrivare al completo decalage dell’ossigeno e alla sospensione dei farmaci ci vuole ancora molto tempo.

Qual è il decorso ospedaliero di una persona con sintomi?

Spesso ci mettiamo anche un mese o un mese e mezzo a dimettere pazienti che si negativizzano ma che presentano sintomi.

Quali sono le regole o i consigli che suggerisce di adottare per prevenire i contagi?

Le regole sono sempre le stesse, consideriamo che più un virus è contagioso – e la variante inglese sicuramente la è – meno tempo ci vuole per contagiarsi. Basta un semplice abbassamento di mascherina per mezz’ora mentre chiacchieriamo con qualcuno, visto che non sappiamo quali sono i comportamenti che gli altri possono tenere, e la frittata è fatta. Quindi, in questo momento, è ancora più stringente rispettare le regole e visto che c’è caldo sarebbe bene vivere il più possibile all’esterno ed areare gli ambienti al chiuso. La vita all’aria aperta è un ottimo deterrente per il virus.

Il suo giudizio sulla campagna vaccinale?

Non è abbastanza rapida. Bisogna spingere di più, perché abbiamo bisogno di immunizzare più persone possibili in tempi più brevi.

Il vaccino ci aiuterà davvero a sconfiggere il virus o dovremo in ogni caso imparare a conviverci?

Anche se arrivassimo all’immunizzazione dell’80% o del 90% della popolazione, che sono cifre enormi, non possiamo aspettarci di toglierci la mascherina dal giorno dopo. Forse per un annetto dovremo cercare di osservare queste norme, poi le cose speriamo che possano miglirare, ma non c’è la certezza di nulla. L’immunizzazione non ci darà la garanzia del fatto che sarà tutto finito.

Spesso ha dichiarato che al Maggiore siete sotto pressione, come state lavorando?

Come lavoriamo da un anno a questa parte, facendo il massimo che possiamo. Il modo in cui seguiamo i pazienti fa la differenza per la loro salute, quindi ce la mettiamo tutta, però non posso dire che non siamo stanchi. Siamo qui dentro da un anno, ma non c’è un altro posto in cui vorremmo essere in questo momento: qui c’è bisogno e noi vogliamo esserci. Devo dire che posso contare su un gruppo di persone davvero straordinario. Ognuno sta facendo la sua parte all’interno dell’Ospedale Maggiore, a prescindere dal ruolo che ricopre.

C’è qualcosa che vi manca?

Il sostegno che sentivamo a marzo ed aprile dello scorso anno non c’è più, perché le persone sono più stanche e forse sono state illuse del fatto che la situazione sarebbe migliorata. Chi arriva qua dentro spesso è arrabbiato, per mille perché. In ogni caso, noi siamo sempre motivatissimi.

Forse in questi mesi ha parlato troppo la politica e troppo poco i medici?

Forse sì. Ma anche i medici che parlano devono dire la verità: non si possono illudere le persone, né in un senso né in un altro, così come non si possono rinchiudere le persone per sempre in una stanza di 50 metri quadrati, o dire “è finita”. Secondo me ci vuole un giusto equilibrio e una responsabilizzazione delle persone, perchè in ogni caso ne usciremo tutti insieme; probabilmente ci sono state troppe oscillazioni nel dire “è tutto finito”, oppure “non finirà mai”, e così via: di questo virus sappiamo tanto, non tutto, ma a volte è necessario accettare anche di poter navigare a vista.

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